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Music Cafè | 23 maggio 2026, 07:10

Riascoltati per voi: Rush – 2112 (1976)

“2112”, non è un album “facile”, ma è un disco onesto, coraggioso

Riascoltati per voi: Rush – 2112 (1976)

Riascoltati per voi: Rush – 2112 (1976)

La scorsa settimana eravamo rimasti immersi nel buio elegante e nervoso di “Post Pop Depression”: un disco del 2016 che raccontava un Iggy Pop anziano ma lucidissimo. Oggi facciamo un salto all’indietro di cinquant’anni esatti, ma il filo non si spezza. Cambia l’energia, cambia il linguaggio, cambia persino l’ambizione, ma resta intatta la stessa urgenza: usare il rock per dire qualcosa che va oltre la canzone. Se “Post Pop Depression” era il racconto disilluso di un uomo solo di fronte al mondo, “2112” è l’atto di ribellione di tre musicisti che, nel 1976, decidono di sfidare il sistema, le mode, l’industria e persino il concetto stesso di successo. Benvenuti al ventunesimo appuntamento con “Riascoltati per voi”.

Quando “2112” esce nel 1976, i Rush non sono una band all’apice del successo. Anzi. Arrivano da un disco precedente accolto tiepidamente (“Caress of Steel”). La loro casa discografica spinge per un suono più commerciale e il rischio di sparire nel mare del rock di metà anni Settanta è concreto. La risposta della band canadese è tutto fuorché prudente: un disco radicale, ambizioso, costruito attorno a una lunga suite fantascientifica che occupa l’intera prima facciata del vinile. Una scelta che oggi suona leggendaria, ma che all’epoca era un azzardo vero.

“2112” non è solo il brano simbolo del disco, ma uno dei manifesti assoluti del progressive rock anni ’70; il lato B del vinile, cambia volto ma non perde coerenza. Canzoni come “A Passage to Bangkok”, più leggera e immediata, ma fondamentale per equilibrare la densità della suite, oppure “Something for Nothing” è il classico finale potente che sintetizza l’etica della band.

Riascoltato oggi, “2112” non è solo un caposaldo del rock progressivo o dell’hard rock degli anni Settanta, bensì è un disco che parla di libertà artistica, di resistenza, di scelta. È il momento in cui i Rush decidono chi vogliono essere, accettando il rischio di fallire pur di non snaturarsi. Ed è forse per questo che, a distanza di cinquant’anni, suona ancora così vivo, così necessario.

“2112”, non è un album “facile”, ma è un disco onesto, coraggioso, figlio di un’epoca in cui il rock poteva ancora permettersi di essere ambizioso senza chiedere scusa.  Questo è un LP che non chiede di essere capito subito. Chiede solo una cosa, oggi come nel 1976: di essere ascoltato davvero.

I miei brani preferiti sono: “2112”, “A Passage to Bangkok “, “The Twilight Zone “, “Lessons” e “Something for Nothing”.

Voto: 9,5

Tracce:

1)  2112 – 20:34

I. Overture – 4:32

II. The Temples of Syrinx – 2:13

III. Discovery – 3:29

IV. Presentation – 3:42

V. Oracle: The Dream – 2:00

VI. Soliloquy – 2:21

VII. Grand Finale – 2:14

2) A Passage to Bangkok – 3:34

3) The Twilight Zone – 3:17

4) Lessons – 3:51

5) Tears – 3:31

6) Something for Nothing – 3:59

Durata: 39 minuti.

Formazione:

- Geddy Lee – basso, voce

- Alex Lifeson – chitarra

- Neil Peart – batteria, percussioni

Dopo aver ascoltato le ultime note, ci congediamo da “2112” dei Rush, il disco che per questa settimana è stato la nostra macchina del tempo. Questo nostro viaggio non è mai statico; ogni riascolto svela una nuova strada, un nuovo dettaglio nascosto che merita di essere visitato. Fatemi sapere le vostre impressioni, i vostri ricordi e le vostre riflessioni.

Grazie per aver condiviso la rotta anche questa settimana, il prossimo vinile è già sul piatto. A presto!

Andrea Battagin

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