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AL DIRETTORE | 02 agosto 2026, 14:30

Ospedale, il grazie di un lettore: “Dove la scienza incontra la carezza e l'umanità”

Nel reparto di Cardiologia dell'Ospedale degli Infermi di Biella, la tecnologia più avanzata dialoga ogni giorno con l'antica sapienza dell'umanità.

Ospedale, il grazie di un lettore: “Dove la scienza incontra la carezza e l'umanità”

Ospedale, il grazie di un lettore: “Dove la scienza incontra la carezza e l'umanità”

Riceviamo e pubblichiamo:

"Esistono luoghi nei quali il tempo sembra sospendere il proprio corso. Luoghi attraversati dall'attesa, dalla paura, dalla speranza e dalla riconquista della vita. Spazi in cui il battito del cuore diventa misura del tempo e il silenzio assume un linguaggio che ciascuno comprende senza bisogno di parole. Il reparto di Cardiologia del nuovo Ospedale degli Infermi di Biella è uno di questi.

L'imponente complesso sanitario sorge nel territorio comunale di Ponderano, alle porte meridionali della città laniera. Vi si accede percorrendo via dei Ponderanesi, una strada il cui nome richiama la comunità che ospita il presidio e che, nell'esperienza quotidiana di molti utenti, ricorda anche il pedaggio imposto dalla sosta necessaria per raggiungere un familiare ricoverato o affrontare personalmente il cammino della malattia. È una nota stonata che svanisce, tuttavia, non appena si oltrepassa la soglia dell'ospedale, perché all'interno si incontra una ricchezza che nessuna tariffa potrebbe mai quantificare.

Molto è stato scritto sull'eccellenza del Dipartimento di Cardiologia, considerato da tempo uno dei fiori all'occhiello della sanità piemontese. Le cronache raccontano delle sofisticate tecnologie diagnostiche, delle sale operatorie all'avanguardia, delle competenze maturate in anni di ricerca e di pratica clinica. Tutto vero. Ma chi vive dall'interno quell'esperienza scopre che la vera forza del reparto non risiede soltanto nell'innovazione scientifica. L'autentica eccellenza ha un volto, una voce, uno sguardo. È fatta delle donne e degli uomini che ogni giorno vi prestano servizio.

Sono circa sessanta persone che, con ruoli diversi ma identica dedizione, trasformano la professione in una forma quotidiana di servizio. Medici, infermieri, anestesisti, operatori sociosanitari, tecnici e personale di supporto costituiscono un organismo armonico nel quale ogni gesto concorre al benessere dell'altro. Nessuno appare semplicemente intento a svolgere il proprio compito: ciascuno sembra partecipare a un'opera corale nella quale competenza e sensibilità si fondono con naturalezza.

La loro è una professionalità che non si limita alla precisione del gesto tecnico. Si manifesta soprattutto nella capacità di riconoscere, dietro ogni cartella clinica, una persona. Accolgono il paziente con il sorriso, ne condividono le inquietudini, alleggeriscono il peso dell'attesa, accompagnano con discrezione i momenti più delicati. Sono dettagli apparentemente minimi, eppure destinati a rimanere impressi molto più delle apparecchiature che li circondano.

Così accade che, mentre una sonda esofagea esplora il cuore prima di un intervento, una mano sfiori delicatamente la testa e la schiena del paziente. Le dita sembrano appena sfiorare la pelle, mentre una voce lieve accompagna quel gesto con una sommessa cantilena. Non è soltanto un modo per distrarre o rassicurare. È il riaffiorare inconsapevole di una memoria antica, tramandata attraverso generazioni di donne che hanno imparato a lenire il dolore con il ritmo della voce prima ancora che la medicina ne comprendesse gli effetti sul corpo e sulla mente. Quel sommesso cantillare appartiene a un patrimonio antropologico universale: il canto delle madri, il bisbiglio delle nonne, la nenia che consola il bambino e, con lo stesso linguaggio primordiale, continua a rasserenare l'adulto affidato alle cure della medicina contemporanea.

Allo stesso modo rimane impresso il sorriso dell'anestesista che accoglie il paziente al ritorno dalla sedazione. È il primo volto che riappare quando la coscienza riaffiora lentamente, il segnale rassicurante che tutto è andato bene, la presenza che restituisce serenità ancora prima delle parole. Sono gesti che non figurano nei protocolli sanitari e che nessuna statistica riuscirà mai a misurare. Eppure rappresentano un elemento essenziale della guarigione. Perché la cura non nasce soltanto dalla conoscenza scientifica, ma anche dalla capacità di infondere fiducia, di trasmettere calma, di condividere una parte della propria umanità.

Ogni professionista porta con sé una storia personale che precede il camice. Un patrimonio fatto di educazione familiare, tradizioni, cultura, memoria collettiva, esperienze vissute. È un'eredità invisibile che riaffiora spontaneamente nelle parole scelte per confortare, nella delicatezza di una carezza, nella compostezza di uno sguardo, nella pazienza dell'ascolto. In quel momento la formazione accademica incontra qualcosa di ancora più profondo: l'identità della persona.

Non è stato casuale che, nel ritrarre alcune delle figure incontrate durante il ricovero, lo scenario prescelto fosse un piccolo angolo del reparto dove una statua della Madonna venerata come Regina del Monte di Oropa, veglia silenziosa tra corone del Rosario, un'orchidea, un bouquet di fiori e una pianta sempreverde. Oggetti semplici, lasciati da mani riconoscenti. Doni che raccontano speranze esaudite, paure vinte, vite restituite ai propri affetti. Accanto ai simboli della fede cristiana affiorano, quasi senza soluzione di continuità, tracce di antiche sensibilità popolari nelle quali il gesto votivo, il fiore offerto, la pianta sempreverde e il canto condividono un medesimo significato: affidare la vita a una forza capace di custodirla.

In quell'angolo raccolto sembra condensarsi l'essenza stessa dell'ospedale. Da una parte la scienza più avanzata, capace di intervenire sul cuore con strumenti di straordinaria precisione; dall'altra l'eredità millenaria dell'umanità, che continua a esprimersi attraverso simboli, parole, melodie e gesti di tenerezza. Non sono mondi contrapposti: convivono, si sostengono reciprocamente, si completano.

È forse questo il valore più autentico del Dipartimento di Cardiologia dell'Ospedale degli Infermi. Non soltanto l'indiscussa eccellenza clinica, ma la capacità delle persone che vi operano di offrire, insieme alle proprie competenze professionali, frammenti del loro universo culturale e identitario. Doni invisibili, spesso inconsapevoli, che diventano parte integrante del percorso terapeutico.

Per questo il ringraziamento rivolto a tutto il personale va ben oltre la riconoscenza dovuta a chi svolge con competenza il proprio lavoro. È gratitudine verso donne e uomini che hanno saputo dimostrare come il cuore non sia soltanto l'organo che la medicina ripara, ma anche il luogo simbolico dal quale prendono forma la compassione, la memoria, la cultura e la solidarietà.

Perché la tecnologia può restituire il ritmo al muscolo cardiaco; soltanto l'umanità, però, riesce a restituire serenità al cuore di chi soffre. Ed è in questo incontro tra sapere e gentilezza, tra innovazione e memoria, che la medicina raggiunge la sua espressione più alta: quando, curando il corpo, continua a prendersi cura della persona".

Battista Saiu

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