La comparsa di strumenti di intelligenza artificiale accessibili a tutti, in grado di alterare foto, video e audio, oscilla tra l'entusiasmo tecnologico e il terrore mediatico. Negli ultimi mesi, la cronaca nazionale e internazionale ha alimentato queste paure con casi sconvolgenti.
Capire il fenomeno è il primo passo per difendersi. Nel 2024, a Hong Kong, un impiegato finanziario è stato indotto a effettuare bonifici fraudolenti per 25 milioni di dollari dopo una videochiamata con i cloni digitali dei suoi colleghi e del CFO aziendale. Sempre nel 2024, negli Stati Uniti, migliaia di elettori hanno ricevuto telefonate robocall con la voce contraffatta del presidente Joe Biden. Ancora più allarmante è la diffusione di software in grado di "spogliare" immagini di donne reali, modelle o comuni cittadine, per creare pornografia non consensuale a loro insaputa.
Tutto questo rientra nella categoria dei deepfake: falsi talmente iperrealistici da ingannare i nostri sensi.
Niente di nuovo sotto il sole (digitale)
A ben vedere, la figura del falsario è antica quanto l'umanità. Nel classico Il Conte di Montecristo (1844), Alexandre Dumas racconta come Edmond Dantès metta in atto la sua vendetta contro il banchiere Danglars manipolando il telegrafo ottico di Chappe, il mezzo di comunicazione più veloce dell'epoca. Trasmettendo una falsa notizia geopolitica su una presunta rivoluzione in Spagna, il Conte provoca il tracollo finanziario del banchiere.
La somiglianza con la truffa subita dall'impiegato di Hong Kong è sbalorditiva. Il creatore di deepfake non ha inventato una nuova psicologia; ha semplicemente sostituito il bulino del falsario o il telegrafo ottico con gli algoritmi generativi. L'obiettivo nei secoli resta identico: clonare l'autorità dell'originale per scardinare la fiducia del pubblico.
C'è però una differenza fondamentale che giustifica l'allarme attuale: oggi la fabbricazione di un falso perfetto è democratizzata, ovvero alla portata di chiunque possieda un computer.
Perché non possiamo semplicemente bloccarli?
I principali colossi commerciali (come Google, Anthropic, Mistral e Midjourney) hanno introdotto rigidi filtri preventivi: i loro sistemi rifiutano di clonare volti di personaggi famosi o di elaborare foto di privati senza consenso. Anche piattaforme musicali come Suno bloccano l'uso non autorizzato di voci celebri.
Il vero problema risiede altrove. Oltre ai servizi regolamentati, esistono piattaforme offshore situate in paradisi legali e, soprattutto, modelli open source (a codice aperto). Questi ultimi possono essere scaricati legalmente sul proprio computer ed essere modificati per rimuovere qualsiasi filtro etico o di moderazione.
La sfida tecnologica, di conseguenza, si sta spostando dalla regolamentazione della produzione (ormai impossibile) alla regolamentazione della distribuzione. Il vero collo di bottiglia sono i luoghi in cui il deepfake si diffonde: le piattaforme social (Meta, X, YouTube) e i browser web. Sarà qui che i filtri di rilevamento e i sistemi di autenticazione dei contenuti, come la crittografia dei metadati C2PA o lo strumento SynthID di Google, dovranno fare la differenza.
La difesa più potente: il nostro discernimento
Se i nostri sensi non bastano più a distinguere il vero dal falso, siamo chiamati a esercitare l'intelligenza critica. Diventa vitale verificare le fonti, non credere passivamente a ciò che appare sullo schermo, studiare e informarsi.
Non dobbiamo avere paura dell'intelligenza artificiale, ma cogliere l'occasione per evolvere. Uno strumento di tale potenza richiede, inevitabilmente, un'umanità più matura.























