Composita, intensa e articolata è stata la colonna sonora del Festival delle Identità – Paesaggi sonori tra Piemonte e Sardegna, svoltosi a Biella dal 18 al 21 giugno 2026. Un itinerario musicale che ha attraversato la città, intrecciando tradizione e contemporaneità, spiritualità e festa popolare, fino a trasformare la musica nella vera protagonista della manifestazione.
Per quattro giorni le melodie della Sardegna hanno accompagnato la vita del centro cittadino, diffondendosi da Piazza Vittorio Veneto come un respiro continuo. Non si è trattato di un semplice sottofondo musicale, ma di una presenza costante, che ha evocato paesaggi, memorie e sentimenti, predisponendo l'animo all'incontro fra culture diverse. La musica, prima ancora delle parole, ha costruito ponti invisibili tra il Biellese e l'Isola, confermando la propria natura di linguaggio universale dell'umanità, perché parla direttamente al cuore.
Il momento culminante è giunto nel pomeriggio di sabato 20 giugno, quando Biella è stata attraversata da una straordinaria "onda sonora". Nell'ambito del progetto promosso dall'Assessorato alle Manifestazioni del Comune di Biella, otto bande musicali hanno preso contemporaneamente le mosse da quattro differenti piazze, percorrendo la città da Nord a Sud fino a confluire nel cuore del Festival.
Alle ore 16.00, da Piazza San Giovanni Bosco sono partite la banda ospite di Castelletto Sopra Ticino e quella di Coggiola; in Piazza Fiume, si sono unite alle formazioni di Cossato e Mottalciata; presso il Battistero erano già in concerto le bande di Donato-Netro e Magnonevolo-Zimone, mentre, da Piazza Santa Marta, muovevano quelle di Gaglianico-Ponderano e Salussola-Viverone. Come gli affluenti di un unico grande fiume, tutte le formazioni si sono unite in Piazza Vittorio Veneto, dando vita al “concertone” finale.
In quell'istante, ogni provenienza si è trasformata in ricchezza condivisa. La musica ha dimostrato ancora una volta di saper unire senza uniformare, di valorizzare le singole identità fondendole in un'unica armonia.
Non è stato casuale che l'apertura fosse affidata a due pagine profondamente simboliche: "Il Canto degli Italiani", emblema dell'unità nazionale, e "S'Hymnu Sardu Nationale", storico inno del Regno di Sardegna, testimonianza di quella vicenda istituzionale che continua a unire Piemonte e Sardegna. Due inni, due identità, un'unica memoria restituita dalla musica con intensa forza evocativa.
A dirigere è stato il Maestro Massimo Folli, Cavaliere dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana, trombettista, compositore e direttore d'orchestra tra le figure più autorevoli del panorama bandistico italiano. Con gesto saldo ed elegante ha trasformato la complessità dell'organico in una perfetta coralità, offrendo una lezione che andava oltre la musica stessa: dirigere significa armonizzare, affinché ciascuna voce trovi il proprio spazio senza perdere la propria identità.
Con il sopraggiungere della sera la festa si è trasferita nel cuore della tradizione popolare. L'organetto diatonico di Paolo Canu, musicista di Lodè, dopo aver accompagnato le coreografie del Gruppo coreutico di San Nicolò di Arcidano, diretto da Gigliola Zedda, ha invitato il pubblico a unirsi nel tradizionale ballo tondo, su ballu tundu. Intorno ai danzatori si diffondevano le fragranze delle specialità preparate negli stand enogastronomici di Gioxa Eventi di Giovanni Spina, mentre la piazza alpina di Biella, avvolta da temperature superiori ai trenta gradi, sembrava confondersi con una delle tante piazze della Sardegna che, nelle sere d'estate, diventano teatro spontaneo.
Nel ballo tondo si è rivelata una delle immagini più eloquenti della cultura sarda. Le mani intrecciate, il cerchio senza gerarchie, il passo comune raccontano una società nella quale ciascuno partecipa con pari dignità alla vita della comunità. È una danza che diventa metafora dell'esistenza: nessuno resta escluso, nessuno procede da solo.
La mattina seguente, il Festival ha assunto il tono raccolto della spiritualità nella Basilica di San Sebastiano, tempio civico della Città di Biella, che custodisce le spoglie di Alberto Ferrero della Marmora, senatore del Regno di Sardegna e instancabile studioso dell'Isola.
Le antiche melodie eseguite a tonu sardu hanno accompagnato la Santa Messa officiata da padre Martin Martinyuk, ucraino, introdotta in lingua sarda con le parole: «In nome de su Babbu, de su Fizu e de s'Ispiritu Santu. Amen Gesus». Le voci del gruppo Sant'Antonio Abate di Villa Sant'Antonio hanno fatto risuonare nelle antiche navate una delle più preziose espressioni della spiritualità isolana, quel patrimonio musicale che la tradizione ha custodito per secoli e che molti studiosi definiscono il "gregoriano sardo". Melodie antiche, nate dalla fede del popolo, che, ancora oggi, emozionano profondamente perché sembrano appartenere a un tempo sospeso, dove la preghiera diventa canto e il canto si trasforma in contemplazione.
