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SPORT | 15 luglio 2018, 07:20

La boxe per i giovani? Un inno al “Mens sana in corpore sano”

La boxe per i giovani? Un inno al “Mens sana in corpore sano”

Alessandro Crisafulli, classe 1958, già pugile a livello professionista dal 1982 al 1988, ricopre diversi incarichi all’interno della FPI: Commissario di Riunione nelle attività AoB e Professionisti e Responsabile Regionale ed Arbitro Giudice nell’Attività Amatoriale “ Light boxe”.

Con la nascita dei circuiti regionali Criterium, istituiti dalla Federazione Pugilistica Italiana (FPI), Alessandro Crisafulli, insieme con il collega Domenico Bulone, sovrintende lo svolgimento delle dieci prove piemontesi quale Giudice.

Alessandro, grazie per aver accettato di dialogare con noi. Domanda tecnica in partenza: la differenza fra Arbitro/ Giudice e Commissario di Riunione?

Innanzitutto sono io che ringrazio “Newsbiella” per l’opportunità che mi dà di poter  chiarire ed approfondire argomenti tecnici e socioculturali inerenti il mondo pugilistico. Tornando alla domanda le tre figure sopra menzionate hanno compiti e responsabilità differenti. L’arbitro ha il compito di salvaguardare l’integrità fisica e psichica dell’atleta durante il match applicando le regole ed utilizzando comandi (stop, break, time e boxe). Il giudice ha il compito principale di valutare la tecnica applicata dall’atleta durante lo svolgimento del match e dare il proprio giudizio. Infine il commissario di riunione è l’unica autorità federale competente a dare ordini e direttive circa lo svolgimento della riunione di pugilato rispetto all’aspetto tecnico ed organizzativo. Queste tre figure sono indispensabili e si complimentano, rendendo possibile il corretto svolgimento della manifestazione sportiva pugilistica.

Alessandro, la sua carriera prima di pugile, poi di organo giudicante contempla un lasso di tempo che abbraccia gli ultimi 50 anni della Storia italiana. Ci fotografa il movimento pugilistico giovanile negli snodi di questo suo lungo percorso: anni Sessanta/Settanta, anni Ottanta/Novanta ed il Duemila?

In questi cinquant’anni la boxe è passata da sport esclusivamente maschile a misto per via dell’entrata nelle palestre del genere femminile ed anche del genere non conforme  (ovvero, persone che non si identificano in modo binario nel genere,  ruolo maschile o femminile). Una volta nelle palestre vi erano principalmente ragazzi di un ceto sociale medio basso proveniente dalle periferie e dal sud, che ricercavano attraverso la boxe un riscatto sociale, mentre oggi il livello è medio alto ed i ragazzi ricercano una preparazione fisica e di difesa personale.

Negli ultimi venti anni la Federazione Italiana Golf al suo interno ha compiuto un percorso, molto travagliato, puntando sulla “popolarizzazione” dello sport del golf al fine anche di incrementare il numero dei praticati con risvolti politici  importanti in termini di ripartizione del gettito Irpef che lo Stato destina allo sport dopo il fallimento del Concorso Totocalcio.  Alessandro, la FPI si è mai posta la questione con una prospettiva antitetica, diciamo di “imborghesimento”?

No, non mi risulta ad oggi, perché la boxe richiede grandi sacrifici e fa paura per i possibili traumi fisici da contatto durante il match. Tuttavia stiamo osservando, in anni recenti, una grande trasformazione socio-culturale per l’introduzione nel 2009, in Piemonte, della “boxe light” che, non prevedendo il contatto pieno, sta  avvicinando in termini amatoriali giovani di ogni genere appartenenti ad un livello sociale medio-alto come per esempio i frequentatori del Centro Universitario Sportivo (CUS).

Alessandro, scendiamo a terra. Nel valutare, tra l’altro in una frazione di tempo infima, l’approccio alla boxe di un pugile del Settore Giovanile a livello di Criterium (Cuccioli, Cangurini, Canguri ed Allievi), qual è la scala di valori fra tecnica, stile (se così si può dire) e grinta (cattiveria agonistica)? Questa scala è a discrezione del giudicante oppure costituisce una linea guida federale?

Nel giudicare seguiamo una Linea guida redatta dal regolamento del settore giovanile che considera tecnica, tattica e stile dell’atleta, il cui range va da 60 a 100 punti. E’ inevitabile che vi sia una componente soggettiva del giudice che risente del suo bagaglio formativo ed esperienziale. Penso che lo stile debba cavalcare la tecnica: più un pugile ha una buona tecnica e migliore sarà il suo stile.

Nell’opera di valutazione delle prove domenicali del Criterium lei è affiancato dal collega, signor Domenico Bulone, Arbitro Giudice nelle attività  AoB - Professionisti ed Amatoriale, nonché appunto Giudice nell’attività giovanile. Spieghi per favore l’importanza di un giudizio collegiale rispetto a quello monocrate.

Il giudizio collegiale permette maggior equità di valutazione perché, come anticipato, nel giudizio  vi è una componente soggettiva oltre che oggettiva.

