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ATTUALITÀ | 12 agosto 2026, 06:50

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Gestione ambientale, il suolo: una matrice che conserva le tracce della contaminazione

Gestione ambientale, il suolo: una matrice che conserva le tracce della contaminazione

Dopo aver analizzato aria e acqua, il percorso attraverso le principali matrici ambientali si conclude con il suolo. Per un’attività produttiva, un’officina o un deposito artigianale, il terreno viene spesso percepito come un elemento stabile sul quale poggiano macchinari e strutture. Questa apparente solidità, tuttavia, può trarre in inganno: a differenza dell’aria, nella quale le sostanze si disperdono, e dell’acqua, che le trasporta, il suolo può trattenere i contaminanti e conservarne gli effetti nel tempo.

Una contaminazione può rimanere invisibile per anni e manifestarsi solo successivamente, con conseguenze tecniche, economiche e legali rilevanti per un’impresa. Il D.Lgs. 152/2006, Parte Quarta, Titolo V, disciplina gli obblighi del responsabile dell’inquinamento e le procedure da seguire nei siti potenzialmente contaminati: dalle misure immediate di prevenzione alle successive fasi di indagine, caratterizzazione, analisi di rischio e, quando ne ricorrano le condizioni, messa in sicurezza o bonifica.

Conoscere il comportamento del suolo significa quindi comprendere ciò che può avvenire al di sotto della superficie e valutare con attenzione le conseguenze delle modalità con cui vengono gestite sostanze, rifiuti e attività potenzialmente inquinanti.

Suolo e contaminazione: un processo spesso invisibile

Una delle caratteristiche del terreno è la sua capacità di rallentare, trattenere e, in determinate condizioni, trasformare alcune sostanze. Il fenomeno avviene attraverso diversi meccanismi.

Filtrazione fisica. Lo strato compreso tra la superficie e la falda, definito zona insatura o vadosa, è formato da materiali con granulometrie differenti – ghiaia, sabbia, limo e argilla – che influenzano la velocità con cui i liquidi attraversano il sottosuolo. Tessitura, permeabilità, stratificazione e spessore della zona insatura incidono quindi sui tempi di migrazione di un contaminante.

Adsorbimento chimico-fisico. Minerali argillosi, sostanza organica e altre componenti del terreno possono trattenere diversi contaminanti attraverso fenomeni di adsorbimento, scambio ionico e ripartizione tra fase solida e liquida. La presenza di argille e materia organica può, per esempio, ridurre la mobilità di alcuni metalli e composti organici.

Degradazione biologica. Batteri, funghi e altri microrganismi presenti nel terreno possono contribuire alla trasformazione di alcuni contaminanti organici, comprese determinate frazioni degli idrocarburi, purché vi siano condizioni ambientali favorevoli. I processi dipendono da numerosi fattori, tra cui disponibilità di ossigeno, umidità, temperatura e caratteristiche chimiche della sostanza.

Il terreno, quindi, non costituisce una barriera assoluta. La sua capacità di rallentare o trattenere gli inquinanti varia in funzione della tessitura, del contenuto di sostanza organica, del pH, della permeabilità e della profondità della falda. Un sottosuolo prevalentemente sabbioso, per esempio, può consentire una migrazione più rapida dei liquidi rispetto a materiali caratterizzati da una maggiore componente argillosa.

Nella pratica quotidiana di un’azienda il principio è semplice: oli esausti, solventi, carburanti, acidi o altre sostanze che raggiungono un terreno non protetto o penetrano attraverso una pavimentazione deteriorata non scompaiono. Possono infiltrarsi nel sottosuolo e, in determinate condizioni, raggiungere gli strati più profondi.

Il rischio aumenta quando il contaminante attraversa la zona insatura e raggiunge quella satura, nella quale i pori del terreno sono riempiti d’acqua. Da quel momento il comportamento varia in base alle caratteristiche chimiche e fisiche della sostanza.

Prodotti petroliferi come benzina, gasolio e molti oli hanno generalmente densità inferiore a quella dell’acqua e appartengono alla categoria dei LNAPL, Light Non-Aqueous Phase Liquids. Nel sottosuolo tendono a concentrarsi in prossimità della superficie della falda e possono diffondersi lateralmente. Molti solventi clorurati appartengono invece ai DNAPL, Dense Non-Aqueous Phase Liquids: essendo più densi dell’acqua possono penetrare al di sotto della falda e accumularsi in corrispondenza di livelli meno permeabili. Il loro comportamento rende spesso più complessa la caratterizzazione e la successiva bonifica.

Una parte delle sostanze può inoltre dissolversi nell’acqua sotterranea ed essere trasportata dal naturale movimento della falda, originando un plume, cioè una zona di contaminazione che si sviluppa a partire dalla sorgente. Estensione e velocità dipendono dalla natura del contaminante e dalle caratteristiche dell’acquifero. Un problema nato all’interno del perimetro aziendale può così interessare aree esterne e, nei casi più critici, avvicinarsi a pozzi o altre opere di captazione.

Le buone pratiche: impermeabilizzazione e contenimento

Nella gestione di un’attività produttiva, la protezione del suolo passa innanzitutto dall’organizzazione degli spazi e dalla manutenzione delle superfici.

