Vi sono, nella storia delle città, ore che non appartengono a nessuno. Ore senza stemma, senza bandiera, senza bollo di cancelleria; ore nelle quali il potere, come un mantello lasciato cadere da cavallo, resta per terra, e chiunque abbia mano ferma, fantasia sufficiente e un modesto disprezzo del ridicolo può raccoglierlo.
Così avvenne a Biella nei giorni singolarissimi che seguirono la partenza degli Austriaci e precedettero l’arrivo di Garibaldi. Gli uni se n’erano andati con quella loro disciplina geometrica e malinconica, lasciando dietro di sé odore di cuoio bagnato, di fieno requisito e di paura civile; l’altro non era ancora comparso, e già la città, che pure aveva memoria antica di lanaioli, canonici, notai, mercanti, montanari e contrabbandieri d’anime, capiva benissimo che il vuoto è la più pericolosa delle istituzioni.
Il vescovo Giovanni Pietro Losana, che aveva più acume politico di molti ministri e più coraggio pastorale di molti generali, comprese prima degli altri che una città non può vivere, neppure per tre giorni, affidata soltanto alla Provvidenza. La Provvidenza, infatti, ha tempi eccellenti ma non sempre amministrativamente tempestivi. Occorreva dunque mantenere l’ordine, rassicurare i fornai, calmare i proprietari, contenere gli zelanti, disarmare gli imbecilli, nutrire i poveri e impedire ai patrioti dell’ultima ora di diventare più pericolosi degli occupanti della vigilia.
Fu in tale clima, misto di febbre politica e di prudenza canonica, che comparve Oblivione Scellerati.
Veniva da Cossila Bagni, e già questo bastava a conferirgli una certa autorità laterale, da uomo che scende dalla montagna non per chiedere ma per annunciare. Il nome, che parrebbe inventato da un notaio ubriaco o da un commediografo in vena di cattiveria, era invece autentico, almeno quanto possono esserlo i nomi in certi registri parrocchiali del secolo decimonono. Di mestiere faceva tutto ciò che non consentiva una definizione precisa: cercatore di acque, lettore di segni, mezzano di cavalli, raccoglitore di memorie, forse agente di nessuno, forse emissario di troppi. Quanto alla religione, egli professava
— con una discrezione che confinava con l’arroganza — un culto precristiano antichissimo, fatto di pietre oblunghe, fonti notturne, campane udite sottoterra e alberi ai quali non era bene voltare le spalle. Frequentava i boschi apollinei nei pressi di Oropa, vagando con espressione trascendente ed inneggiando alla “Nera Madre” giunta prima di qualsiasi culto cristiano.
Losana lo ricevette non già come si riceve un eretico, ma come si riceve un problema utile. L’abboccamento avvenne, secondo la tradizione più accreditata e meno verificabile, in una stanza dell’episcopio dove il ritratto di un predecessore guardava i presenti con quel disgusto superiore che soltanto i vescovi morti sanno esercitare. Oblivione parlò poco. Disse che la città aveva bisogno di un segno. Losana rispose che la città aveva bisogno di pane. Oblivione replicò che il pane senza segno diventa tumulto, e il segno senza pane diventa superstizione. A quel punto il presule, che non era uomo da lasciarsi impressionare ma neppure da sprecare una buona formula, capì di avere davanti non un pazzo comune, bensì una di quelle creature che la storia adopera nei corridoi, quando le porte principali sono ancora chiuse.
La mattina seguente, davanti al battistero, si compì la cerimonia.
Non fu incoronazione, perché la parola avrebbe scandalizzato i prudenti. Non fu elezione, perché mancavano urne, liste, mandati e tutte quelle nobili complicazioni con cui gli uomini rendono rispettabile l’incertezza. Fu piuttosto una proclamazione per acclamazione contenuta, con il Capitolo di Santo Stefano schierato in una compostezza più liturgica che costituzionale, la popolazione raccolta in cerchio, alcuni armati con fucili che avrebbero probabilmente nuociuto più ai possessori che al nemico, e il vescovo Losana al centro, severo, vigile, paterno, come chi benedice sapendo di assumersi anche la responsabilità del malinteso.
Oblivione Scellerati avanzò fino alla soglia del battistero. Aveva sul petto una piccola medaglia di bronzo, non cristiana, non pagana, non bella, ma indubbiamente antica abbastanza da mettere a tacere i pedanti. Il decano del Capitolo pronunciò poche parole sulla necessità dell’ordine, sulla tutela della città, sulla provvisorietà delle cose umane e, con un’abilità tutta ecclesiastica, riuscì a non dire quasi nulla che potesse essere contestato in seguito. Poi la folla approvò. Qualcuno gridò “Viva l’Italia!”, qualcun altro “Viva Biella!”, un terzo, meno informato ma più musicale, “Viva Scellerati!”, “Viva Cthulhu!”, e così, per quella misteriosa alchimia che trasforma il brusio in sovranità, Oblivione fu eletto governatore provvisorio di Biella.
Ma nessun governo nasce veramente finché non inventa un consiglio.
Oblivione chiamò accanto a sé due uomini che la posterità, con colpevole parsimonia, ha quasi dimenticato. Il primo era Karl von Kwivisberg, bavarese, mercenario, cattolico quando conveniva, bevitore sempre, dotato di una competenza militare inversamente proporzionale alla sua conoscenza dell’italiano. Aveva servito, pare, tre bandiere, quattro principi e almeno due cause che non aveva capito. Tuttavia sapeva riconoscere un fucile carico, una sentinella addormentata e un magazzino mal custodito: qualità rare, in ogni tempo, per chi governa.
