"Nonno!...”. “Ma dove eri finito papà? E’ quasi un’ora che ti aspettiamo”. “Sono stato al funerale di Bruno…”. “Scusa, me ne ero scordata. Eravate molto amici, vero?”. “Sì, ci eravamo conosciuti sui banchi di scuola…”. “Nonno, ma chi è questo Bruno?”. “Adesso te lo racconto. Sai, Bruno Peretti era un campione, un grande campione di ciclismo…”.
Pavia 19 marzo 1965
La Milano-Sanremo è una classica ormai riconosciuta a livello internazionale, come la Parigi- Roubaix, tanto che in molti se la giocano quasi fosse il campionato del mondo. Chi affronta la salita del Poggio con la gamba giusta, ha la vittoria in pugno. Ci sono Bitossi, Adorni e altri che partecipano quell’anno. Il nervosismo è palpabile già alla partenza, dalla Certosa di Pavia. E’ palpabile per tutti, tranne che per Bruno Peretti, che pensa solo a correre, senza mai badare alle tattiche di gara. Lui non conosce queste sottigliezze, tanto da far infuriare il suo direttore sportivo Eberardo Pavesi. Il gruppo ha percorso appena 31 chilometri e che ne sono ancora tanti, troppi, prima di vedere il mare di Sanremo. Ma la speranza di mettere insieme una fuga “bidone” c’è sempre, nel cuore di un vero corridore. E così Peretti, insieme a Dancelli, Zanin, Macchi, Stevens e Scheuring, a Casteggio, ci provano. Ce la mettono tutta, ma vengono ripresi quasi subito. Il giovane biellese, però, non è ancora domo. Il direttore sportivo lo tiene d’occhio. Ha sempre nutrito grandi speranze su quel ragazzo, dalla gamba forte e dalla eccessiva generosità, che lo porta a commettere gravi errori tattici. Ma la tattica, lui, non l’ha mai capita. Vuole solo gareggiare, salire in bicicletta e pedalare, pedalare, pedalare. Quel giorno, però, alla Milano-Sanremo succede qualcosa dentro di lui, qualcosa di inaspettato, che lo farà salire nell’olimpo del ciclismo. Riassorbito con gli altri dal gruppo, aspetta l’occasione buona per tornare ad attaccare. Appare anche a Pavesi meno generoso e irruente del solito, teso a non sprecare inutilmente le forze. C’è in ballo la convocazione al Giro d’Italia e non vuole perderla. L’anno prima, nel 1964, era arrivato fino in fondo, classificandosi al 90° posto. Adesso, si è convinto che potrà fare meglio, ottenere un piazzamento di rilievo. Ma deve convincere la Legnano, la sua squadra, a puntare su di lui. E c’è un solo modo: dimostrare di essere maturato, di essere diventato un vero professionista. D’altra parte la sera prima Eberardo Pavesi era stato chiaro: “Le fughe non fanno la Storia, gli ordini d’arrivo sì!”. Parole che sembravano dirette a lui, puledro di razza, allergico alle briglie, indomabile. E questo suo modo d’essere gli era costato più di un richiamo, altro che qualche meritata vittoria.
