Come ogni anno, le vetrine si riempiono di mimose, di giallo, di richiami alla “Festa della Donna”. I ristoranti propongono menù speciali, i social si riempiono di citazioni infiocchettate. Ma dietro questa facciata di cortesia istituzionale cresce un malessere, una rabbia sempre più forte.
Non vogliamo le mimose.
Vogliamo i diritti.
Siamo stufe della trappola della celebrazione rituale. Regalare un fiore può essere un gesto gentile. Ma quando diventa l’unico modo per ricordare la Giornata Internazionale delle Donne, rischia di trasformarsi in una presa in giro.
La mimosa, scelta come simbolo da Teresa Mattei – perché cresceva spontaneamente in questo periodo ed era accessibile a tutte – non era nata per diventare un alibi. Non era una concessione. Non era una festa di 24 ore utile a coprire vuoti normativi e disparità strutturali che restano intatte per gli altri 364 giorni dell’anno.
Cosa manca nel mazzo di fiori?
Mancano i diritti.
Manca l’uguaglianza.
Manca la parità salariale.
Le donne guadagnano ancora significativamente meno degli uomini, e non è una percezione: è un dato di fatto.
Manca la possibilità di scegliere se fare famiglia, se avere figli, senza dover rinunciare al lavoro.
Manca una reale condivisione della cura: il carico del lavoro domestico e di assistenza grava ancora prevalentemente sulle spalle delle donne.
Manca un congedo parentale davvero paritario — strumento concreto di equità e di paternità consapevole e condivisa.
Mancano fondi strutturali per i centri antiviolenza, non interventi una tantum dettati dall’emergenza o dalla solidarietà momentanea.
Manca la libertà di camminare per strada senza paura.
La libertà di interrompere una relazione tossica senza temere ritorsioni.
Manca la presenza delle donne ai tavoli decisionali, non come argomento di discussione, ma come protagoniste delle scelte.
E nel mondo, troppe donne sono ancora imprigionate nelle guerre, nei conflitti, costrette al silenzio, alla schiavitù, alla cancellazione della propria voce.
Noi alziamo la nostra voce anche per loro.
Perché finché una donna sarà schiava, nessuna sarà davvero libera.
L’8 marzo, dunque, non è una festa.
È una giornata di lotta.
Una giornata che nasce dal ricordo di chi ha combattuto per il diritto di voto, per il diritto di esistere, per il diritto di essere libera.
Non siamo un’entità astratta.
Siamo persone.
Meritiamo rispetto.
Pretendiamo diritti.
Lasciamo le mimose sugli alberi.
Portiamo in piazza le nostre istanze, la nostra voce, la nostra determinazione.























