Il recente declassamento dello stato di protezione del lupo ha acceso il dibattito tra allevatori, ambientalisti e istituzioni. Una decisione che, però, rischia di essere fraintesa se letta in modo superficiale.
Il nuovo inquadramento normativo, infatti, non apre in alcun modo alla possibilità per chiunque di abbattere lupi, né autorizza interventi indiscriminati sulla specie. Restano in vigore regole precise, limiti numerici stringenti e, soprattutto, procedure autorizzative rigorose.
Gli eventuali abbattimenti rientrano in piani di gestione faunistica stabiliti a livello regionale e nazionale, sulla base di dati scientifici e monitoraggi ufficiali. Viene definito un numero massimo di esemplari che può essere rimosso in determinate aree e solo in presenza di condizioni specifiche, come ripetuti attacchi al bestiame o situazioni di criticità documentate.
A poter intervenire non sono i privati cittadini, ma esclusivamente soggetti autorizzati, come personale formato e incaricato dagli enti competenti, che operano secondo protocolli ben definiti e sotto il controllo delle autorità.
È importante sottolineare che qualsiasi abbattimento effettuato al di fuori di questo quadro normativo costituisce un reato penale. La caccia indiscriminata al lupo rientra infatti nel bracconaggio ed è perseguibile dalla legge, con sanzioni anche pesanti per i responsabili.
L’obiettivo dichiarato del declassamento non è quindi quello di ridurre drasticamente la presenza del lupo, ma di consentire una gestione più flessibile e mirata dei conflitti con le attività umane, in particolare con il comparto zootecnico, mantenendo comunque la tutela della specie.
Resta dunque fondamentale fare chiarezza: il lupo non diventa una specie “cacciabile”, ma continua a essere oggetto di una protezione regolata, inserita in un quadro normativo che mira a trovare un equilibrio tra conservazione e convivenza.