La celebrazione è stata preceduta dall'intrattenimento musicale sul sagrato e dal solenne ingresso della Filarmonica di Cossato sulle note di s'Hymnu Sardu Nationale, quasi a ribadire, attraverso la musica, quella comunione di storia e di destino che unisce le due regioni.
Conclusa la liturgia, il corteo si è trasferito all'area monumentale di Nuraghe Chervu, dove la commemorazione dei Caduti della Prima guerra mondiale ha assunto il tono più alto della memoria civile. Ad accompagnare il rito è stata ancora una volta la Filarmonica di Cossato, che ha fatto nuovamente risuonare le solenni note di s'Hymnu Sardu Nationale. L'antico inno del Regno di Sardegna, già ascoltato all'apertura del Festival, è divenuto qui il canto che unisce idealmente Piemonte e Sardegna nel ricordo dei loro giovani Caduti.
Mentre le sue melodie si diffondevano nell'aria, i nomi incisi sulle pietre del monumento sembravano ritornare alla voce della storia. Su quei ragazzi, che più di un secolo fa sacrificarono la propria giovinezza nei campi della Grande Guerra, sono lentamente discesi petali di fiori e il tradizionale getto del grano. Due gesti semplici e profondamente simbolici: i petali come carezza della memoria, il grano quale segno di vita che rinasce, di speranza e di continuità tra le generazioni. Come il chicco che cade nella terra per germogliare, così il sacrificio di quei giovani continua a produrre frutti di libertà e di pace.
In quel silenzio carico di emozione la musica è diventata preghiera civile. Le parole hanno lasciato spazio alle note, perché vi sono momenti nei quali soltanto una melodia riesce a raccontare ciò che il linguaggio umano non sa esprimere. L'Hymnu Sardu Nationale ha così assunto un significato universale: non soltanto memoria di una storia istituzionale, ma canto dedicato a tutti coloro che offrirono la propria vita affinché le generazioni future potessero vivere nella pace.
Nel pomeriggio, Piazza Vittorio Veneto ha accolto uno dei momenti più intensi dell'intero Festival con l'esibizione del gruppo "Anche noi ci siamo". Un nome semplice, che racchiude un messaggio di straordinaria forza: ogni persona ha il diritto di partecipare pienamente alla vita culturale e sociale della comunità.
Nato nel 2018 a Rivoli grazie all'intuizione di Antonio Cau e di Efisio Carta, il progetto coinvolge persone con differenti abilità e neurodivergenze in un percorso fondato sulla musica, sul movimento, sull'amicizia e sulla condivisione. Un'esperienza che dimostra come la diversità non costituisca un limite, bensì una ricchezza che riesce ad ampliare gli orizzonti dell'intera comunità.
Sul palco conclusivo di domenica 21 giugno, i componenti del gruppo hanno proposto canti e danze della tradizione sarda accolti da lunghi e calorosi applausi. La loro presenza, ben oltre la dimensione artistica, è diventata testimonianza concreta di una cultura viva, strumento di inclusione, partecipazione e crescita collettiva.
Nelle mani intrecciate del ballo tondo, nei sorrisi e nei passi eseguiti all'unisono si è manifestato il significato più autentico dell'intero Festival. La cultura è un patrimonio da custodire, ma soprattutto un bene comune da condividere; appartiene a tutti e deve rimanere accessibile a ogni persona, senza distinzione di età, condizioni economiche, provenienza o abilità.
Attraverso la forza evocativa delle proprie musiche, la ricchezza della lingua sarda e la profondità delle tradizioni tramandate dal patrimonio consuetudinario del su connottu, la Sardegna ha dimostrato ancora una volta di possedere una straordinaria capacità di parlare a tutti. Perché la musica non traduce semplicemente le parole: traduce l'anima dei popoli.
L'esperienza maturata dal Circolo Culturale Sardo Su Nuraghe di Biella, insieme alla consolidata collaborazione con ANFFAS di Gaglianico e alla significativa partecipazione del gruppo "Anche noi ci siamo", rappresenta una delle espressioni più alte della funzione culturale e sociale svolta dall'associazionismo dell'emigrazione sarda. Una rete di relazioni che, interpretando pienamente il significato dei "Paesaggi sonori tra Piemonte e Sardegna", dimostra come identità e inclusione non siano realtà contrapposte, ma dimensioni complementari.
Quanto più una comunità custodisce con consapevolezza le proprie radici, tanto più è in grado di accogliere, comprendere e valorizzare la diversità. È questa la lezione più profonda lasciata dal Festival: la musica non conosce frontiere, non distingue lingue, culture o condizioni personali. Essa parla una sola lingua, quella della fraternità, della pace e della comune appartenenza alla grande famiglia umana. In questo risiede il suo valore più alto: ricordare che, prima di essere popoli diversi, siamo tutti parte della stessa armonia.
























