Monitoraggio, prevenzione e coordinamento sono gli elementi fondamentali per la gestione ambientale. Alessandro Argentero immagina un sistema stabile di osservazione delle colonie feline per far uscire il Biellese dalla logica dell’urgenza.
Le emergenze, spesso, non sono davvero tali. Molto spesso nascono da problemi che esistono da tempo, mai affrontati in modo organico, e tornano a galla quando ormai è tardi per governarli con criterio. È da questa convinzione che muove il progetto messo a punto da Alessandro Argentero, biellese in pensione con una lunga attività nel settore ambientale alle spalle, per il monitoraggio delle colonie feline: un modello che vuole sostituire all’intervento occasionale un lavoro continuativo e strutturato.
“Queste che chiamiamo emergenze, in realtà, non lo sono mai state: i problemi esistono da sempre e continuano a spuntare come funghi soltanto perché non sono mai stati affrontati alla radice. Per una volta bisognerebbe smettere di rincorrerli e cominciare a strutturare le soluzioni”, spiega.
Il fulcro della proposta è la nascita di un osservatorio territoriale dedicato alle colonie feline: uno strumento oggi mancante, capace di raccogliere segnalazioni, mappare le azioni in corso, individuare le aree più critiche e seguire l’evoluzione dei singoli casi. “Quello che manca oggi è proprio un osservatorio. Molto spesso non è possibile tenere tutto sotto controllo, ma è necessario comprendere dove nascono le difficoltà, quando si presentano e quali interventi hanno funzionato davvero. È uno strumento che, una volta avviato, può essere portato anche in altri territori”, osserva Argentero.
L’intuizione arriva dal lavoro maturato in campo ambientale e industriale, ora trasferito al fenomeno del randagismo. L'idea non è circoscritta alla creazione di un archivio: “Si tratta di scattare una fotografia: dare un nome alle cose e descrivere ciò che accade. Quando accade, dove accade, quanto dura, quanto serve per risolverlo. Sono dati che, sul piano statistico, permettono persino di fare previsioni, di intercettare le criticità senza procedere a tentoni e di riproporre le soluzioni che in passato hanno già dato risultati”. Le colonie, così, non sarebbero una condizione emergenziale e si trasformerebbero in un fenomeno di cui è chiara la corretta gestione.
Alla parte analitica si affianca il supporto umano: “C’è una componente fredda, fatta di numeri e di dati, ma ce n’è una altrettanto importante che è umana e morale: riguarda l’impatto sul territorio e la relazione tra tutte le persone coinvolte”. Un aspetto, quest’ultimo, che oggi pesa soprattutto su volontari e associazioni, costretti a rispondere con mezzi ridotti e molto senso del dovere. Decisivo il ruolo dei referenti delle colonie, i cosiddetti “gattari”: persone che ogni giorno, lontano dai riflettori, seguono gli animali, ne conoscono abitudini e fragilità e ne colgono i mutamenti. È un patrimonio di esperienza che la proposta intende riconoscere e ricondurre a regole più omogenee. La cura, del resto, va sempre accompagnata al rispetto dei luoghi. “Dare da mangiare non significa lasciare residui in giro: bisogna pulire, magari preferire il cibo secco a quello umido. L’igiene e il decoro vengono prima di tutto, anche per rispetto di chi quegli spazi li vive ogni giorno”.
Un secondo capitolo è dedicato alla sensibilizzazione, aspetto fondamentale per lo sviluppo di una rete solida. Le giornate dedicate, avverte Argentero, hanno valore solo se inserite in un’azione costante: “È giusto che esistano giorni specifici per catalizzare l’attenzione, ma non possono ridursi a un singolo evento. Come una pianta che va innaffiata tutti i giorni, così la gestione degli animali dovrebbe seguire gli stessi principi. Dobbiamo ricordare che l’uomo ha stravolto gli equilibri naturali ed è sua responsabilità mantenere la stabilità sottratta all’ambiente, alle piante e agli animali che vi abitano”. L’obiettivo è dare vita a momenti pubblici che mettano allo stesso tavolo associazioni, cittadini e amministrazioni, perché l’attenzione non si esaurisca in una sola data.
Centrale, nel disegno, è la formazione dei più giovani. Educare al rispetto della natura fin dall’infanzia, per Argentero, è il modo per costruire una cultura della responsabilità: “Prima della storia, della geografia, della matematica, noi viviamo in un ambiente: senza quell’ambiente, tutto il nostro sapere se ne va. La natura è viva, ci viviamo dentro, e ai ragazzi va insegnata fin da piccoli un’etica del rispetto”.
Più delicato il nodo della sterilizzazione, sul quale Argentero chiede di non equivocare. C'è chi teme, e in parte a ragione, che intervenire sulle nascite faccia sparire i gatti. "Sterilizzare senza criterio rischia davvero di estinguere la specie, ed è l'ultima cosa che vogliamo. Non è quello lo scopo. L’osservatorio serve a monitorare per poi stabilizzare, con colonie seguite nel tempo in cui qualcuno garantisce che i gatti continuino a vivere in condizioni dignitose". L’obiettivo è contenere i casi fuori controllo, prevenire epidemie e sofferenze, governare la riproduzione lì dove gli animali non hanno più né habitat naturale né predatori.
Argentero ricorda che un animale non è un giocattolo e, in alcuni paesi, regalarlo corrisponde a una sanzione: “Prenderlo è un impegno per la vita. Non ci si stanca dopo un mese e, anche quando si parte, una soluzione per affidarlo si trova sempre. Ai bambini, semmai, si regala un peluche". L'abbandono, vale la pena ricordarlo, è un reato”.
I tempi della burocrazia, troppo spesso, non assecondano i ritmi naturali, ma l’iniziativa in partenza nel biellese potrà garantire un presidio stabile e maggiore capacità d’intervento, oltre a un modello virtuoso da esportare dove richiesto.
