A livello di Settore Giovanile dove il combattimento sul ring senza un contatto diretto non porta ad esiti diciamo “sul campo”, vi è una discrezionalità di giudizio da parte dei due  Giudici? In altre parole, può succedere talvolta che per una coppia di lavoro sul ring i Giudici “vedano” due diverse prove?

Purtroppo questo è possibile, perché dove non c’è il contatto fisico sono la tecnica e lo stile che devono essere premiati. Per ridurre la forbice di giudizio tra i giudici è necessaria una preparazione accurata degli stessi ed un’esperienza sul campo che attenui  la soggettività e potenzi la capacità di  valutare la tecnica e lo stile dell’atleta. Ritengo che aver praticato la boxe a livello professionistico mi faciliti questo compito.

Anche dalle sue valutazioni in termini di “voti” sui referti nelle prove del Criterium diciamo che per certi versi dipende talvolta l’approdo all’esperienza agonistica da parte del giovane pugile oppure l’abbandono. Lei come vive questa responsabilità?

Io credo di avere un’unica responsabilità che è quella di valutare l’atleta in termini quanto più possibili oggettivi, considerando tecnica-stile, e meritocratici. Sono consapevole che i fattori determinanti il futuro di un atleta sono molteplici: personalità, caratteristiche fisiche, costanza, passione, disciplina, capacità di sopportazione delle  frustrazione ed il saper fare sacrifici per ottenere i risultati  desiderati. Inoltre è fondamentale il ruolo del tecnico nell’insegnare la tecnica al proprio allievo e saperlo motivare. Ricordo che il successo affonda le radici nell’insuccesso, ovvero solo chi sa trarre insegnamenti dagli errori ed è in grado di  rialzarsi dalle sconfitte potrà diventare un vero campione.

Tante bambine, tante ragazze piemontesi praticano la boxe. In merito al tema dell’ingresso della donna nello sport del pugilato mi colpì la sua chiave di lettura storica legata diciamo al processo di emancipazione femminile. Può per favore riproporre questa visione alle lettrici ed ai lettori?

Penso che in una società civile che dà voce alla varianza di genere è naturale che anche il genere femminile possa esprimersi in ruoli che in passato erano riservati solo agli uomini. Per alcune ragazze è motivo di fierezza il potersi esprimere e raggiungere livelli tecnici considerati in passato esclusivamente appannaggio dei ragazzi; ciò è motivo di fierezza ed orgoglio con aumento della propria autostima femminile. Oggi le ragazze possono per molte ragioni avvicinarsi allo sport: per acquisire maggior sicurezza nella difesa personale anche contro il bullismo, per ottenere benessere psicofisico, o semplicemente per  passione nel praticare uno sport completo a livello fisico che ti permette di allenarti in individuale, ma anche di confrontarti con terzi. Ricordo che abbiamo avuto grandi campionesse come Simona Galassi, campionessa europea nel 2017 ed ai mondiali nel 2019; Stefania Bianchi, campionessa mondiale nel 2005. In ultimo Vittoria De Carlo, appartenente all’ “ASD Boxing DMS” di Pianezza, che dopo aver svolto l’esperienza giovanile tra il  2013 ed il 2017, è approdata al mondo pugilistico agonistico vincendo un secondo posto al Campionato mondiale Youth 2017.

Alessandro, da amante del pugilato, un messaggio alle famiglie biellesi, affinché prendano sempre più in considerazione per le loro figlie e per i loro figli l’avviamento al pugilato?

Ritengo la boxe uno sport completo in grado di fare acquisire disciplina e controllo della propria aggressività, pulsione insita in ciascuna persona e non sempre canalizzata nel miglior modo come testimoniano i mass media. A mio avviso la boxe può aiutare sin dall’età giovanile i nostri figli a riconoscere e  gestire la propria aggressività, canalizzandola verso obiettivi  ambiziosi e costruttivi per formare al meglio la loro personalità. Penso non solo come arbitro giudice, ma come ex pugile professionista, che la boxe non sia uno sport violento come comunemente le persone pensano,  ma sia una disciplina completa che ti forma psicologicamente prima ancora che fisicamente e t’insegna ad avere rispetto dell’avversario riconoscendo i tuoi limiti e la superiorità o inferiorità dell’altro: al termine del match, qualunque sia il verdetto, vi è un saluto ed abbraccio sportivo tra i due atleti.

Alessandro Crisafulli, Arbitro Giudice e Commissario di Riunione di pugilato. Il sogno nel cassetto?

Il mio sogno è che i mass media contribuiscano alla diffusione della Boxe nelle palestre per  avvicinare i giovani ed i meno giovani grazie alla boxe light, contribuendo a farla diventare uno sport sociale con carattere educativo. Desidererei che i giovani, spesso artefici o vittime di bullismo, avvicinandosi alla boxe sperimentino modi di esprimersi più costruttivi e favorenti il  loro sviluppo psicofisico nel rispetto delle regole e della disciplina.

Carlo Guglielminotti Bianco

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