/ LINK

LINK | 05 agosto 2026, 07:00

Farine per pinsa e pizza: come scegliere quella giusta per la propria attività

Chi propone in carta sia la pizza sia la pinsa affronta un passaggio in più, perché sono due lavorazioni con esigenze proprie. Entrambe rendono al meglio quando la farina viene scelta apposta.

Farine per pinsa e pizza: come scegliere quella giusta per la propria attività

Nessuna scelta pesa su un laboratorio quanto la farina. Da lì dipendono le ore di maturazione, quindi l'organizzazione delle celle, e da lì dipende la resa: quanti panetti si fanno con un sacco, con quale idratazione e quale costo per pezzo. Chi apre oggi ha davanti un'offerta molto più ricca di dieci anni fa: i molini hanno lavorato parecchio sulle miscele dedicate.

Chi propone in carta sia la pizza sia la pinsa affronta un passaggio in più, perché sono due lavorazioni con esigenze proprie. Entrambe rendono al meglio quando la farina viene scelta apposta.

Cosa cambia davvero tra la farina per pizza e quella per pinsa

La farina per pinsa, propriamente, è una miscela: frumento, riso e soia, ognuno con un compito. Se il frumento è fondamentale per il glutine, il riso, che invece ne è privo, assorbe l’acqua e poi dona la crosta caratteristica. E la soia? Immancabile per le proteine e una componente lipidica che mantiene morbido l'interno e aiuta l'alveolatura a restare aperta. Insieme fanno un impasto capace di reggere idratazioni intorno all'80%, gestibile sul piano da lavoro solo con i polpastrelli.

Le farine per pizza rispondono a un'idea diversa e altrettanto legittima, frutto di decenni di selezione: una maglia glutinica tenace, che sopporta la manipolazione ripetuta e spinge il cornicione in verticale.

I parametri da leggere prima di ordinare: W, P/L e assorbimento

Il W misura la forza, cioè la resistenza della maglia glutinica prima del cedimento, e si sceglie in base alle ore di maturazione previste. Su un diretto da otto o dodici ore si sta bene intorno ai 240-280 W. Passando a 24 o 48 ore si sale sui 300-330. Per le 72 ore in cella, ormai lo standard di chi fa pinsa, servono valori sopra i 350: sotto quella soglia l'impasto arriva a fine maturazione slegato.

Il P/L, rapporto tra tenacità ed estensibilità, è il parametro più trascurato e decide se il disco si allarga o se torna indietro come un elastico. Per la pizza ci si muove di solito tra 0,50 e 0,60, con un margine che dipende dal formato.

L'assorbimento ha una ricaduta diretta; una farina che assorbe il 70% invece del 60% porta dieci punti di acqua in più per ogni chilo, quindi più impasto a parità di sacco.

Panoramica delle tipologie: dalla 00 al mix pinsa, cosa serve a quale prodotto

In un magazzino ben tenuto le referenze sono due o tre, raramente di più, e la selezione segue il menù invece delle mode. La 00 rimane la base di chi lavora con tempi corti e cerca prevedibilità assoluta: raffinata, neutra al palato, si comporta sempre allo stesso modo, e su una napoletana ben eseguita non c'è motivo di cercare altro. Chi vuole più profilo aromatico si sposta sulla tipo 1, che conserva parte del germe e delle fibre e restituisce un gusto di grano riconoscibile; assorbe più acqua e matura con tempi suoi, motivo per cui in molte cucine entra prima in blend al 20 o 30% e solo dopo, se convince, guadagna spazio.

Salendo verso la tipo 2 e le integrali il discorso cambia, perché la crusca interferisce con la maglia glutinica, quindi in purezza diventano ingestibili nella pizza classica, mentre in percentuale contenuta permettono di mettere in carta un prodotto dichiaratamente diverso, che va raccontato al cliente e prezzato di conseguenza.

Sui mix per pinsa la scelta si riduce a due strade. Il preconfezionato assicura ripetibilità e semplifica il lavoro dello staff. Comporre la miscela in casa dà libertà di aggiustare le percentuali sul proprio forno, e ha senso quando la pinsa è già in carta da tempo e si conoscono i suoi comportamenti.

Dalla farina al menù: il caso della pinsa dolce

Il mix per pinsa possiede una qualità che in pochi sfruttano: regge benissimo le proposte dolci. Merito soprattutto del riso, che mantiene la base neutra al palato, croccante fuori e asciutta dentro.

Il vantaggio per un'attività è operativo: stesso impasto, stessa cella, stesso forno, un momento di servizio in più. Qualche accorgimento serve, chiaramente. La cottura va accorciata e la temperatura abbassata, perché una base destinata al dessert non deve prendere il colore di quella salata.

Sul conto medio il ritorno arriva in fretta. Una pinsa dolce in carta intercetta il tavolo che al dessert rinuncerebbe, richiede una materia prima economica e non impone una pasticceria interna. Scopri come proporre la pinsa dolce: il passaggio è più semplice di quanto sembri da fuori e, con la farina giusta, si possono creare tantissime idee per la pinseria; del resto, è proprio questo il prodotto che, negli ultimi anni, sta spopolando in Italia e all’estero, frutto delle sapienti mani e dell’ingegno di Corrado Di Marco.

Informazione Pubblicitaria

Prima Pagina|Archivio|Redazione|Invia un Comunicato Stampa|Pubblicità|Scrivi al Direttore