In un lontano passato di pregiudizi le donne più libere e coraggiose cercavano nelle pratiche magiche la ’liberazione’; alcune che “sentivano” analoghe esigenze di astrazione dalla vita terrena avevano visioni e cadevano in estasi.
Ma c'era anche la possessione diabolica, uno stato in cui i soggetti subiscono dapprima la presenza di arcane potenze maligne e poi ottengono lo stato di equilibrio fisico e psichico in virtù dell'intervento dell'esorcista.
Pare che questa passività e remissione sia un mezzo per trovare quella pace interiore che non si ha la forza o il coraggio di cercare direttamente.
Nel '600 biellese vi sono diversi casi di ossessione diabolica, tutti andati a buon fine, come può orgogliosamente mettere a bilancio il canonico Buscaglia nel suo libro sulle “Grazie e miracoli della Madonna d'Oropa” con introduzione del Canonico rettore don Giovanni Saino - edito da “Ieri e oggi” di Biella.
Ma queste miracolose guarigioni erano casi straordinari perché, occultamente il demonio continuava a possederne tante altre.
E non per caso lo scrittore Jules Michelet nel suo documentato studio sulla “Sorcière” localizza il nascondiglio privilegiato delle streghe nelle montagne e soprattutto in quelle dei Paesi Baschi, quell’Euzkadi tenacemente attaccato alla propria identità antica che tanti punti di contatto ha con il Biellese e la “Garaldea” alpina.
Il più feroce inquisitore delle streghe basche nel Seicento, Pierre de Lancre nel suo libro dove raccolse le sue esperienze nel vano tentativo d’estirpare la mala pianta diabolica sostiene che nei sabba d’adorazione del maligno avevano gran ruolo dei rospi, i ‘babi’ della tradizione carnevalesca biellese.
Nel suo “Tableau de l’incostance des mauvais anges et des démons” scrive convinto che nelle congreghe notturne “i bambini sono pastori che custodiscono ognuno il gregge dei rospi che ogni strega che li ha accompagnati al sabba ha loro affidato. Ciascuno ha in mano una frusta bianca come quelle che debbono portare gli appestati per segnalare il contagio”.
Fantasie ?
De Lancre riporta il testo degli interrogatori, non si sa se davvero spontanei, di alcuni partecipanti alla cerimonia infernale e tutti insistono sull’uso di droghe allucinogene e veleni. Perciò l’inquisitore giunge alla conclusione che alcune streghe “preparano del veleno, che altre comprano e che è fatto di rospi, lingua di bue o di vacca, una capra, delle uova stantìe e fradice e cervello di bambini e li mettono a cuocere in una caldaia” ed altre “si danno a tagliare la testa ai rospi ed a farne veleni”, esattamente come avevano finito di confessare le povere streghe di Muzzano, madre e figlia, Luigia de Ghittinis e Giovannina de Anselmettis fu Antonio.
Messe alle strette, avevano dichiarato d’essere state più volte “alli balli et radunanze delle streghe, cioé due volte nella sera del giovedì et le altre in altri giorni della settimana ed andava in questo modo, cioé sua madre l'ungeva sotto li piedi con un olio che aveva in un olletta indicata... et poi subito camminava per aria, due volte sopra le spalle della propria madre, et altre volte portata da un non so che, che pareva un gatto”, mangiarono abbondantemente tenera carne di neonato “et le cavarono il sangue con una cosa che pareva una conchiglia ossia ‘lumaga’ et quel sangue sua madre che le diede la morte portò di lì a poco con essa a casa et poi lo vuotò nell'olletto ossia vaso dell'unto con il quale si ungeva mentre andava per aria”, allontanandosi “gambe a cavallo del bastone”.
Scartando quanto la fantasia aveva suggerito alle povere perseguitate, é del tutto evidente che il convegno infernale si basava sulla somministrazione di intrugli di vario tipo che alteravano la percezione della realtà delle iniziate ai riti.
Le donne refrattarie che si rifugiavano nottetempo al Pian delle Masche conoscevano probabilmente l’uso dell’“Atropa belladonna” detta anche ‘erba delle streghe’, una pianta perenne che cresce spontanea sulle Alpi e sui Pirenei e che contiene da 0,30 a 0,80 % di atropina, sostanza che provoca eccitazione motoria e psichica, con offuscamento del sensorio e della conoscenza.
