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Copertina | 01 ottobre 2026, 00:00

Cura dell’ambiente, la missione di Carolina Lanatà: “Il cambiamento parte da noi. Non basta ripulire, bisogna educare”

Cura dell’ambiente, la missione di Carolina Lanatà: “Il cambiamento parte da noi. Non basta ripulire, bisogna educare”

Da tempo è uno dei volti più apprezzati del panorama biellese, noto soprattutto per il suo attivismo nelle tematiche ambientali. Stiamo parlando di Carolina Lanatà, referente provinciale di Plastic Free, la realtà di volontariato nazionale, impegnata da anni in diverse iniziative e progetti volti alla salvaguardia del pianeta dall’inquinamento da plastica

Da dove nasce il tuo interesse per le tematiche ambientali?

È qualcosa che ho sempre avuto dentro e per questo devo ringraziare la mia famiglia che, fin da piccola, mi ha trasmesso valori come il rispetto, l’empatia e l’attenzione verso le persone, gli animali e l’ambiente che ci circonda. Crescendo, questa sensibilità è diventata sempre più forte, fino a trasformarsi in un vero desiderio di fare la mia parte. A un certo punto ho capito che non volevo più limitarmi a osservare o a pensare che fossero gli altri a dover agire: volevo rimboccarmi le maniche e trasformare i miei valori in azioni concrete. Credo che il cambiamento parta proprio da qui: dalla consapevolezza che ognuno di noi può fare qualcosa, anche nel proprio piccolo. E quando ho sentito di non voler più stare a guardare, ho scelto di mettermi in gioco e dedicare il mio tempo e le mie energie alla tutela dell’ambiente. È un impegno che oggi sento profondamente mio ma le cui radici affondano nei valori che la mia famiglia mi ha insegnato.

Come hai conosciuto Plastic Free, di cui sei diventata referente provinciale?

Ho conosciuto Plastic Free attraverso i social, in un momento in cui avevo già iniziato a muovere i primi passi nel mondo dell’attivismo ambientale. Avevo coinvolto un gruppo di amici e persone che condividevano la mia stessa sensibilità e avevamo iniziato a organizzare, spontaneamente, delle giornate di pulizia ambientale a Cossato e nei paesi limitrofi a Biella. In realtà, già allora avevo in mente qualcosa di molto più grande: il mio sogno era creare una rete di persone che, partendo dai propri territori, potessero unirsi e agire concretamente per l’ambiente, con l’idea di arrivare un giorno a una realtà di respiro mondiale. Volevo trasformare la sensibilità delle persone in partecipazione e azioni concrete. Erano ancora i primi anni in cui questo tipo di iniziative iniziava a diffondersi maggiormente anche attraverso i social e la pagina che avevo creato aveva cominciato a crescere e a coinvolgere sempre più persone.

Proprio attraverso quella pagina, casualmente, sono stata notata dal presidente di Plastic Free, che mi ha contattata chiedendomi se avessi voluto diventare referente locale dell’associazione. Plastic Free era nata da pochi mesi, meno di un anno prima che iniziassi questo percorso, e quando ho conosciuto il progetto ho avuto quasi la sensazione di vedere concretizzata un’idea che avevo già dentro di me: una rete organizzata di persone, unite dalla stessa volontà di prendersi cura dell’ambiente e di fare la differenza attraverso azioni reali. Ho accettato con entusiasmo, perché ho visto la possibilità di dare una struttura e una dimensione molto più grande a qualcosa che, fino a quel momento, avevo iniziato a costruire spontaneamente nel mio territorio.

Quanti volontari hanno preso parte alle vostre giornate dedicate alla cura del verde pubblico?

