Chiazze di giallo e di bruno tra il verde, foglie a terra lungo strade e sentieri, alberi già spogli quando il calendario segna ancora l’estate. Nel Biellese l’autunno si è mostrato con largo anticipo, senza il freddo che normalmente accompagna il mutamento del paesaggio. Ciò che è apparso nelle scorse settimane è il foliage anticipato: la colorazione e la caduta precoce delle foglie provocate dalla sofferenza della vegetazione.
A illustrare il fenomeno è il dottore forestale Andrea Polidori, profondo conoscitore del patrimonio arboreo biellese: “Il foliage autunnale precoce è senza dubbio un fenomeno negativo. È l’effetto di un’estate particolarmente calda e stressante per le piante, come tutti abbiamo potuto percepire: scarsa piovosità, caldo intensissimo e suoli che si disidratano a causa dell’evaporazione”.
I dati, al di là della percezione di ciascuno, provano l’eccezionalità della stagione appena trascorsa. Secondo Arpa Piemonte, l’estate meteorologica 2026 è stata la più calda della serie storica regionale, iniziata nel 1958. La temperatura media ha raggiunto i 21,6 gradi, 3,1 in più rispetto al periodo 1991-2020 e mezzo grado oltre il precedente primato del 2003. Soltanto in otto dei 92 giorni estivi sono stati registrati valori inferiori alla norma.
Al caldo si è aggiunta la carenza d’acqua: tra giugno e agosto le precipitazioni in Piemonte sono risultate complessivamente inferiori del 20% alla media; nel solo mese di luglio il deficit ha raggiunto il 54%. Le piogge dell’ultima parte di agosto hanno attenuato la siccità, ma non sono bastate a compensare quanto accumulato nei mesi precedenti. Le stesse condizioni hanno favorito l’innesco e la propagazione degli incendi boschivi. Il rogo del Monte Barone, divampato il 3 agosto, ha impegnato il territorio per ben 18 giorni, senza sconfinare nella vicina Valsesia e in altre aree del Piemonte, altrettanto colpite.
“Di fronte alla mancanza d’acqua, l’albero reagisce per gradi – spiega Polidori - Prima rallenta le proprie funzioni e quando la pressione supera una determinata soglia, rinuncia alle foglie. In una prima fase la pianta chiude gli stomi e blocca la propria crescita. Se la situazione supera un certo limite, decide di perdere le foglie. È un meccanismo di resilienza: le sacrifica e rinuncia all’ultima parte della stagione utile alla fotosintesi, pur di preservare la propria vitalità per la primavera successiva”.
La caduta anticipata è un meccanismo di autodifesa, ultimo baluardo prima del deperimento. Liberandosi delle foglie, l’albero riduce la dispersione d’acqua; contemporaneamente, però, interrompe anzitempo la fotosintesi e accorcia il periodo nel quale può produrre l’energia necessaria al proprio sostentamento.
Non tutte le specie reagiscono allo stesso modo. Incidono la disponibilità idrica, la profondità delle radici, la natura del terreno, l’esposizione e le condizioni del singolo esemplare: “Le più soggette alla perdita anticipata delle foglie sono le betulle e, talvolta, i ciliegi, ma ne noto anche altre: molti castagni, per esempio. Nel mondo vegetale bisogna poi distinguere le piante arboree da quelle arbustive ed erbacee. Queste ultime sono particolarmente esposte perché hanno radici più piccole: lo si vede chiaramente nei prati che negli ultimi mesi si sono interamente seccati”.
Nel Biellese esiste un luogo in cui questo fenomeno “naturale” è conosciuto da tempo: “Alla Bessa, proprio per le caratteristiche dei suoli, poverissimi e ricchissimi di ciottoli e pietre, con una fertilità molto bassa, in passato il fenomeno era quasi normale. Quest’anno, invece, il problema è diffuso in tutto il Biellese per ragioni climatiche. La perdita della chioma non equivale necessariamente alla morte dell’albero. Se l’episodio rimane saltuario, l’organismo può utilizzare le proprie riserve e riprendere l’attività nella stagione successiva. Il pericolo risiede nella frequenza e nella durata di queste condizioni”.
“La pianta è un sistema energetico – continua Polidori - se non riesce a fotosintetizzare abbastanza e a produrre gli zuccheri necessari (fenomeno che avviene grazie al fogliame), nel tempo non può più sostenere la propria vita. Alcuni rami possono seccare; nei casi più gravi può essere compromesso l’intero albero”.
Per spiegare gli effetti di sollecitazioni ravvicinate, Polidori ricorre all’immagine di un bruco che divora ripetutamente la chioma: “La prima volta la pianta reagisce. Se accade una seconda volta a breve distanza, riesce ancora a riprendersi; alla terza defogliazione rischia di seccare e la pianta non avrebbe modo di riprendersi, generare nuove foglie e potrebbe scegliere di scartare l’intero ramo... Se queste situazioni diventassero ripetute e continue, le conseguenze sarebbero gravi”.
Gli alberi che hanno perso le foglie durante l’estate non si trovano quindi tutti nelle medesime condizioni. Ogni caso deve essere valutato considerando l’ambiente, l’età, lo stato delle radici e gli eventuali fattori di sofferenza precedenti. Gli esemplari trapiantati da poco, non ancora completamente attecchiti, possono risultare più vulnerabili, così come quelli cresciuti in terreni estremi.
Ma lo scenario indicato da Polidori è quello di un fenomeno destinato a presentarsi con maggiore frequenza e l’aggravarsi di questa situazione, sembra inesorabile: “Si ripeterà sempre più spesso. La natura tenderà a modificare alcuni equilibri. Con il tempo potrebbe cambiare anche la composizione dei boschi, con maggiori difficoltà per le specie meno capaci di sopportare periodi prolungati di caldo e aridità”.
Nei boschi la prevenzione consiste specialmente nella gestione del suolo: “Un bosco ben gestito è anche un bosco più resistente. Bisogna mantenere la copertura del terreno e favorire una silvicoltura naturalistica, con tagli selettivi su singoli esemplari, evitando di lasciare il suolo scoperto. I tagli rasi dovrebbero essere ridotti al minimo”.
Anche l’agricoltura dovrà confrontarsi con una disponibilità d’acqua più irregolare: “Sarà necessario promuovere specie più resistenti, ridimensionando dove necessario colture come riso e mais e favorendo quelle meno esigenti, come sorgo, canapa e amarantacee”.
Solo la ripresa vegetativa della prossima primavera permetterà di valutare la capacità di recupero degli alberi. Fino ad allora, le chiome diradate e l’ingiallimento dei boschi non saranno altro che il segno più evidente dello stress imposto alla vegetazione nel caldo biellese del 2026.


