Giro dei quattro cantoni, Svizzera 1964
Bruno Peretti si è svegliato carico, quel mattino. Finalmente è approdato al professionismo e ha trovato un ingaggio prestigioso alla Legnano. Proprio lui, nato in un piccolo paese immerso tra le colline biellesi: Magnano. Una famiglia semplice, la sua, che aveva cercato di non ostacolarlo. Il paese era uscito dalla Guerra senza grossi danni, protetto tra i boschi della Serra. E proprio tra quelle strade, tutte una curva, aveva iniziato a pedalare. Poi le prime gare, con l’Ucab, e finalmente qualcuno lo aveva notato. Anni da gregario, a mordere il freno, fino a quando si era stancato ed era emerso, prepotentemente, il suo carattere indomito. Allergico agli ordini di scuderia, cercava di farsi conoscere. Non per smanie di protagonismo, che mal si adattavano al suo modo di essere, lontano dall’essere invidioso degli altri, ma per pura voglia di fare. Così anche quel giorno, quando, senza ascoltare i consigli del direttore sportivo, ad appena dieci chilometri dalla partenza, va in fuga, solo contro tutti. Accanto l’ammiraglia, con sopra Eberardo Pavesi, fuori dalla grazia di Dio. Ha paura che quel giovane, ancora acerbo, non riesca ad arrivare fino alla fine. E’ appena approdato al professionismo, non è in grado di fare gioco di squadra ed è uno spirito libero, difficile da gestire. Ma Bruno Peretti non cede; macina chilometri su chilometri attraverso le impervie strade svizzere. Non si sente solo, non ha cedimenti di testa e le urla di Pavesi sono solo un fastidioso ronzio. Si sente libero, mentre attraversa boschi, valli e borghi. Il gruppo è distante, non lo infastidisce… In realtà, dietro, gli altri corridori lo stanno lasciando andare. Lo controllano da lontano, mentre si organizzano per affrontare il finale. Aspettano che la sua foga si plachi. E così sarà. Il gruppo, a una decina di chilometri dall’arrivo, si anima. Le squadre piazzano davanti i gregari a tirare, mentre i big restano nelle retrovie, in attesa della volata finale. Al cartello dei 5 km raggiungono il biellese e lo superano. La vittoria se la giocano in una manciata di metri e alla fine sul podio salgono Jan Hugens, secondo Bitossi e terzo Ollenburg. Per Peretti, solo il mesto ritorno in albergo.
Milano- Sanremo 19 marzo 1965
Rientrato nel gruppo, Bruno Peretti si mantiene nelle prime posizioni. Appare guardingo, sembra aver finalmente capito il meccanismo che regola le dinamiche di gara. Anche Pavesi appare stupito dal suo comportamento, oltre che soddisfatto. È un miracolo, già annunciato a febbraio, al Trofeo Laigueglia. Il giovane biellese aveva condotto una gara magistrale, arrivando nono. Ed era solo la prima uscita della stagione. Così la Legnano aveva deciso di inserirlo nella squadra che sarebbe andata alla classica di marzo. Una mossa azzeccata, visto che, dopo l’abbozzo di fuga, era rientrato nei ranghi. Si guarda intorno, studia gli avversari, mentre il Poggio si avvicina. Ed è proprio nel finale che la gara si anima e prende vita. Scoppia un violento litigio tra Adorni e Balmamion, mentre Bitossi è scatenato. Gli italiani vogliono la vittoria a tutti i costi. E Bruno Peretti è lì, attaccato ai più grandi. Non molla, il biellese, incurante di quello che accade attorno a lui. Den Hartog approfitta dello scontro tra i favoriti e inizia, velocemente, a tessere la tela che lo porterà a tagliare il traguardo di Sanremo. Si accorda con altri ciclisti, passa in testa insieme a Wolfshohl, Balmamion e Adorni. Alla fine beffa gli italiani, mentre Bruno Peretti si classifica al quarantesimo posto, a meno di un minuto dai primi. Un risultato eccellente, per un giovane di soli 25 anni, appena approdato al professionismo. Per questo Eberardo Pavesi e la Legnano nutrono grandi speranze su di lui, per il prossimo Giro d’Italia. Seguono settimane di preparazione, con il biellese sempre più carico e certo di fare bene. Sin da ragazzino si era fatto notare per il passo forte e la sparata eccellente. Inoltre era un discreto arrampicatore. Ottime qualità per una gara a tappe. In quel 1965, però, le cose andranno diversamente. Bruno Peretti non taglierà mai il traguardo di Milano, si ritirerà prima, senza un perché. Un mattino si alza, inforca la sua bicicletta e torna a casa, a Magnano. Senza polemiche e senza rimpianti, senza mai più salire in sella. Passerà il resto della sua breve vita a fare il muratore, tenendosi il più lontano possibile dai riflettori.
(21 maggio 2014)













