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ATTUALITÀ | 23 marzo 2020, 07:00

Coronavirus, il racconto di Giulia dalla Cina: “A casa per mesi. Ora si comincia a stare all’aria aperta”

Originaria di Vigliano Biellese, Giulia Mirigliani ha 28 anni, abita in Cina da quasi 5 anni e insegna italiano a Canton. E in prima persona ha vissuto i mesi dell’emergenza. “All’inizio non si dava importanza poi la paura si è insinuata dentro di noi. Oggi molti ristoranti stanno cominciando a riaprire”.

cina coronavirus

“Oggi molti ristoranti stanno cominciando a riaprire in Cina. Si sta all’aria aperta e alcuni non indossano più la mascherina. Sembra che la situazione si stia stabilizzando. E pensare che, nella fase più critica dell’emergenza del coronavirus, si scendeva poche volte a fare la spesa per non sprecare le mascherine che allora erano introvabili”.

A poco meno di tre mesi dall’inizio dei contagi a Wuhan, Giulia Mirigliani (e con lei l’intero popolo cinese) prova a tornare gradualmente alla normalità dopo mesi di terrore e profonda preoccupazione. 28 anni, originaria di Vigliano Biellese, Giulia vive in Cina dal settembre 2015 e insegna italiano in una scuola di Canton, a pochi chilometri dalla città di Foshan (dove risiede), nella provincia di Guangdong, di fronte alle isole di Hong Kong e Macao. Molto distante dalla zona rossa che, in poco tempo, è entrata nei servizi di apertura di tutti i tg nazionali del mondo.“All’inizio di parlava di un virus simile alla Sars diffusosi nella città di Wuhan – ci confida Giulia – A molti di noi non interessava. Si pensava che non si sarebbe diffuso, soprattutto non così velocemente. Ci sbagliavamo”.

Ad un tratto la situazione è mutata velocemente: ciò che sembrava inverosimile cominciò a farsi strada in maniera repentina modificando le abitudini di vita del popolo cinese. “Tra il 19 e il 20 gennaio abbiamo ricevuto le prime comunicazioni ufficiali – ricorda con molta precisione la giovane biellese – Parole come emergenza e mascherine cominciarono ad essere utilizzate in maniera sempre più frequente. E dopo alcuni giorni di iniziale incertezza, scattò l’obbligo di portare tutti le mascherine, dai mezzi pubblici fin dentro ai centri commerciali. Nel giro di poco tempo, non se ne trovarono più. Anche la paura, prima racchiusa in un angolo del nostro cuore, cominciò a insinuarsi dentro ognuno di noi”.

Erano i giorni del Capodanno cinese. Di lì a poco sarebbero iniziate le vacanze per la maggior parte dei lavoratori e degli studenti cinesi. Il momento della gioia e della spensieratezza. Ma così non fu. “Prenotazioni e viaggi vennero annullati in breve tempo. La maggior parte degli alberghi chiuse e la gente cominciò a non uscire più da casa. Persino le cene e i pranzi per celebrare il Capodanno vennero revocati. Una cosa mai vista prima”. Da allora è cominciato il periodo di quarantena, imposta per sconfiggere l’epidemia di coronavirus. “In tutti i luoghi pubblici la mascherina è d’obbligo e la febbre regolarmente misurata – racconta – Anche all’ingresso dei palazzi si utilizza lo stesso sistema. I locali e gli ascensori vengono disinfettati quattro volte al giorno. Gli spostamenti limitati all’essenziale. Inoltre, dopo la chiusura dei ristoranti, il cibo d’asporto viene portato al proprio domicilio e lasciato su di un tavolo all’ingresso; in un secondo momento, la gente può andare a ritirarlo, in modo da evitare ogni possibile contatto. Non solo: sugli scontrini viene indicata anche la temperatura degli addetti alla consegna e dei cuochi. La nostra scuola, così come molte altre aziende, hanno chiuso le porte organizzandosi con lo smart working e le lezioni online. Nel mio piccolo, ho cominciato a studiare il giapponese con un amico, trascorrendo così la gran parte delle mie giornate. Aspettando la fine dell’emergenza”.

Dall’inizio della crisi, infatti, sono complessivamente 81.008 i casi di contagio da coronavirus con 3.255 morti e 71.740 persone dichiarate guarite. Numeri enormi. Ma da qualche giorno si comincia a guardare con maggior ottimismo al prossimo futuro, con nessun caso di contagio registrato in Cina. “Penso che le autorità abbiano gestito bene questa situazione di emergenza – sottolinea Giulia -  Allo stesso modo, bisogna rendere onore ai medici impegnati giorno e notte per contenere l’epidemia. Ma non posso dire lo stesso dell’Italia. Provo molta rabbia per tutte quelle persone  che hanno preso questa storia come fosse un gioco prima di rendersi conto che la gente può morire di questa malattia. Soprattutto dopo aver visto cos’era successo qui in Cina. Mi sono sentita impotente: pur cercando di far correre la voce sul pericolo che poteva comportare questa situazione, sono stata ignorata da molti”.

Ora sono 15 giorni che il Biellese e il nostro Paese sono in quarantena. I bar, i ristoranti e molte attività hanno abbassato le saracinesche. In ritardo, cominciano ad adottare simili provvedimenti di contenimento dell’epidemia anche gli altri stati europei. Ma l’attenzione di Giulia è rivolta alla sua Vigliano, alla sua famiglia e agli amici d’infanzia. “Sono preoccupata per loro e spero che tutto si risolva presto. La gente deve capire che deve stare a casa, anche se ci si annoia. È meglio trascorrere due mesi in casa che finire in ospedale o peggio. Noi stessi abbiamo deciso di non tornare in Italia per evitare di portare il virus in Europa. Dopo più di due mesi rinchiusa sempre in casa, in cui ogni giornata sembrava uguale alle altre, ora non vedo l’ora di poter uscire e passare un po’ di tempo con gli amici e i miei studenti. Mi manca condividere il cibo con gli amici, abbracciare qualcuno e stare con la stessa persona in una stanza senza aver paura. Ora spero di non averne più”.

g. c.

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