Nel suo prezioso studio sull’“elemento tossicologico nella stregoneria e nel demonismo medioevale” S. Marszalkowicz ricorda che diverse altre piante delle solanacee possono causare gravi alterazioni, prima fra tutte l’apollinaris, “Hyoscyanus niger”, una pianta allucinante ed esaltante comune anche sulle Alpi biellesi che provoca forti allucinazioni visive, dell’udito, sonno profondo con sogni spaventosi
Gli intrugli diabolici si basavano su questo.
Ma grazie ad ataviche conoscenze sapienziali, l’attività prevalente delle streghe non doveva essere eclusivamente ‘diabolica’ ma anche legata alla medicina popolare.
Il compianto amico e fraterno compagno di perdute battaglie autonomiste Luciano Gibelli raccolse nel prezioso studio “‘Dnans ch’a fàssa neuit” un prezioso repertorio delle principali piante usate a scopi terapeutici e tutte queste compaiono elencate nell’“Erbario storico” del museo del Santuario di Oropa dove viene censita la straordinaria varietà di flora dei monti biellesi.
Ritroviamo così l’“erba dai boscajant”, in italiano erba dei boscaioli o millefoglio. Secondo una tradizione dotta il nome scientifico “Achillea millefolium” deriva dal passo dell’Iliade che descrive il mitico eroe Achille usare le foglie di questa pianta per guarire da una freccia lanciatagli contro da Paride.
Nella medicina popolare biellese si masticavano le foglie per combattere il bruciore di stomaco e si ricavava una tisana contro il rafreddore o l’infuenza ma anche per depurare il sangue.
Della “barbana” o “Erba dij tignos”, in italiano ‘lappola’, nome scientifico “Archium lappa” molto comune lungo i sentieri più soleggiati si utilizzavano per usi terapeutici la radice, ricavata nei primi mesi di vita della pianta, le foglie raccolte in primavera ed i semi, fatti essiccare. In passato veniva utilizzata soprattutto per impedire la formazione della crosta lattea nei neonati. La tisana della radice si reputa efficace per purificare reni e sangue.
Il così detto “Tabach ëd montagna” altrimenti detto “Tabacco dij Savòja”, in italiano ‘china dei poveri’, nome scientifico “Arnica montana” è una pianta alta una trentina di centimetri con fiori che si raccolgono in estate facendoli essiccare ricavandone una sorta di tabacco ma venivano anche fatti macerare nella grappa per fare degli impacchi.
La così detta “Erba santa” o “Bonmè”, in italiano ‘assenzio’, nome scientifico “Artemisia absinthium” é da sempre considerata un valido rimedio per il mal di stomaco, il fegato ed i reni e le sue caratteristiche foglie verde-grigio vengono raccolte a scopo terapeutico e fatte essiccare per trasformarle in un infuso digestivo. Le foglie mescolate a resina d’abete venivano usate anche per guarire lividi e piccole contusioni.
Il notissimo “Genepì”, diffuso ampiamente sulle Alpi biellesi, nome scientifico “Artemisia genepi”, era utilizzato in passato soprattutto contro l’influenza, la tosse, il rafreddore ed a tale scopo veniva cotto nel latte aggiungendo del miele.
Coi fiori della sommità della pianta si otteneva anche dell’olio, utilizato per cicatrizzare le ferite.
La ‘Margheritassa’ o ‘Sìtronia’, nome scientifico “Calendula officinalis”, in italiano ‘Fiorrancio’ veniva introdotta nelle orecchie dei bambini per contrastare i vermi.
Dalla ‘Consavèla’ o ‘Borsa dij pastor’, nome scientifico “Capsella bursa-pastoris”, in italiano ‘borsacchina’ si ricavava una tisana per curare i disturbi mestruali, i calcoli renali e le cistiti.
L’infuso della “Coa cavalin-a” o “Erba brus-cia”, nome scientifico “Equisetum arvense”, in italiano “Coda cavallina” unito a salice, malva e parietaria era usato per curare i disturbi cardiaci.
