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Biellese Magico e Misterioso | 25 aprile 2021, 08:00

Biellese magico e misterioso: Il mistero del notturno ‘funerale della croce’ di Viverone

A cura di Roberto Gremmo

Biellese magico e misterioso: Il mistero del notturno ‘funerale della croce’ di Viverone

La notte del 10 novembre del 1852, una mano ignota distrusse il grande crocifisso di legno ben piantato in mezzo alla piazza principale di Viverone, agendo indisturbata fra le tenebre e la nebbia che saliva dal lago.

    Perché lo fece ? Quali segreti propositi animavano l’irrispettoso sciagurato che vilipese l’amato simbolo di fede dei bravi popolani del piccolo borgo ?

   Se lo chiese per primo il Vice-Sindaco del paese, Giacomo Vignuta che due giorni dopo si presentò dal Giudice del Mandamento di Cavaglià, avvocato Giuseppe Bodo per denunciare l’atto sciagurato compiuto da uno sconosciuto “male intenzionato e sacrilego” che avevano “recisa con una sega la croce in legno piantata nel piazzale detto del Piazzetto”, chiedendo venisse cercato e severamente punito il colpevole dell’incomprensibile azione malvagia.

   Gli unici in grado di fornire elementi alle indagini erano gli abitanti delle case vicine a dov’era stata segata la croce, un manufatto grande e pesante.

   Uno di loro, il contadino ventiquattrenne Giuseppe Zublena detto “Il Bersagliere” era passato in piazza proprio mentre veniva recisa la croce.

   Appena lo vide, il misterioso teppista si diede alla fuga mettendosi ad urlare passando sotto la casa del carrettiere Paolo Zublena: “O Zoppo ti abbiamo preparato del bosco per far fuoco, e se ne hai bisogno abbiamo fatto i funerali alla croce”.

  Era tarda sera quando “Il Bersagliere”, uscito dalla casa della suocera “a mondare dal nocciolo le noci” udì distintamente un forte rumore nella piazzetta davanti al giardino del cavaliere ed avvocato Lucca. Vide la grande croce recisa e caduta sul selciato ed allora non poté fare a meno di commentare ad alta voce: “o che bella azione è veramente un’azione da baccano sentendo qualcuno replicare nel buio dalla parte della collina verso Zimone “che facessi la mia strada”. Prudentemente, Zublena decise di affrettare il passo verso casa “poichè era notte fitta ed oscurissima e non volevo pormi a repentaglio di cogliere qualche maltrattamento”.

   L’autore del fattaccio doveva per forza essere uno sconosciuto, probabilmente un estraneo, certamente fuggito verso i boschi della Serra. Non sembrava uno del paese, a dispetto della frase gridata al carrettiere che quando venne interrogato si tirò fuori da tutto dicendo d’essersi coricato “per tempo” anche se ammise d’aver sentito “varie persone” chiamarlo per nome ed urlargli sotto alle finestre: “Su su carrettiere che si sono fatti i funerali alla croce e così tu avrai bosco per scaldare la stufa”. Pensò ad uno scherzo e tornò a dormire. Solo al mattino vide la grande croce abbattuta per terra.

   Qualcosa non quadrava: il “Bersagliere” puntava il dito contro un individuo solo, peraltro scappato via dal paese mentre il carrettiere tirava in ballo una congrega di più persone schiamazzanti e che lo conoscevano.   

   Gli altri abitanti della piazza, come il giovane falegname Francesco Busca o i due consiglieri comunali, entrambi contadini, Antonio Tondella e Bartolomeo Tarello si limitarono a dichiarare che a Viverone “la voce pubblica non accusò alcuno per sospetto ed autore di tale fatto”.

   Al Giudice Istruttore di Biella non restò altro da fare che archiviare l’inchiesta “Non potendosi sperare allo stato dei presenti atti di potere conoscere gli autori dell’abbattimento della croce di cui si tratta”.  

   Un particolare secondario potrebbe però avere una certa importanza: la croce era stata gettata per sfregio proprio davanti all’abitazione della notabile famiglia Lucca, “una antica casa del 700, incorniciata da un magnifico giardino ricco di piante, alcune delle quali quasi centenarie”.

    Per puro caso ? O era un gesto di sfida diretto contro il potente proprietario ? C’era stata una notturna adunata di popolani che volevano manifestare un qualche loro disagio facendo quell’emblematico e blasfemo “funerale alla croce” ? Difficile dirlo.

