Oggi martedì 28 aprile 𝐬𝐢 𝐜𝐞𝐥𝐞𝐛𝐫𝐚 𝐥𝐚 𝐆𝐢𝐨𝐫𝐧𝐚𝐭𝐚 𝐦𝐨𝐧𝐝𝐢𝐚𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐚 𝐬𝐚𝐥𝐮𝐭𝐞 𝐞 𝐥𝐚 𝐬𝐢𝐜𝐮𝐫𝐞𝐳𝐳𝐚 𝐬𝐮𝐥 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨, e in questa occasione ANMIL ha scelto di raccontare ciò che spesso non si dice: cosa si nasconde davvero dietro tante risposte di circostanza. Non solo infortuni. I rischi psicosociali derivanti da situazioni di instabilità e difficoltà nell’ambito della propria professione – siano queste di lieve o grave entità – minano decisivamente la salute e la sicurezza di lavoratori e luoghi di lavoro.
"I rischi psicosociali al centro della campagna dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro per questo 28 aprile sono temi fondamentali, che non possiamo permetterci di sottovalutare - dichiara il presidente Anmil Biella Mauro Lora Moretto -. Come Associazione Nazionale fra Lavoratori Mutilati e Invalidi del lavoro, sentiamo il dovere di porci una domanda cruciale: come possiamo promuovere il benessere psicosociale su larga scala in un Paese in cui il mobbing è amplificato dal lavoro su piattaforma e dal dominio degli algoritmi? Un Paese in cui crescono in modo allarmante i casi di burnout tra il personale sanitario, e dove, nel 2024, si è registrato un aumento significativo delle aggressioni sul posto di lavoro, spesso perpetrate da esterni e che colpiscono soprattutto le lavoratrici?".
La campagna ANMIL in occasione di questo 28 aprile è semplice ma diretta: parte da una domanda che tutti conosciamo, “come va al lavoro?”, e porta alla luce quelle risposte automatiche che diamo ogni giorno per evitare di affrontare i problemi reali. Dietro queste parole si può nascondere il lavoro sommerso, persone costrette a lavorare anche oltre i 70 anni, la fretta che aumenta il rischio di incidenti in itinere e molte altre criticità troppo spesso ignorate.
"La mancanza di benessere lavorativo è il riflesso di un disordine più ampio, quello del mondo in cui viviamo oggi - prosegue il presidente -. In Italia osserviamo un sistema che ha smesso di guardare alla collettività e che tende invece a isolare gli interessi di pochi. In questo contesto si inseriscono dinamiche ormai ricorrenti: incidenti e morti sul lavoro, alimentati da una logica in cui la tutela delle persone viene sacrificata in nome del profitto. A tutto ciò si aggiunge l’assenza di misure efficaci di controllo da parte delle istituzioni, accompagnata da una grave carenza di risorse destinate alla salute psicologica, soprattutto per i disturbi di media e grave entità. Eppure, la strada è chiara: investire in un lavoro regolare, stabile, adeguatamente retribuito e qualificante rappresenterebbe già un passo decisivo verso un reale benessere condiviso. Per questo riteniamo che il concetto, spesso abusato, di “cultura della sicurezza” debba andare di pari passo con una profonda rifondazione della “cultura del lavoro”".
Per il presidente Anmil Biella gli strumenti che hanno a disposizione come Ente del Terzo Settore sono limitati e spesso ostacolati da politiche restrittive. Ma questo non ha fermato, né fermerà, la determinazione di Anmil: "Di fronte all’insufficienza delle risposte istituzionali, il cambiamento deve partire da noi: da tutte e tutti coloro che non accettano più uno sfruttamento ormai normalizzato e che sentono l’urgenza di unirsi, fare squadra e sostenersi reciprocamente. E allora trasformiamo l’indignazione in azione, il dolore in responsabilità collettiva. Perché ogni numero ha un volto, ogni incidente ha una storia, e ogni vita spezzata chiama in causa tutti noi. Non possiamo più permetterci di essere spettatori. E finché anche un solo lavoratore sarà esposto, ferito o dimenticato, il nostro impegno non potrà dirsi concluso. Perché il lavoro deve garantire vita, non metterla a rischio. Sempre".





