Dal famoso “Zenevrié” detto anche “Gropin dle erbe” o “Ciapèla dle grive”, nome scientifico “Juniperus communis”, in italiano ‘Ginepro nero’ si ricavava il ‘ratafià’ ma veniva usato per far suffumigi antireumatici su carboni accesi. Se ne ricavava anche una gustosa marmellata.
Con i fiori dell’“Ariendela”, nome scientifico “Malva sylvestris”, in italiano ‘Malva’ si facevano infusi e cataplasmi per il mal di gola. Se ne faceva un’insalata cotta in acqua con burro e miele per fermare gli attacchi di tosse, eliminare il catarro e recuperare la voce.
Il ‘Pan cucèt’ o “S-ciapapere”, nome scientifico “Parietaria officinalis”, in italiano ‘Erba parietaria’ veniva unito a salice e malva per fare infusi contro i disturbi cardiaci. Le foglie servivano anche a curare le ustioni provocate dalle ortiche.
Per le sue proprietà cicatrizzanti la “Lenga ‘d can”, nome scientifico “Plantago lanceolata”, in italiano ‘Lanciuola’ veniva frequentemente utilizzato per fermare le ferite. Le foglie venivano anche sfregate sulle gengive dei bambini per favorire una buona dentazione ma erano considerate efficaci anche in forma d’infuso contro diarree e mal di pancia.
Con le diverse qualità di foglie dell’“Erba rusa” o “Piantan-a”, nome scientifico “Plantago major” o “Plantago media”, in italiano ‘Centonervia’ o ‘Piantaggine mezzana’ venivano preparati impacchi che calmavano il dolore di lievi ferite superficiali.
Con i fiori delle “Orije d’ors”, nome scientifico “Primula veris”, in italiano ‘Primula odorosa’ si facevano infusi contro il rafreddore, l’influenza e la tosse.
Coi frutti del ‘Sambuch’, nome scientifico “Sambucus nigra”, in italiano ‘Sambuco’ si faceva anche la marmellata ma si combattevano anche bronchiti, rafreddori, influenze e mal di gola.
Le foglie del “Dent ëd lion” o “Pissacan”, nome scientifico “Taraxacum officinalis”, in italiano ‘Dente di leone’ si utilizzavano per depurare il sangue.
Anche l’“Erba dij bòrgno”, nome scientifico “Urtica dioica”, in italiano ‘Ortica’ veniva usata per preparare una tisana contro reumatismi ed artriti ma anche per regolare l’attività renale. Con le radici si faceva un decotto per curare il mal di denti. L’infuso d’ortica unito all’aceto era considerato efficace per prevenire la caduta del capelli.
Fra poche donne con misteriosi poteri di ‘sionere’ raccoglitrici d’erbe, si continua a raccogliere il ‘garofin’, un garofano selvatico che si crede possegga misteriosi poteri perché la sua radice richiama la forma di due mani accostate e dunque, abilmente manipolata, avrebbe il potere di favorire l’unione degli innamorati.
Nella tradizione popolare la fungaia che si trova di frequente nei prati disposta in cerchio dal fungo prataiolo (“Psalliota campestris”) é detta “cerchio delle streghe”. Si credeva che quei funghi crescessero mentre venivano calpestati delle danze circolari delle fattucchiere e pur essendo mangerecci, nessuno osava raccoglierli.
Il luogo indicato dalle ‘streghe di Graglia’ per il raduno diabolico era “di là dalla montagna neli Vuittoni” di difficile localizzazione.
In realtà, sulla valle Irogna del ‘Pian delle Masche’ incombe la “Rèja dij Uiton” e dunque la regione indicata potrebbe davvero essere quella dove la tradizione popolare colloca i convegni diabolici.
Il problema é che oggi la “Rèja dij Uiton” non esiste più perché la normalizzazione della toponomastica l’ha brutalmente cancellata trasformandola nel monte Cresto.
Saremo grati a chi vorrà segnalarci realtà analoghe a quelle esaminate in questo articolo scrivendo a storiaribelle@gmail.
Per approfondire questi argomenti segnaliamo un libro pubblicato da Storia Ribelle casella postale 292 - 13900 Biella.






