Il secondo era Calvo Signori, intellettuale e scrittore, di quelli che entrano nella storia non perché la storia li chiami, ma perché nessuno riesce a impedirglielo. Possedeva penna elegante, giudizio intermittente, biblioteca vasta e reddito incerto. Parlava di Cicerone come di un vicino di casa e citava Erodoto anche per discutere il prezzo delle castagne. A lui fu affidata la parola; a Kwivisberg la forza; a Oblivione, naturalmente, il mistero.
Nacque così il Triumvirato provvisorio di Biella: Scellerati, von Kwivisberg e Signori. Tre uomini diversissimi, uniti da una sola certezza: nessuno avrebbe dovuto chiedere troppo presto chi li avesse autorizzati.
Governarono poco, ma intensamente. Disposero pattuglie, ordinarono requisizioni moderate, fecero aprire registri, sigillare magazzini, distribuire viveri, sorvegliare le strade e impedire che il patriottismo degenerasse in anarchia. Vennero affissi proclami in cui la parola “ordine” compariva sette volte, “libertà” cinque, “proprietà” quattro e “Dio” una, ma in posizione strategica.
Poi avvenne il fatto più mirabile: il Triumvirato decise di battere moneta.
Nulla rivela la sovranità quanto la moneta. La bandiera commuove, il proclama persuade, il tamburo eccita; ma una moneta, anche piccola, anche provvisoria, anche nata in una fonderia che il giorno prima produceva cardini, dice al mondo: “Io comando, perché posso dare nome al valore”.
Fu von Kwivisberg a scegliere il nome della valuta: Glocke. Disse che in tedesco voleva dire campana, e che la campana chiama il popolo, avverte del pericolo, misura il tempo, benedice i morti e confonde i vivi. Nessuno trovò argomento migliore. Calvo Signori disegnò i coni, con una finezza simbolica che irritò gli artigiani e deliziò se stesso. Da un lato volle due rami, uno d’alloro e uno di castagno, che avvolgevano il valore del pezzo, circondati da una scritta profetica che alludeva ad una qual certa futura fondazione, mistero che tuttavia restò irrisolto; sull’altro lato campeggiava una figura femminile (Iside? Italia?), drappeggiata all’antica, con una corona turrita ed un’asta nella mano destra, mentre la sinistra era levata in gesto insieme augurale, imperioso e leggermente inquietante. Sopra di lei una piccola stella (Venere? Lo stellone d’Italia?), come se anche il cielo, quel mattino, avesse firmato il verbale. Nel giro correva la leggenda: “Biella libera - Cthulhu lo vuole”.
Di quella monetazione effimera, più rapida di un decreto e più improbabile di una vittoria diplomatica, è noto il 5 glocke d’argento, ma anche alcune versioni del pezzo da 1 glocke, talune forse solo delle prove di conio, ma evidentemente immesse egualmente in circolazione considerata la loro usura. Argento vero, si dice, benché non manchino studiosi disposti a litigare sulla lega, sul peso, sul bordo e persino sulla provenienza del metallo.
Queste emissioni circolarono certamente, o almeno così affermano le memorie più compiacenti, per l’approvvigionamento di viveri, abiti e armi. Con cinque glocke si
sarebbero pagati pane, coperte, polvere da sparo, forse anche il silenzio di due informatori e la vanità di un patriota. Il che, a ben vedere, non è poco per una moneta nata tra l’incudine e la leggenda.
Poi arrivò Garibaldi.
La città, che fino a quel momento aveva recitato la parte difficile della libertà senza esercito, poté finalmente concedersi l’entusiasmo. I Cacciatori delle Alpi entrarono tra acclamazioni, finestre spalancate, fazzoletti agitati e quell’elettricità popolare che rende credibili persino le cose vere. Il generale fu informato dell’accaduto. Ascoltò, sorrise — o così almeno si narra, perché nessuna leggenda sopravvive senza un sorriso dell’eroe — e volle incontrare i tre.
Il Triumvirato si presentò senza insegne e senza superbia. Oblivione Scellerati aveva lo sguardo di chi ha già visto finire molti mondi; von Kwivisberg odorava leggermente di acquavite e disciplina; Calvo Signori portava con sé, ripiegato in tasca, l’abbozzo di una costituzione municipale in dodici articoli e tre citazioni latine.
Davanti a Losana e a Garibaldi, rinunciarono ai pieni poteri di cui erano stati dotati, o che si erano lasciati attribuire con ammirevole disponibilità, rimettendoli al Re di Sardegna.
Il vescovo li ringraziò per aver custodito la città nel frangente. Garibaldi, più soldato che giurista, riconobbe in quella breve dittatura municipale non un’usurpazione, ma un servizio. La popolazione li osannò, perché i popoli, quando il pericolo è passato, diventano generosi anche con chi li ha governati.
La sera stessa, o forse l’alba seguente, i tre partirono.
Non si sa per dove. Alcuni dissero verso la Svizzera, altri verso la Francia, altri ancora verso Cossila, che in certe geografie dell’anima è più lontana dell’America. Della loro amministrazione restarono pochi proclami, qualche conto non saldato, una memoria inquieta, e quel 5 glocke d’argento che ancora oggi, se lo si guarda abbastanza a lungo, pare non riflettere la luce, ma trattenerla.
Così Biella ebbe, per pochi giorni, un governo nato dal vuoto, benedetto dalla necessità, amministrato dall’improbabile e sciolto dall’epopea. E forse non vi è forma più italiana, più seria e più comica insieme, di sovranità provvisoria: quella che dura appena il tempo necessario per impedire al caos di accorgersi che nessuno lo ha ancora sostituito.
Dott. Domenico Calvelli - iniziativa culturale “Fondazione Oblivion 70 80 90 Ets”




