Non ho mai tenuto un conteggio preciso di tutte le persone che hanno preso parte alle nostre iniziative nel corso degli anni ma posso dire che sono state sicuramente diverse migliaia. Il numero, infatti, non comprende soltanto i volontari che hanno partecipato alle giornate di pulizia ambientale ma anche tutte le persone che ho incontrato e coinvolto attraverso le attività di sensibilizzazione. Ho avuto l’opportunità di portare queste tematiche anche nelle scuole, incontrando studenti di diverse fasce d’età: dalle scuole elementari alle medie e alle superiori, attraverso incontri e attività di educazione e sensibilizzazione ambientale. Abbiamo inoltre collaborato con le aziende e realizzato percorsi di alternanza scuola-lavoro, permettendo ai ragazzi di avvicinarsi concretamente a queste tematiche anche attraverso esperienze sul territorio. Per questo è difficile dare un numero esatto ma posso dire che, nel corso degli anni, sono entrata in contatto con migliaia di persone. E forse è proprio questo l’aspetto che mi rende più orgogliosa: non soltanto aver contribuito a ripulire un territorio ma aver cercato di lasciare nelle persone una maggiore consapevolezza e la voglia di prendersene cura.

Qual è il cambiamento più evidente che ha notato nel modo in cui i biellesi percepiscono il problema dell'abbandono dei rifiuti? 

Credo che il cambiamento più evidente sia stato proprio nella consapevolezza. Quando ho iniziato, spesso l’abbandono dei rifiuti veniva percepito come qualcosa di quasi inevitabile, come un problema che spettava semplicemente a qualcun altro risolvere. Nel tempo, invece, ho visto crescere una maggiore attenzione e soprattutto un costante desiderio di partecipazione e condivisione. L’aspetto che mi ha colpito di più è stato vedere persone che inizialmente si limitavano a osservare le nostre attività iniziare poi a chiedersi cosa potessero fare concretamente anche loro. Alcuni hanno iniziato a segnalare situazioni di degrado, altri a coinvolgere amici e familiari, altri ancora a partecipare alle giornate di raccolta. Non penso che il problema dell’abbandono dei rifiuti sia scomparso, perché purtroppo c’è ancora molto da fare. Ma penso che sia cambiato il modo di guardarlo: oggi c’è sicuramente una parte maggiore della comunità che lo riconosce come un problema di tutti e non soltanto come una questione di decoro urbano o competenza delle istituzioni. Per me, il vero cambiamento è proprio questo: quando una persona passa dal pensare ‘qualcuno dovrebbe fare qualcosa’ al dire ‘anch’io posso fare qualcosa’, allora significa che la sensibilizzazione ha iniziato a lasciare il segno.

Cosa spinge, secondo lei, una persona a dedicare tempo libero alla pulizia del territorio e a continuare a farlo nel tempo? 

Credo sia innanzitutto la sensazione di poter fare concretamente la propria parte. Sapere di aver contribuito, anche con un piccolo gesto, a rendere un luogo più pulito e a dare un po’ di respiro al nostro pianeta dà una soddisfazione difficile da spiegare. C’è poi il desiderio di sentirsi parte di un cambiamento più grande. Quando raccogli un rifiuto da terra, magari pensi che sia solo uno ma quando lo fai insieme a decine o centinaia di persone ti rendi conto che tante piccole azioni possono davvero trasformarsi in qualcosa di importante. Credo che a far continuare le persone nel tempo sia proprio questo: vedere il risultato del proprio impegno, conoscere altre persone che condividono gli stessi valori e capire che il proprio tempo può avere un valore concreto per la comunità. E poi c’è una cosa che personalmente trovo molto forte: quando inizi a guardare il territorio con occhi diversi, non riesci più a essere indifferente. Un rifiuto abbandonato non è più semplicemente ‘un rifiuto’, ma qualcosa che senti di voler raccogliere e togliere da lì. Alla fine, penso che sia una combinazione di amore per il pianeta, senso di responsabilità e desiderio di lasciare qualcosa di positivo dietro di sé. Perché prendersi cura dell’ambiente significa anche prendersi cura del luogo in cui viviamo e, di conseguenza, delle persone che lo abiteranno dopo di noi.

Durante le vostre raccolte avete trovato soprattutto rifiuti legati alle abitudini quotidiane oppure ci sono tipologie di abbandono che l'hanno particolarmente colpita? 