   E’ certo però che gli abitanti di Viverone si mostrarono sempre fieri della propria autonomia e dei propri diritti, e ben decisi a farli rispettare.

   Due anni prima del misterioso episodio notturno del ‘funerale della croce’, il conte Giuseppe d’Harcourt, nobile torinese con numerose proprietà ad Azeglio, decise in pieno inverno d’attraversare il lago con la sua gentile consorte, il segretario ed alcuni servitori per pescare, ben sapendo che quello specchio d’acqua, noto allora col nome di S. Martino, era in ogni stagione “navigabile con barche e battelli, senza verun pericolo” ed abbondava di tinche, lucci ed anguille.

   La decisione si rivelò avventata, perché dopo qualche tempo l’allegra comitiva dovette tornarsene in tutta fretta a riva, quando venne fatta segno ad un colpo d’arma da fuoco tanto preciso che “una palla di schioppo” passò vicina alla testa del nobiluomo.

   Per l’attentato, D’Hancourt presentò denuncia contro Giacinto Clerico di Viverone, sostenendo d’averlo chiaramente riconosciuto per lo sparatore mentre si nascondeva con un ragazzino in mezzo ad “un piccolo bosco parte della Madonna di Anzasco”.

   Clerico negò ogni responsabilità.

  Fu però evidente che nella sua arroganza, il nobile torinese se l’era cercata, perché aveva brutalmente e sprezzantemente fatto a pezzi i diritti vantati sul lago dalla gente di Viverone.

   Lo dissero chiaro e netto al Giudice inquirente i consiglieri comunali di Viverone Defendente Clerico e Domenico Tarello spiegandogli che l’intero lago, da sempre proprietà del loro Comune, salvo una piccola parte della riva d’Azeglio, veniva concesso in affitto al locatario Francesco Clerico che lo subaffittava al nipote Giacinto, unico beneficiario dei diritti di pesca. In virtù di questi patti, era  “vietato a chiunque senza permissione dell’affittevole di andare con barche sul lago anche a solo titolo di diporto” e dunque il conte D’Harcourt, pretendendo di fare i suoi comodi, navigare e cacciare, era nel torto.

   Il Comune di Viverone era in lite con lui da parecchio tempo e gli aveva emesso contro anche “un Decreto di inibizione di recarsi con barche sul lago”, mai rispettato, dando origine a continue, inevitabili liti del nobilastro arrogante con il legittimo affittuario.

   Fosse o no lo sparatore, quando protestava per le prepotenze del conte, Clerico aveva perfettamente ragione e tutti sapevano che era “una brava persona”, pacifica e tranquilla e passava il tempo sulla sua barca a caccia di anatre.

   Il giudice Druetti decise d’assolverlo.

   Né il Conte né i suoi amici erano certi fosse lui l’uomo che avevano visto, ma solo da lontano, sparare e comunque il nobilastro prepotente aveva torto marcio, perché navigava illegalmente su uno specchio d’acqua di cui aveva “esclusivo uso l’affittevole Clerico Giacinto”.

    Dieci anni dopo, il Comune di Viverone stabilì chiaramente le proprie prerogative sul lago con il primo regolamento organico voluto dal sindaco e notaio Giuseppe Marletti. Poi però il nuovo Stato unitario tentò di contrastare i secolari diritti comunali sullo specchio d’acqua, provocando una più che legittima reazione a colpi di carte bollate. Si aprì un lungo contenzioso che ebbe termine solo sotto il Fascismo, quando il 4 settembre 1934 il podestà Giovanni Angelo Croce ed il rappresentante del Ministero dei Lavori Pubblici stabilirono che il lago di Viverone diventava formalmente di proprietà demaniale ma venivano riconosciuti al Comune i diritti di pesca, caccia, navigazione; tutti poteri “effettivamente concreti e suscettibili di valutazione e reddito economico”.

   La comunità di Viverone dell’Ottocento, al pari delle altre del mondo contadino piemontese dell’epoca,  era ben pronta a far quadrato per difendere i propri componenti. Talvolta, anche senza rendersi conto di far loro del male.

   Emblematica a questo proposito é proprio un’altra vicenda giudiziaria che coinvolse un uomo di Viverone, Giuseppe Defilippis denunciato il 20 luglio 1847 dal medico Francesco Forno di Roppolo per esercizio abusivo della professione medica perché, senza averne i titoli legali, praticava la flebotomia “a grave danno del Supplicante” e continuava a farlo impunemente, benché il medesimo dottor Forno lo avesse più volte diffidato.

