Ci sono parole che non appartengono soltanto a chi le pronuncia. Una volta affidate al ritmo, alla musica, al verso, si sottraggono alla loro breve durata e cominciano un viaggio che nessun commiato riesce a interrompere. La poesia nasce, forse, proprio da questa ostinazione: dare una forma all’indicibile, sottrarre al silenzio ciò che nell’animo umano è più profondo, consegnare al tempo ciò che il tempo sembrerebbe destinato a cancellare.
Per questo, nel giorno della morte di Francesco Guccini, i versi giunti al Circolo Culturale Sardo “Su Nuraghe” di Biella acquistano il valore di un incontro oltre la distanza e oltre l’assenza. A scriverli è Nicola Loi, poeta di Ortueri, che sceglie la lingua dei padri per rivolgere il proprio saluto a un artista che, per oltre mezzo secolo, ha attraversato la coscienza italiana con il passo inquieto di chi non si accontenta delle risposte ricevute.
Guccini appartiene alla storia della canzone, ma la sua voce ha sempre abitato un territorio più vasto. Cantautore, poeta e scrittore ha fatto della parola uno strumento di scavo: nella storia, nella memoria collettiva, nelle contraddizioni della modernità, nella solitudine dell’uomo, nella sua irriducibile aspirazione a essere libero. Le sue canzoni hanno accompagnato il passaggio fra due secoli, attraversando stagioni politiche e mutamenti sociali senza perdere quella particolare capacità di parlare all’individuo mentre raccontava una comunità.
È a questa dimensione civile e insieme umana che Nicola Loi guarda. Non tenta di riassumere una vita, né di erigere un monumento. Ne raccoglie piuttosto l’essenza attraverso alcune immagini, come si raccolgono dal terreno le pietre rimaste dopo il passaggio di una stagione.
As cantadu sa vera libertade,
Che astore ch'inghiriat in su 'entu.
E sa piae de s'umanidade,
Peri sos campos de cuncentramentu.
Abboghinadu as sa beridade,
"Deus est mortu" restat in ammentu.
Hai cantato la vera libertà,
come astore che volteggia nel vento.
E la piaga dell’umanità,
attraverso i campi di concentramento.
Hai gridato la verità:
“Dio è morto” resta nel ricordo.
L’astore, nella poesia di Loi, non è soltanto una figura della libertà: è la sua incarnazione. Sale nel vento senza appartenergli, ne asseconda le correnti senza lasciarsene dominare. Nel suo volo c’è l’immagine di una coscienza che rifiuta il recinto, che non accetta l’orizzonte già tracciato, che cerca dall’alto una prospettiva più ampia sulla vicenda degli uomini.
La libertà cantata da Guccini viene così restituita a una dimensione quasi elementare, primordiale. È l’aria stessa che manca quando l’uomo viene rinchiuso, umiliato, privato della propria dignità. E non è casuale che subito dopo l’immagine del volo compaia la ferita dei campi di concentramento: il cielo e il recinto, l’apertura e la prigionia, la vita e l’annientamento.
Fra questi estremi si colloca la parola poetica.
Loi richiama quindi Dio è morto, una delle espressioni più riconoscibili della stagione gucciniana, ma ne lascia emergere soprattutto il nucleo interrogativo: il venir meno delle certezze, lo smarrimento di fronte a una modernità che, insieme al progresso produce nuove forme di solitudine e di violenza. La verità, nel suo canto, non è una conquista definitiva: è una ricerca, spesso dolorosa, che impone di guardare ciò che si preferirebbe non vedere.
Ma è proprio quando il poeta sembra avvicinarsi alla figura pubblica di Guccini che la sua ode compie una svolta inattesa. La storia lascia il posto alla casa. L’artista lascia spazio all’uomo. Il grande racconto collettivo si restringe alla misura intima di un pranzo pasquale, di una giornata di pioggia, di una familiarità rimasta impressa nel cuore.
T'apo connotu a pranzu in domo mia,
Lunis de Pasca, pioighinosa.
Amantiosu fis de s'allegria,
E fit abberu una die diciosa.
Fis umilesa, cun bon'armonia,
Sabidoria manna in-dogni cosa.
Da-e custa terra sarda 'e su nuraghe,
Amigu meu, reposa in paghe.