Abbiamo davvero trovato di tutto. Nella maggior parte dei casi si tratta di rifiuti di uso quotidiano: bottiglie, lattine, plastica, confezioni, mozziconi e materiali di ogni genere. Ma, a seconda delle zone in cui siamo intervenuti, ci siamo imbattuti anche in situazioni molto più particolari. In alcuni boschi abbiamo trovato rifiuti risalenti addirittura agli anni ’50 e ’60, probabilmente abbandonati in quelle che un tempo venivano utilizzate come vere e proprie discariche improvvisate. In alcuni di questi luoghi abbiamo raccolto letteralmente tonnellate di materiale, compresi rifiuti ingombranti edili e oggetti che erano lì da decenni.

Non sono mancate poi le sorprese. Durante un evento particolarmente significativo, organizzato anche grazie alla collaborazione di un gruppo di edilizia acrobatica, abbiamo trovato persino un’arma da fuoco in un corso d’acqua. In altre occasioni ci siamo imbattuti in gioielli, alcuni ancora all’interno delle loro scatoline, e in una borsa contenente un passamontagna, guanti e un impermeabile, una combinazione di oggetti che ci ha fatto inevitabilmente pensare a un possibile utilizzo per attività illecite. Abbiamo trovato davvero di tutto: dai rifiuti più comuni a quelli più ingombranti e inaspettati. La cosa più triste però è stato trovare nidi di uccelli creati da loro stessi con la plastica dispersa da noi. Ed è proprio questo che rende ogni raccolta diversa dall’altra: non sai mai cosa troverai ma sai che, qualunque cosa sia, stai contribuendo a restituire dignità e pulizia a quel territorio.

C'è un luogo del Biellese che, dopo un vostro intervento, le ha dato più soddisfazione vedere restituito alla comunità?

È difficile indicare un solo luogo, perché in realtà ogni area che abbiamo ripulito ci ha lasciato qualcosa e ci ha dato una soddisfazione diversa. Ci sono stati posti in cui abbiamo avuto la sensazione di aver fatto qualcosa di importante anche per gli animali, eliminando vetri, materiali taglienti e altri rifiuti che potevano rappresentare un pericolo per loro e che, in alcuni casi, erano rimasti lì da decenni. Altri erano invece talmente nascosti o difficili da raggiungere che per noi la soddisfazione è stata proprio quella di essere riusciti ad arrivarci e restituirli alla comunità. Ci sono state poi aree in cui, dopo anni di abbandono, siamo riusciti a rimuovere quantità enormi di rifiuti e restituire completamente dignità a quei luoghi. Vedere la trasformazione prima e dopo una raccolta è sempre una delle parti più gratificanti del nostro lavoro.

Per questo faccio fatica a scegliere un posto in particolare: ogni intervento ha avuto la sua storia e ognuno ci ha lasciato qualcosa dentro. Quello che mi porto dietro è soprattutto la consapevolezza che anche un luogo apparentemente dimenticato può tornare a essere vissuto, apprezzato e rispettato dalla comunità.

Che ruolo stanno avendo scuole e giovani nelle vostre iniziative: nello specifico, avete riscontrato una sensibilità ambientale maggiore nelle nuove generazioni rispetto al passato?

Le scuole e i giovani stanno avendo un ruolo molto importante nelle nostre iniziative. Nel corso degli anni ho avuto modo di incontrare tantissimi bambini e ragazzi e ho riscontrato in molti di loro una grande curiosità e sensibilità verso le tematiche ambientali. Non me la sentirei di dire se oggi i giovani siano più sensibili rispetto alle generazioni passate, perché non avendo vissuto direttamente quel periodo non avrei un vero termine di paragone. Quello che posso dire, però, è ciò che vedo nei ragazzi che incontro: quando vengono coinvolti e messi nelle condizioni di capire concretamente le conseguenze delle proprie azioni, spesso dimostrano una grande attenzione e una voglia sincera di fare la propria parte.

Credo, però, che la sensibilità ambientale nasca innanzitutto dall’educazione e che la scuola e la famiglia debbano camminare insieme. I bambini imparano moltissimo dall’esempio che ricevono a casa: insegnare loro a non abbandonare i rifiuti, a non sprecare il cibo, a consumare in modo più consapevole e a non comprare semplicemente per il gusto di comprare sono piccoli insegnamenti che possono fare una grande differenza. Per questo penso che educare un bambino al rispetto dell’ambiente significhi investire sul futuro. Se cresciamo una generazione consapevole, rispettosa e capace di interrogarsi sulle proprie scelte, quella sensibilità può diventare qualcosa che si tramanda e che va ben oltre una singola giornata di raccolta.