   Sentiti come testimoni a Cavaglià dal giudice Carlo Biglino i compaesani di Defilippis ne lodarono ingenuamente e generosamente le arti mediche.

   Due contadine cinquantenni, Orsola Tarello e Margherita Zublena dichiarano che il buon volontario sanitario praticò loro più volte dei salassi “per malattia d’infiammazione di gola” ed un altro uomo dei campi, Antonio Vercellone detto “Bravet” confermò le pratiche mediche dal compaesano per guarirgli un “forte mal di capo”. Al calzolaio Alessandro Lucca erano stati praticati due salassi “per un forte dolore”; molti e con buoni risultati al contadino ventinovenne Felice Tondella “in occasione d’una malattia [...] sofferta per causa d’infiammazione”.

   L’inchiesta coinvolse mezzo paese e tutti i testimoni ‘salassati’ lodarono in perfetta buona fede l’abilità e la perizia di Defilippis mettendolo, senza volerlo, sempre più nei guai.

   Il contadino Giovanni Zublena era stato curato cinque volte, “per una grave malattia”, come la giovane contadina Giuseppa Pozzo, salassata “per una forte malattia d’infiammazione”.

   Nessuno si mostrò scontento dell’opera di Defilippis, a scorno delle lamentele del sanitario titolato.

   Sembrava proprio che il delitto del salassatore abusivo fosse davvero gravissimo perché il Giudice Biglino cercò anche in cantone di San Nicolao la testimonianza giurata del calzolaio Pietro Busca detto “Marone” convocando come garante il sindaco del paese Domenico Tarello, quello che aveva già testimoniato nella causa contro il conte prepotente.

   Tutta quella gente piombò in casa del povero “Marone”, oltre tutto completamente cieco ed infermo a letto ed il malcapitato balbettò confuso d’essere stato salassato più volte dal Defilippis che, a quel punto, risultò davvero colpevole d’essersi sostituito abusivamente al medico di Roppolo e venne condannato.

   Vicende da poco ?

   Questi episodi hanno un valore emblematico.

   Portarono la comunità contadina di Viverone di fronte alla Giustizia e provano che nel mondo rurale dell’Ottocento biellese si verificavano manifestazioni (anche simboliche) di difficile decifrazione, declassate utilmente e sbrigativamente ad atti di vandalismo ma dal significato misterioso.

   I tempi nuovi spingevano la gente comune a rifiutare ormai apertamente le antiche egemonie sociali, come dimostra l’aperta contestazione, legale o diretta che fosse, del nobilastro arrogante.

   Si stava verificando una svolta epocale nei rapporti fra le classi che si estese e si ampliò in una crescente insofferenza popolana anche nei confronti di un basso clero non esente da imperfezioni. 

  In quella fase complessa di transizione, seguitò a persistere una forte chiusura dei ceti rurali marginali nei confronti del mondo esterno e, di conseguenza, resistette tenace l’antica diffidenza contadina per gli esponenti borghesi ed i ‘cittadini’.

   Nel caso di Viverone si rivelò un elemento estraneo il medico che affermava il predominio della ‘patente’ ma poteva anche essere un farmacista o il misero notabile ambizioso che trovava una gratificazione e promozione sociale assumendo l’incarico di sindaco, in un tempo in cui la partecipazione popolare alla politica, tanto osannata dal liberalismo, mostrava subito d’essere basata sulla truffa e sulla frode.

  L’episodio di Viverone é uno dei tanti d’un Piemonte popolare vessato dal Potere, un mondo differente, rurale ed appartato, parallelo ed oggettivamente ‘altro’ rispetto a quello dell’ufficialità e dell’urbanesimo o delle zone dello sviluppo industriale.

    Del resto, se nel 1853 l’alterità della mentalità montanara portò in val d’Aosta ad un’’insorgenza’ di massa anti-risorgimentale, anche nel Biellese si verificarono spesso veri e propri scontri in campo aperto fra la gente dei campi e delle borgate e chi s’era invece inserito nella modernità post-illuminista del nuovo Stato (falsamente) ‘liberale’ che stava nascendo.

 

  Saremo grati a chi vorrà segnalarci realtà analoghe a quelle esaminate in questo articolo scrivendo a storiaribelle@gmail.

   Per approfondire questi argomenti segnaliamo due libri pubblicati da Storia Ribelle casella postale 292 - 13900 Biella.

 

Roberto Gremmo

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