Accade raramente che un concerto proponga qualcosa di davvero insolito. Giovedì 26 febbraio, alle 18.30, il Circolo Sociale di Biella ospita uno di questi eventi: Otto melologhi sulla bellezza e sulla morte, musiche di Harry Stanley Hawley, con Alessandro Macchia alla voce narrante e Alessandra Gallo al pianoforte.
Vi sono figure nella storia della musica che sembrano aver scelto deliberatamente il margine, non per difetto di talento ma per una vocazione alla penombra. Hawley è una di queste: compositore che la storiografia ufficiale ha troppo frettolosamente archiviato tra i minori dell'epoca vittoriana, salvo poi ritrovarlo — ogni volta che si ha la pazienza di riaprire le partiture — dotato di una sensibilità poetica che smentisce qualsiasi liquidazione sommaria.
Il formato che egli privilegiò — voce narrante e pianoforte, senza la mediazione del canto — è uno dei più antichi e insieme più moderni nella storia della performance. Definito "melodramma" già dai tempi di Monteverdi e poi di Rousseau, riconosciuto da Mozart e Beethoven, consacrato nel tardo romanticismo da Schumann e Liszt, questo genere trova in Hawley un interprete raffinato. Nei suoi lavori il pianoforte non accompagna semplicemente: pensa, risponde, contraddice e anticipa la parola declamata.
I testi scelti disegnano una vera architettura drammaturgica. Si apre con John Davidson, voce tormentata dei Yellow Nineties britannici, che si tolse la vita gettandosi in mare nel 1909: il suo testo non è esercizio letterario, ma autobiografia visionaria. Si prosegue con Lizette Woodworth Reese, poetessa americana ingiustamente dimenticata, per la quale la morte è presenza quasi domestica, soglia da riconoscere con saggezza più che con terrore.
Il cuore pulsante della serata è Edgar Allan Poe, presente con tre testi: Le Campane, Lenore e Il Corvo. Poe teorizzò che ogni effetto emotivo discende da precise scelte di ritmo e ripetizione. Il fatale "Nevermore" da risposta casuale di un uccello diventa sentenza cosmica, mentre il pianoforte rarefà progressivamente la sua voce fino al silenzio — come un'ultima speranza che si spegne. Completano il programma Ella Wheeler Wilcox, che in Uno di noi due constata con lucidità chirurgica che uno degli amanti sopravviverà all'altro — non piange, osserva — l'antica ballata scozzese di Helen, che porta la morte non come simbolo ma come fatto grezzo, e George Whyte-Melville, morto cadendo da cavallo durante una caccia, quasi conferendo alla propria vita la coerenza di una ballata.
Hawley comprese che parola e musica — non fondendosi ma mantenendo ciascuna la propria identità — generano qualcosa di più vulnerabile e più vero di quanto ciascuna potrebbe produrre da sola. La morte, in questi otto testi, non è una risposta. È la domanda che rende urgente ogni parola pronunciata prima che il silenzio arrivi. E il silenzio, naturalmente, è sempre l'ultima nota.




