Le pavimentazioni industriali. Le zone nelle quali vengono movimentate, utilizzate o conservate sostanze potenzialmente inquinanti devono essere progettate e mantenute in modo da limitarne l’infiltrazione nel terreno, nel rispetto delle prescrizioni applicabili alla singola attività. Pavimentazioni integre, realizzate con materiali adeguati e compatibili con le sostanze presenti, rappresentano una delle principali misure preventive. Una fessurazione non è soltanto un problema manutentivo: può diventare una via di ingresso verso il sottosuolo.

I bacini di contenimento. Per fusti, serbatoi e recipienti contenenti liquidi potenzialmente inquinanti, il contenimento secondario costituisce una misura essenziale per intercettare eventuali perdite prima che raggiungano il pavimento, il terreno o la rete delle acque meteoriche.

Il dimensionamento non può tuttavia essere ricondotto a un’unica formula valida per ogni azienda e per qualsiasi sostanza. In specifiche discipline tecniche di settore ricorre, per più serbatoi collocati nello stesso bacino, il criterio di una capacità pari ad almeno un terzo del volume complessivo e comunque non inferiore alla capacità del recipiente più grande. Si tratta però di un parametro da applicare soltanto quando pertinente: sostanza stoccata, quantità, caratteristiche dell’impianto, autorizzazioni e prescrizioni locali devono essere valutate caso per caso.

Per questo motivo, soprattutto in presenza di quantitativi rilevanti o prodotti pericolosi, la verifica del sistema di contenimento dovrebbe essere affidata a un tecnico competente.

Un altro aspetto riguarda ciò che rimane dopo la gestione di uno sversamento. Assorbenti, panni, stracci e indumenti protettivi contaminati da sostanze pericolose rientrano tipicamente nel codice EER 15 02 02*; se non presentano contaminazioni pericolose, la classificazione può essere differente. Gli oli esausti appartengono invece al capitolo 13 dell’Elenco europeo dei rifiuti, con codici diversi in funzione della tipologia e dell’origine: gli oli per motori, ingranaggi e lubrificazione sono ricompresi nella famiglia 13 02.

L’asterisco identifica una voce pericolosa. La classificazione corretta è fondamentale perché determina modalità di deposito, trasporto, tracciabilità e conferimento. Registro cronologico di carico e scarico e formulario di identificazione del rifiuto devono essere gestiti secondo il regime applicabile e le disposizioni RENTRI in vigore. Anche per questo l’attribuzione del codice EER non dovrebbe essere effettuata in modo approssimativo, ma verificata sulla base dell’effettiva origine e delle caratteristiche del rifiuto.

Manutenzione e ordine come strumenti di tutela

Per artigiani e piccole e medie imprese del Biellese, una prima valutazione del rischio per il suolo parte spesso dall’osservazione quotidiana degli ambienti di lavoro.

Occorre controllare che i mezzi aziendali non presentino perdite di olio sui piazzali, verificare periodicamente l’integrità delle pavimentazioni e gestire correttamente le aree destinate ai rifiuti, evitando che le precipitazioni possano trascinare sostanze contaminanti verso caditoie e reti di raccolta. Allo stesso modo, è opportuno disporre di materiali per l’intervento immediato – granuli assorbenti, panni, barriere e altri presidi adeguati – e mantenerli facilmente accessibili.

In caso di evento potenzialmente in grado di contaminare un sito, i tempi previsti dalla normativa sono precisi. L’articolo 242, comma 1, del D.Lgs. 152/2006 stabilisce che il responsabile dell’inquinamento metta in opera entro ventiquattro ore le necessarie misure di prevenzione e ne dia immediata comunicazione secondo le modalità previste dall’articolo 304, comma 2.

La comunicazione deve essere trasmessa al Comune, alla Provincia, alla Regione e al Prefetto della provincia interessata e deve riportare gli elementi pertinenti all’evento, comprese le caratteristiche del sito, le matrici presumibilmente coinvolte e gli interventi previsti.

La mancata effettuazione della comunicazione prevista dall’articolo 242 è espressamente sanzionata dall’articolo 257 del medesimo decreto.

Per un’impresa, gestire correttamente uno sversamento non significa quindi limitarsi all’impiego di materiale assorbente. È necessario predisporre in anticipo una procedura interna che stabilisca chi interviene, quali soggetti devono essere avvisati, quali informazioni raccogliere e quali misure adottare nell’immediato.

Dalla valutazione del rischio alla gestione dell’emergenza, fino all’eventuale caratterizzazione o bonifica del sito, ogni situazione presenta caratteristiche specifiche. Il supporto di tecnici ambientali, geologi e professionisti specializzati consente di individuare gli adempimenti e gli interventi più appropriati in funzione della sostanza coinvolta, delle caratteristiche del terreno e dell’attività svolta.

Il suolo costituisce la base fisica delle attività produttive e contribuisce al valore degli immobili aziendali. Preservarne l’integrità significa ridurre il rischio ambientale, evitare costi futuri e proteggere una risorsa che, una volta contaminata, può richiedere interventi lunghi e complessi.

Con questo appuntamento si chiude il quadro dedicato alle tre matrici ambientali fondamentali – aria, acqua e suolo. Nelle prossime uscite l’attenzione si sposterà sull’integrazione di questi elementi in un sistema organico di gestione aziendale e sul ruolo che la prevenzione ambientale può assumere nell’organizzazione dell’impresa.

Per maggiori informazioni: LinkedIn

Alessandro Argentero - Ex Responsabile Sistema di Gestione Ambientale e Divulgat

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