(Adnkronos) -
Preoccupazione e paura, in un clima d’intimidazione che si vive quotidianamente. Così descrive la situazione a Minneapolis e nel Minnesota Lorenzo Fabbri, che da più di dieci anni vive nello stato del Midwest, dove insegna Lingue e Culture Francese e Italiana all’Università dello Stato. Negli ultimi giorni, dopo la morte dell’infermiere Alex Pretti per mano degli agenti federali anti-immigrazione dell'Ice, è subentrato anche un senso di quasi impotenza per resistere o comunque contrastare quella che Fabbri definisce come "un'invasione".
“Vediamo questi agenti federali che agiscono in una situazione di completa impunità e senza nessun controllo e questo ci preoccupa tutti, a prescindere dal colore della pelle, dalla nazionalità e dallo stato giuridico. C'è un clima davvero di preoccupazione assoluta”, spiega all'Adnkronos il professore associato, originario di Roma.
Una consapevolezza di cosa potesse succedere, con l’arrivo degli agenti dell’immigrazione in città a inizio gennaio, l’hanno iniziata ad avere le comunità afroamericane per primi. Una comprensione del pericolo che si è allargata a quelle degli immigrati per arrivare infine, molto velocemente, anche ai cittadini americani che si sono resi conto che nemmeno loro erano tutelati davanti a questi agenti.
In tutto questo, racconta Fabbri, la comunità italiana la sta vivendo allo stesso modo delle altre: con la consapevolezza di essere un po’ alla mercé di questi uomini incappucciati inviati da Washington. Un’incertezza che ha cambiato, in maniera distinta, anche la quotidianità di chi vive negli Stati Uniti come immigrato.
“Io non lo facevo mai, però adesso esco di casa con la mia green card, il permesso di residenza, che se viene smarrito è davvero grave. Psicologicamente ci mette in una situazione in cui dobbiamo essere sempre pronti a dover giustificare la nostra presenza qui”, rivela Fabbri. Il 47enne, allo stesso tempo, ci tiene a sottolineare una cosa molto importante: “Gli italiani in Minnesota o negli Stati Uniti, in questo periodo, in questo frangente storico, sono degli immigrati privilegiati sia per il colore della pelle sia per il tipo di lavori che fanno, quindi dobbiamo anche pensare a come la stanno vivendo quei non cittadini americani che hanno un diverso colore della pelle, che provengono da nazioni forse meno rispettate negli Stati Uniti”.
Uno dei volti della campagna di repressione dell’immigrazione irregolare a Minneapolis è Gregory Bovino, il capo del Custom and Borders Patrol, che ha discendenza italiana. I suoi bis-bisnonni arrivarono dalla Calabria in Pennsylvania all’inizio del ventesimo secolo. Una figura che lascia perplessi molti italiani negli Stati Uniti, dice Fabbri: “C'è anche un momento in cui ci proviamo a chiedere come fa una persona, i cui nonni hanno vissuto comunque la durezza dell'immigrazione, a collaborare con questo trattamento e ad avere un totale mancanza di rispetto per la vita umana”.
Il professore, ad ogni modo, spera che il governo federale si prenda un minuto per riconsiderare quello che sta accadendo o che qualcuno, all’interno della galassia presidenziale, possa convincere Donald Trump a riconsiderare il modo in cui è stata portata avanti quest’operazione. “Quello che sta accadendo qui a Minneapolis è qualcosa che nessuno vuole. I repubblicani non lo vogliono, i democratici non lo vogliono”.
Nel frattempo, ciò che può fare la città e le sue comunità, inclusa quella italiana, dice Fabbri, è “continuare a fare quello che stiamo facendo: supportarci l'uno con l'altro, fare rete, creare gruppi di supporto e continuare a far sentire la nostra voce”. (di Iacopo Luzi)






















