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COSTUME E SOCIETÀ | 27 aprile 2026, 07:00

Biella celebra “su Populu sardu”: memoria, identità e futuro condiviso

Dalla rivolta dei Vespri sardi all’impegno delle comunità emigrate: il contributo di un popolo che continua a costruire l’Italia

Gigantografia di migranti esposta sui muri demaniali di Pettinengo e tulipani coltivati dai richiedenti asilo dell’Associazione Pacefuturo, distribuiti da Piccola Fata in occasione del 25 aprile 2026 (foto M. Rebuffa).

Gigantografia di migranti esposta sui muri demaniali di Pettinengo e tulipani coltivati dai richiedenti asilo dell’Associazione Pacefuturo, distribuiti da Piccola Fata in occasione del 25 aprile 2026 (foto M. Rebuffa).

Martedì 28 aprile 2026, a Biella, la memoria si fa presenza e rito condiviso. La festa di “su Populu sardu”, istituita dal Consiglio Regionale della Sardegna con la legge n. 44 del 14 settembre 1993, torna a vivere lontano dall’Isola, in una terra che da tempo accoglie e custodisce la storia dell’emigrazione sarda. È un filo teso tra Nord e Mediterraneo, tra passato e presente, tra radici e futuro.

Nell’area monumentale del “Nuraghe Chervu”, in via Lago Maggiore, l’alzabandiera – curato dal Nucleo biellese dell’Associazione Nazionale Brigata “Sassari”, intitolato a Emilio Lussu – assume il valore di un gesto corale, in ideale sintonia con le celebrazioni che, nello stesso momento, si svolgono in Sardegna. È il simbolo di una comunità che, pur lontana geograficamente, resta unita nella coscienza e nella storia.

La ricorrenza affonda le sue radici nel triennio rivoluzionario del 1793-1795, quando la Sardegna visse una stagione di rivendicazione e dignità, ricordata come i “Vespri sardi”. Al centro di quegli eventi, la cacciata da Cagliari del viceré Vincenzo Balbiano, espressione di un potere distante e incapace di ascolto. A guidare le istanze degli Stamenti – l’antico Parlamento del Regno – fu la delegazione capeggiata da Giovanni Maria Angioy, interprete di richieste lucide e profondamente moderne.

Si chiedeva che i Sardi potessero accedere alle cariche civili e militari della propria terra, che le Corti fossero convocate con regolarità, che venissero rispettate le leggi e le consuetudini del Regno, il “su Connottu”. Si auspicava un Consiglio di Stato a Cagliari e un ministero dedicato agli affari sardi a Torino. Non era soltanto protesta: era la ricerca di equilibrio tra autonomia e appartenenza, tra identità e partecipazione.

A rafforzare quella coscienza fu anche il recente ricordo dell’eroica difesa dell’isola. Nel febbraio 1793, nelle acque della Maddalena, Domenico Millelire respinse il tentativo di invasione francese, costringendo alla ritirata un giovane Napoleone Bonaparte. Con intuizione e coraggio, trasformò una situazione critica in una vittoria destinata a entrare nella storia, guadagnando la prima medaglia d’oro al valor militare del Regno di Sardegna divenuta la prima dell’attuale Marina Militare Italiana. Anche a Cagliari, sotto il fuoco delle navi francesi, il popolo seppe resistere, alimentando il sentimento di un diritto negato: quello di contare nel proprio destino.

Da quella stagione nasce un orgoglio che non si esaurisce nei confini dell’Isola, ma si diffonde lungo le rotte dell’emigrazione. I Sardi che hanno lasciato la loro terra, come quelli che a Biella hanno costruito comunità operose e solidali, hanno portato con sé lingua, cultura e valori, contribuendo in modo concreto allo sviluppo dell’Italia contemporanea. Accanto a loro, i Sardi rimasti nell’Isola hanno custodito e rinnovato tradizioni, economie e saperi, mantenendo vivo il legame con una identità antica e dinamica.

Le associazioni dei Sardi nel mondo – come testimonia anche l’esperienza di Su Nuraghe – sono molto più che luoghi di ritrovo: rappresentano presìdi culturali, laboratori di memoria e integrazione, dove l’appartenenza si trasforma in dialogo e crescita condivisa. In queste realtà, la Sardegna continua a parlare, a raccontarsi, a generare futuro.

Così, a Biella, la celebrazione di “su Populu sardu” si fa riconoscimento e consapevolezza. Non solo ricordo di un passato spesso trascurato, ma affermazione di un contributo vivo, concreto, quotidiano. Un popolo che ha saputo attraversare il tempo e lo spazio senza smarrire se stesso, diventando parte integrante della storia italiana.

E nel gesto solenne della bandiera che si innalza, si riflette un messaggio semplice e profondo: l’identità non divide, ma unisce. È una radice che si espande, capace di nutrire ogni terra che incontra.

C.S. Battista Saiu, Su Nuraghe

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