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COSTUME E SOCIETÀ | 14 maggio 2026, 08:30

L'anno in cui Angelo conobbe suo padre, storia e memoria raccontate da Maura Hary

L'anno in cui Angelo conobbe suo padre, storia e memoria raccontate da Maura Hary

L'anno in cui Angelo conobbe suo padre, storia e memoria raccontate da Maura Hary

"L'anno in cui Angelo conobbe suo padre" di Maura Hary prende forma tra la Prima e la Seconda Guerra d’Indipendenza, mentre l’Italia non è ancora una nazione compiuta e il futuro resta un’ipotesi fragile, affidata alla memoria e alla pazienza. In questo tempo sospeso cresce Angelo, un bambino di dieci anni che vive con la madre e la nonna in una valle piemontese, ai margini della grande Storia, eppure profondamente attraversato da essa. 

Il padre di Angelo, partito soldato dell’esercito sardo-piemontese a combattere contro l’Austria, animato dalla speranza di contribuire all’indipendenza e all’unità della penisola, è morto quando lui era appena nato. La sua morte si colloca all’indomani della Prima Guerra d’Indipendenza, quando l’entusiasmo iniziale lascia spazio alla delusione, e il sogno nazionale sembra allontanarsi. È in questo clima di attesa, di ferita non rimarginata, che Angelo cresce come figlio di una guerra perduta e, inconsapevolmente, di una guerra futura. L’anno in cui Angelo conobbe suo padre è un romanzo di formazione che intreccia in modo intimo la crescita individuale e quella collettiva. 

Angelo impara a conoscere il padre non tramite la presenza, ma attraverso il racconto, le lettere dal fronte, i silenzi degli adulti e il peso di una scelta compiuta in nome di un ideale più grande. Quelle lettere–documenti autentici appartenenti alla famiglia dell’autrice – restituiscono la guerra nella sua dimensione più vera, non quella delle strategie e delle vittorie, ma quella dell’attesa, della paura e della speranza ostinata di chi scrive senza sapere se tornerà. Sul piano storico, il romanzo si muove con rigore e delicatezza lungo gli eventi che segnano il Piemonte e il Regno di Sardegna dalla presa di Milano fino alla sconfitta di Novara, per poi aprirsi a quel periodo di riflessione forzata che precede la Seconda Guerra d’Indipendenza. La Storia, qui, non è mai sfondo neutro: è una presenza che incide sulle vite, sui destini familiari, sulle aspettative di una generazione cresciuta tra ciò che non ha funzionato e ciò che ancora potrebbe accadere. 

Accanto alla dimensione storica, il romanzo offre un ritratto vivido della vita nelle valli alpine piemontesi, in particolare della Valle Cervo.  Le stagioni, i lavori dei campi, le tradizioni comunitarie scandiscono l’anno e forniscono ad Angelo una struttura solida entro cui crescere. Mentre la Storia nazionale resta incompiuta, la vita valligiana procede secondo un ordine antico, fatto di gesti ripetuti, di solidarietà e di resistenza silenziosa. In questo senso, il romanzo può essere letto anche come una testimonianza narrativa del mondo montano, in cui le esperienze quotidiane, le tradizioni e l’immaginario collettivo si intrecciano in modo naturale al racconto. Le stagioni scandiscono il tempo più delle date ufficiali; i lavori agricoli, l’allevamento e il rapporto con la natura disegnano un ordine antico e resistente. Accanto alla realtà concreta, sopravvive un universo simbolico fatto di masche, animali fantastici e presenze notturne, racconti tramandati oralmente che aiutano la comunità a dare un senso all’ignoto, alla paura e alla morte. 

Questo patrimonio di credenze non ha nulla di folkloristico: è parte viva di una cultura che educa, protegge e tramanda sé stessa attraverso la parola e la memoria. Per il tono e per l’attenzione ai sentimenti educativi, il romanzo può richiamare Cuore di Edmondo De Amicis, ma se ne distanzia per il linguaggio limpido e misurato dell’autrice, capace di unire sensibilità narrativa e rigore storico senza mai scivolare nella retorica. Qui non c’è enfasi patriottica, bensì una riflessione pacata su cosa significhi ereditare un ideale senza aver scelto di combattere per esso. Angelo non diventa adulto attraverso l’eroismo, ma attraverso la comprensione: del sacrificio del padre, della fragilità degli uomini, della lentezza con cui la Storia cambia davvero. In questo senso, il romanzo racconta una doppia formazione: quella di un bambino e quella di un Paese. Entrambi crescono tra due guerre, entrambi imparano che l’identità non nasce dalle vittorie immediate, ma dalla capacità di custodire la memoria e di attraversare il tempo dell’attesa senza smarrirsi.

Il libro sarà presentato venerdì nella libreria Giovannacci di via Italia, alle 18. Dialogherà con l'autrice, il giornalista Paolo La Bua.

Redazione g. c.

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