Ti ho conosciuto a pranzo in casa mia,
un lunedì di Pasqua, piovoso.
Amante eri dell’allegria,
ed era davvero una giornata felice.
Eri umile, con buona armonia,
saggio in ogni cosa.
Da questa terra sarda del nuraghe,
amico mio, riposa in pace.
Qui il verso si spoglia di ogni solennità. Non vi sono piedistalli né celebrazioni, ma una casa, una tavola, una giornata umida di primavera e un uomo ricordato nella sua semplicità. È forse questo il passaggio più alto dell’ode: dopo aver riconosciuto il cantore della libertà, il poeta sceglie di ricordare l’amico.
La grandezza torna così alla sua misura più umana.
L’aggettivo umilesa — umile — assume una particolare intensità proprio perché viene dopo l’evocazione dell’artista conosciuto da milioni di persone. La fama, che tende a separare, viene ricondotta alla familiarità; il personaggio pubblico torna persona. E l’allegria di quella giornata piovosa diventa, nella distanza degli anni, una luce trattenuta dal ricordo.
Nell’ultimo distico la geografia si dilata.
Da-e custa terra sarda 'e su nuraghe,
Amigu meu, reposa in paghe.
La terra del nuraghe non è più soltanto Ortueri, né soltanto la Sardegna. Diventa una terra simbolica, una profondità originaria dalla quale il poeta accompagna l’amico verso il silenzio. Il nuraghe, monumento che ha resistito alle civiltà, alle dominazioni e ai secoli, appare allora come metafora di ciò che permane: la pietra contro l’erosione del tempo, la forma contro la dissoluzione, il segno contro l’oblio.
È in questa tensione fra ciò che scompare e ciò che resta che la poesia trova la propria necessità.
Il componimento, tradotto da Antonio Ledda e rielaborato da Roberto Perinu, confluirà nell’antologia del laboratorio linguistico “Eya, emmo, sì: là dove il sì suona, s’emmo e s’eya cantant”. Un titolo che, già nella sua musicalità, contiene una dichiarazione di appartenenza: non la nostalgia di una lingua perduta, ma la volontà di restituirle un futuro.
Perché una lingua sopravvive davvero soltanto quando torna a essere abitata.
Non basta conservarla come si conserva un reperto; occorre pronunciarla, scriverla, insegnarla, piegarla ai pensieri del presente, affidarle sentimenti che appartengono all’oggi. Nel laboratorio di “Su Nuraghe” la parlata materna diviene perciò materia viva: non reliquia, ma strumento attraverso il quale una comunità torna a interrogare se stessa.
Ogni idioma custodisce una particolare maniera di nominare il mondo. Dentro le parole rimangono il paesaggio e il lavoro, la famiglia e la fede, il dolore e l’ironia, le stagioni e i gesti quotidiani. Vi sopravvive una particolare inclinazione dello sguardo. Per questo la perdita di una lingua non coincide soltanto con la scomparsa di vocaboli: significa smarrire una delle molte forme attraverso cui l’uomo ha imparato a dare senso alla propria presenza sulla terra.
Il progetto di “Su Nuraghe” si colloca precisamente in questo spazio fragile e fecondo, dove la trasmissione non è ripiegamento sul passato, ma apertura verso il futuro. La poesia di Loi, nata nella lingua sarda e rivolta a un artista profondamente italiano, ne offre una dimostrazione luminosa: una parlata radicata in un’isola può accogliere la vicenda di un uomo appartenuto a un’altra terra e restituirla in una forma che parla oltre ogni appartenenza.
Da Biella, quel filo raggiunge La Plata, in Argentina, attraverso il collegamento con il Circolo Sardo “Antonio Segni”. L’oceano, che per generazioni fu la misura della separazione, diventa oggi quasi una superficie trasparente. Le tecnologie avvicinano ciò che la geografia aveva diviso; ma è la parola, ancora una volta, a compiere il vero attraversamento.
Biella e La Plata si incontrano in uno spazio né piemontese né argentino né soltanto sardo: una patria senza confini, fatta di suoni, racconti, immagini, nomi e ricordi; una patria che può essere abitata anche a migliaia di chilometri dalla terra d’origine.
