“La salute mentale riguarda tutti noi. Prendersene cura significa investire non solo nella salute delle singole persone ma anche nella qualità della vita dell'intera comunità”. Queste le parole del medico psichiatra, Carlo Ignazio Cattaneo, direttore della Psichiatria dell’ASL Biella da quasi 3 anni. Già responsabile della Struttura Semplice del Centro di Salute Mentale di Borgomanero, ha al suo attivo numerose docenze e pubblicazioni anche in ambito internazionale.
Innanzitutto, cosa si intende per disturbo mentale?
Quando parliamo di disturbo mentale ci riferiamo a una condizione clinica che altera in modo significativo il modo di pensare, di vivere le emozioni o di comportarsi. Non è una debolezza caratteriale, né una mancanza di volontà. È una condizione di salute che può interessare chiunque e che, come molte altre patologie, può essere riconosciuta e trattata. Tutti attraversiamo periodi di difficoltà, di stress o tristezza. La differenza è che, nel disturbo mentale, questi sintomi persistono nel tempo, tendono a peggiorare o comunque compromettono la vita quotidiana. Quando una persona fatica a lavorare, a studiare, a mantenere relazioni, oppure perde progressivamente interesse per ciò che prima faceva con piacere, è opportuno chiedere una valutazione.
Quali sono i tratti tipici del disturbo mentale e quali i segnali di disagio psicologico che vengono più frequentemente scambiati per semplici tratti del carattere o della personalità?
È una domanda che ci viene posta molto spesso. Nella pratica clinica capita di vedere persone che per mesi, talvolta per anni, attribuiscono il proprio disagio semplicemente al carattere o allo stress. Frasi come ‘sono sempre stato ansioso’, ‘sono fatto così’, ‘è solo un periodo’ possono ritardare la richiesta di aiuto. Un'eccessiva preoccupazione può nascondere un disturbo d'ansia; un perfezionismo esasperato può essere l'espressione di un disturbo ossessivo; una persistente riduzione della vitalità e progressivo isolamento possono rappresentare modalità con cui si manifesta una depressione. Il criterio fondamentale, però, non è il singolo sintomo, ma l'impatto sulla qualità della vita. Quando una caratteristica personale diventa fonte di sofferenza o limita la libertà della persona, è opportuno approfondire.
Quale tipo di persone colpisce?
Esistono alcune differenze ben documentate. Le donne presentano più frequentemente disturbi d'ansia e depressivi, mentre negli uomini osserviamo con maggiore frequenza disturbi correlati all'uso di sostanze e, soprattutto, una minore propensione a chiedere aiuto precocemente. Negli ultimi anni abbiamo inoltre assistito ad un progressivo abbassamento dell'età di esordio di molti disturbi. Adolescenza e prima età adulta rappresentano oggi fasi particolarmente delicate, nelle quali ansia, depressione e disagio psicologico possono manifestarsi con maggiore frequenza. Negli anziani, invece, assumono particolare rilievo la depressione associata alla solitudine, le problematiche cognitive e le conseguenze psicologiche delle malattie croniche.
Un recente studio pubblicato su The Lancet, documenta che i disturbi mentali sono raddoppiati dal 1990: quali sono i numeri nel Biellese? Si è assistito effettivamente ad un aumento?
Lo studio del "Global Burden of Disease", pubblicato su The Lancet, conferma un dato molto importante: a livello mondiale il numero di persone che convivono con un disturbo mentale è aumentato in modo significativo negli ultimi decenni. Questo incremento è legato sia alla crescita della popolazione sia a un aumento della prevalenza di alcuni disturbi, in particolare ansia e depressione. Per quanto riguarda il Biellese, non disponiamo di studi epidemiologici che consentano di affermare con precisione se la prevalenza dei disturbi mentali sia aumentata nella stessa misura. Quello che possiamo dire con certezza, sulla base dell'esperienza quotidiana dei nostri servizi, è che negli ultimi anni è cresciuta la domanda di assistenza e sono aumentate le richieste di valutazione e di presa in carico. Questo fenomeno, però, non va interpretato semplicemente come un aumento delle malattie. Le ragioni sono diverse. Innanzitutto oggi esiste una maggiore consapevolezza della salute mentale rispetto al passato: i cittadini parlano più facilmente del proprio disagio, i medici di medicina generale intercettano precocemente molti sintomi e lo stigma, pur non essendo scomparso, è meno forte rispetto a venti o trent'anni fa. Tutto questo porta all'emersione di situazioni che in passato spesso rimanevano sommerse. C'è poi un elemento demografico che nel Biellese ha un peso particolare: l'invecchiamento della popolazione. La nostra provincia presenta uno degli indici di vecchiaia più elevati del Piemonte e questo comporta un aumento dei bisogni assistenziali legati sia ai disturbi dell'umore nell'anziano sia alle patologie neurodegenerative con manifestazioni psichiatriche. Infine, non possiamo trascurare gli effetti della pandemia. Il Covid non ha creato i disturbi mentali, ma ha rappresentato un importante fattore di stress, soprattutto per adolescenti, giovani adulti e persone già vulnerabili, accelerando in molti casi la richiesta di aiuto. In definitiva, il dato che osserviamo nel Biellese è quello di una crescente domanda di salute mentale. È un fenomeno che riflette certamente un maggiore bisogno di cura, ma anche una buona notizia: sempre più persone riconoscono il proprio disagio e chiedono aiuto prima che la situazione diventi più grave. Questo ci consente di intervenire più precocemente e, nella maggior parte dei casi, con risultati migliori.
