“A Biella non c’è mai niente” è una delle frasi più resistenti del patrimonio immateriale locale. Si tramanda con una certa fierezza, come una ricetta di famiglia o un modo di dire dialettale, anche quando basta voltarsi per ritrovarsi immersi da locandine, appuntamenti, rassegne, concerti, incontri, feste, mostre e iniziative sparse su tutto il territorio.
Al biellese medio manca la voglia, la curiosità... o più semplicemente è il desiderio di lamentarsi che prevale.
Un tempo piccoli paesi, sale, cortili, piazze, circoli e spazi culturali sono stati spesso capaci di richiamare pubblico anche da fuori provincia. Gli appuntamenti erano meno numerosi e forse proprio per questo apparivano più riconoscibili, più attesi e più partecipati. Oggi il calendario è più fitto, ma lo sguardo è più distratto. Si attraversano settimane piene di proposte e le locandine diventano un singolo elemento di una tappezzeria che ricopre i cartelloni. Oggi c'è molto tempo per annoiarsi e le occasioni per lamentarsi sono altrettante: strade chiuse, baccano alla sera e qualche residuo per strada il giorno seguente.
La noia di un tempo lasciava spazio all’invenzione, oggi è un pretesto per potersi adagiare. Biella non è Torino, Milano o Roma. Non ha la densità, il traffico e l’offerta continua delle grandi città. Ma non ha nemmeno solo cemento, caldo soffocante e orizzonti chiusi. Ha montagne a pochi minuti, paesi vivi in diverse occasioni, spazi verdi, iniziative diffuse e quella dimensione intermedia che molti, da fuori, guardano con interesse proprio perché non coincide con il caos metropolitano.
“A Biella non c’è mai niente”, anche quando la città si riempie di eventi e fuori dall’Italia se ne riconosce il valore.