Qual è la difficoltà più grande che incontrate oggi: convincere nuove persone a partecipare, cambiare le abitudini di chi abbandona i rifiuti oppure mantenere alta l'attenzione sul problema? 

Credo che la difficoltà più grande sia riuscire a trasformare la sensibilizzazione in un vero cambiamento delle abitudini quotidiane. Coinvolgere nuove persone è importante e mantenere alta l’attenzione sul problema lo è altrettanto ma la vera sfida è fare in modo che ciò che impariamo durante una giornata di raccolta diventi un comportamento che portiamo con noi anche nei giorni successivi. Durante le nostre iniziative vediamo spesso persone che si rendono conto, magari per la prima volta, di quanto sia grande il problema dell’abbandono dei rifiuti. Il passo successivo è però far sì che quella consapevolezza rimanga nel tempo e si trasformi in scelte concrete: non buttare un rifiuto a terra, ridurre gli sprechi, consumare in maniera più consapevole e, soprattutto, sentirsi responsabili del luogo in cui si vive. E credo che sia proprio questo il lavoro più difficile e, allo stesso tempo, più importante: non limitarsi a ripulire ciò che è stato sporcato ma fare in modo che sempre meno persone sentano il bisogno di sporcare. Perché la raccolta può risolvere un problema nell’immediato ma è l’educazione che può contribuire a prevenirlo nel futuro.

Se potesse rivolgere un messaggio diretto a chi ancora oggi abbandona un rifiuto per strada, nei boschi o negli spazi pubblici, cosa gli direbbe?

Gli direi semplicemente: fermati un attimo e pensaci prima di farlo. Può sembrare un gesto piccolo, quasi insignificante, ma ogni rifiuto abbandonato ha delle conseguenze che vanno ben oltre quel singolo gesto. Finisce nel terreno, nell’acqua, può danneggiare gli animali e l’intero ecosistema e, nel tempo, contribuisce a rendere più fragile e più sporco il mondo in cui viviamo. E soprattutto, quel mondo non appartiene soltanto a noi. È quello che lasceremo ai nostri figli e alle generazioni che verranno. Credo che dovremmo tutti chiederci che tipo di ambiente vogliamo consegnare loro. Ma c’è anche un altro aspetto: rispettare l’ambiente significa rispettare noi stessi. Un territorio sano, pulito e ricco di natura fa bene a tutti, anche a chi oggi pensa che un singolo gesto non faccia la differenza. Quindi, prima di lasciare un rifiuto per strada, in un bosco o in uno spazio pubblico, vorrei che quella persona si fermasse due secondi e si chiedesse: ‘Se tutti facessero come me, in che mondo vivremmo?’. Forse basta questa domanda per cambiare un gesto.

Guardando ai prossimi anni, quale obiettivo vorrebbe raggiungere nel Biellese che oggi non è ancora stato realizzato?

Il mio sogno sarebbe vedere il Biellese diventare un vero esempio a livello nazionale per la cura del territorio e la sensibilità ambientale. Mi piacerebbe poter dire che Biella è una delle città più pulite d’Italia ma soprattutto una delle più attente, consapevoli e partecipi su questi temi. Vorrei che ci distinguessimo anche per questo: non soltanto per le tante eccellenze che già caratterizzano il nostro territorio ma per la capacità di prendercene cura e di coinvolgere tutta la comunità in questo percorso. Il mio obiettivo sarebbe vedere sempre più cittadini, scuole, aziende, associazioni e istituzioni lavorare insieme, fino a rendere la tutela dell’ambiente una parte naturale della nostra quotidianità. E mi piacerebbe che, un giorno, quando si parlerà del Biellese, si potesse dire: ‘Guardate cosa sono riusciti a fare. Guardate come hanno trasformato il loro territorio’. Vorrei che l’attenzione arrivasse proprio lì: non soltanto a ciò che abbiamo ma a quanto siamo stati capaci di migliorarlo e di custodirlo per chi verrà dopo di noi.

redazione

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