Quanto ha inciso il periodo del Covid in questo aumento?
La pandemia non ha creato i disturbi mentali ma ha rappresentato un importante fattore di stress per molte persone. L'isolamento, la perdita delle relazioni sociali, le difficoltà economiche e il timore per la salute hanno aggravato situazioni di vulnerabilità già presenti. Tra i giovani abbiamo osservato un aumento delle richieste di aiuto per disturbi d'ansia, depressione, disturbi del comportamento alimentare e comportamenti autolesivi. Negli adulti e negli anziani hanno pesato particolarmente la solitudine, l'incertezza e, in molti casi, l'elaborazione di lutti vissuti in condizioni estremamente difficili. Gli effetti di quel periodo sono ancora oggi visibili nella pratica clinica.
Come affrontare il disturbo mentale e quali i corretti comportamenti da seguire?
Il primo passo è evitare di affrontare il problema da soli. Parlarne con il proprio medico di medicina generale rappresenta spesso il modo migliore per iniziare un percorso di valutazione. Il medico conosce la storia clinica della persona e può orientare correttamente gli approfondimenti. Quando necessario, è possibile rivolgersi ai Centri di Salute Mentale del territorio, dove operano équipe multidisciplinari composte da psichiatri, psicologi, infermieri, assistenti sociali ed educatori. La presa in carico non riguarda soltanto la terapia farmacologica ma considera la persona nella sua complessità, tenendo conto anche degli aspetti familiari, lavorativi e sociali. È invece importante evitare l'automedicazione. L'assunzione di ansiolitici o altri farmaci senza indicazione medica può ritardare la diagnosi corretta e, in alcuni casi, creare ulteriori problemi.
Esistono aspetti dei disturbi mentali che il grande pubblico tende a ignorare perché non corrispondono all'immagine diffusa dai media?
Sì, e probabilmente è uno dei principali problemi con cui ci confrontiamo ogni giorno. I media tendono a raccontare soprattutto le situazioni più estreme, perché fanno notizia: la crisi acuta, il gesto eclatante, il fatto di cronaca. La realtà della salute mentale è invece molto diversa e molto più silenziosa. La maggior parte delle persone che soffrono di un disturbo mentale continua ad andare al lavoro, a prendersi cura della propria famiglia e a svolgere le normali attività quotidiane, spesso con un enorme sforzo che dall'esterno non si percepisce. Pensiamo a chi convive con una depressione importante e riesce comunque ad alzarsi ogni mattina, oppure a chi soffre di un disturbo d'ansia e affronta ogni giorno situazioni che per gli altri appaiono del tutto ordinarie. Un altro aspetto poco conosciuto è che il disagio psicologico raramente riguarda soltanto il paziente. Coinvolge l'intera famiglia, modifica gli equilibri relazionali e può avere ripercussioni sul lavoro, sulla scuola e sulla vita sociale. Per questo oggi la presa in carico non può limitarsi alla prescrizione di una terapia ma deve considerare la persona nel suo contesto di vita. Negli ultimi anni è cresciuta fortunatamente la sensibilità verso questi temi, ma c'è ancora molta strada da fare per superare una rappresentazione della malattia mentale che spesso è incompleta o stereotipata.
Se potesse sfatare un solo mito sui disturbi mentali che continua a influenzare l'opinione pubblica, quale sceglierebbe e perché?
Credo sceglierei l'idea che chi soffre di un disturbo mentale sia inevitabilmente pericoloso oppure destinato a non guarire. È un pregiudizio che continua a influenzare profondamente la vita delle persone e che, in molti casi, ritarda la richiesta di aiuto. La paura di essere giudicati porta ancora oggi molti pazienti a nascondere il proprio disagio o a rivolgersi ai servizi solo quando la situazione è diventata molto più complessa. La realtà è diversa. La grande maggioranza delle persone con un disturbo mentale non è affatto pericolosa. Al contrario, è molto più frequente che siano loro a vivere una condizione di fragilità e di sofferenza. L'equivalenza comportamento disturbante e violento è ‘psichiatrico’ deve essere decostruita. Inoltre, oggi disponiamo di trattamenti farmacologici, psicoterapeutici e riabilitativi sempre più efficaci. Molti disturbi possono essere curati con successo e, anche quando non è possibile parlare di guarigione completa, è spesso possibile ottenere un significativo recupero della qualità di vita, dell'autonomia e del funzionamento sociale. Il messaggio che vorrei trasmettere è semplice: chiedere aiuto non è un segno di debolezza ma il primo passo verso la cura. Così come nessuno si vergogna di rivolgersi a uno specialista per una malattia cardiaca o endocrinologica, dovremmo arrivare a considerare del tutto naturale chiedere un supporto quando il problema riguarda la salute mentale.
Infine, quale ruolo possono avere scuole, aziende e comunità locali nella prevenzione dei disturbi mentali prima che diventino gravi?
La salute mentale non può essere affidata esclusivamente ai servizi sanitari. La scuola rappresenta un contesto fondamentale per riconoscere precocemente il disagio e promuovere competenze emotive nei ragazzi. Anche il mondo del lavoro può svolgere un ruolo importante, favorendo ambienti organizzativi sani e prestando attenzione ai segnali di disagio dei propri lavoratori. Infine, una comunità capace di mantenere vive le reti sociali, il volontariato e l'associazionismo rappresenta un importante fattore di protezione, soprattutto per le persone più fragili e gli anziani.
