È questa, forse, la forma più segreta dell’emigrazione: partire con il corpo e restare attraverso le parole.
E così il componimento di Nicola Loi compie un viaggio singolare. Nasce a Ortueri, raggiunge Biella, guarda verso La Plata e, nel ricordo di un cantautore emiliano, torna alla Sardegna. Quasi una rotta circolare, simile a quelle che per generazioni hanno portato uomini e donne lontano dall’isola senza spezzare del tutto il filo che li legava alla terra natale.
In questo itinerario Guccini e Loi si incontrano là dove ogni confine perde consistenza: nella necessità di interrogare l’uomo.
Uno attraverso la canzone, l’altro attraverso la lingua dei padri; uno dall’Appennino emiliano, l’altro dalla Sardegna interna; entrambi consapevoli che il canto, quando è autentico, non serve soltanto a consolare. Può ferire le coscienze, illuminare le contraddizioni, dare dignità agli sconfitti, ricordare le vittime, custodire gli assenti.
E può persino accompagnare un amico oltre la soglia della vita.
La poesia, allora, non è soltanto ciò che rimane.
È ciò che continua.
Continua quando una voce viene raccolta da un’altra voce. Quando una lingua antica trova parole per il presente. Quando una comunità dispersa si riconosce ancora in un suono. Quando il ricordo di un uomo diventa patrimonio condiviso.
Forse è questo il significato più profondo dell’astore che attraversa il cielo nei versi di Nicola Loi: la libertà di una parola che non conosce recinti, che sorvola le frontiere, che passa di mano in mano e di generazione in generazione.
Guccini ha lasciato alla cultura italiana una lunga scia di canzoni, racconti e interrogativi. Loi gli restituisce un saluto nella lingua della propria terra, come si consegna a un amico una parola estrema prima che la distanza diventi definitiva.
E sulla soglia, dove il dolore incontra la gratitudine, rimane quel verso semplice e antico:
Amigu meu, reposa in paghe.
Riposa in pace, amico mio.
La terra del nuraghe ti saluta.
E il canto, ancora una volta, non finisce.
Battista Saiu
A Frantziscu Guccini
Cantas cantones pro sa rebbellia,
Nos as cantadu in sa gioventude.
As iscritu abberu poesia,
Pro cantu e sonu, tenias virtude.
Finas a mannu sa filosofia,
Frima che roca, in bona-salude.
As lassadu a s'istoria sulcos mannos,
Chi ant a restare pro annos e annos.
As cantadu sa vera libertade,
Che astore ch'inghiriat in su 'entu.
E sa piae de s'umanidade,
Peri sos campos de cuncentramentu.
Abboghinadu as sa beridade,
"Deus est mortu" restat in ammentu.
Cantadu as sa cantone pro s'amiga,
E pro sas tirannias de donz'istiga.
T'apo connotu a pranzu in domo mia,
Lunis de Pasca, pioighinosa.
Amantiosu fis de s'allegria,
E fit abberu una die diciosa.
Fis umilesa, cun bon'armonia,
Sabidoria manna in-dogni cosa.
Da-e custa terra sarda 'e su nuraghe,
Amigu meu, reposa in paghe.
Nigolau Loi, su 6 de austu 2026
A Francesco Guccini
Canti canzoni per la ribellione,
Ci hai cantato nella giovinezza.
Hai scritto davvero poesia,
Per canto e suono, avevi virtù.
Persino da grande la filosofia,
Fermo come roccia, in buona salute.
Hai lasciato alla storia solchi grandi,
Che rimarranno per anni e anni.
Hai cantato la vera libertà,
Come astore che volteggia nel vento.
E la piaga dell'umanità,
Attraverso i campi di concentramento.
Gridato hai la verità,
"Dio è morto" resta nel ricordo.
Hai cantato la canzone per l'amica,
E per la tirannia di ogni genia.
Ti ho conosciuto a pranzo in casa mia,
Lunedì di Pasqua, piovosa.
Amante eri dell'allegria,
Ed era davvero una giornata felice.
Eri umile, con buona armonia,
Saggezza grande in ogni cosa.
Da questa terra sarda del nuraghe,
Amico mio, riposa in pace.
Nicola Loi, 6 agosto 2026
























