“Sono solo un…”
“Ho una mia opinione vorrei dirla sento che quella giusta e devo tacere perché “sono solo un …”
“Sono solo un bambino/a…”
“Sono solo un ragazzo/a …”
“Sono solo un…”
“Sono solo …” due parole all’apparenza insignificanti, che in realtà diventano pericolosissime per noi, per la nostra autostima e per la nostra vita.
Crescendo sarò sempre e “solo un…” qualcuno, il mio cervello (la Pnl insegna) si sarà abituato a mettere queste due semplici paroline davanti ai pensieri e alle azioni.
Queste due parole agiranno come ganasce alle ruote della nostra vita e a quella di chi ci sta attorno. Prova a pensare a quante volte di dici o ti hanno detto questa frase. Pensa ai bambini, quante volte ai sentito dire dire da un adulto: “sei solo un bambino/a” e a quante volte sentiamo dire dai bambini: “Tanto sono solo un bambino/a”. Pensa a quante volte lo hanno detto a noi per “tenerci buone” per farci accontentare o forse renderci un pochino succubi.
Questo può succedere per tutti gli ambiti della nostra vita o solo in alcuni.
Pian piano ci annulliamo in tante piccole e grandi cose, ci abituiamo a non essere ascoltati e a credere che quello che pensiamo non valga niente, ci abituiamo a non essere ascoltati.
La nostra necessità di “Essere” aumenta e il nostro bisogno di essere ascoltati si moltiplica … ma “siamo solo …”.
Questo costrutto mentale è uno dei più difficili da elaborare per chi vuole stare meglio, per sentirsi meno pesanti, lo vedo quando accompagno le persone nei percorsi di coaching.
Il primo passo è quello di cominciare a togliere la parola “solo” quando parliamo e quando pensiamo. Facciamoci ascoltare con gentilezza e rispetto, ma facciamoci ascoltare. Quando incontriamo un bambino/a, una persona ascoltiamola e ricordiamoci che “non è solo…” in questo modo regaleremo un sorriso a lei, a noi e le cambieremo un pochino la sua vita.



















