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ATTUALITÀ | 08 settembre 2026, 06:50

Lo Stato finanzia le fusioni, ma l’Italia dei piccoli Comuni non cambia

Dal 2012 il numero degli enti è diminuito di appena 196 unità, mentre quelli con meno di mille abitanti sono aumentati: incentivi e contributi non bastano a superare la difesa del "campanile".

Lo Stato finanzia le fusioni, ma l’Italia dei piccoli Comuni non cambia

Lo Stato finanzia le fusioni, ma l’Italia dei piccoli Comuni non cambia

Gli incentivi alle fusioni dei Comuni, introdotti da una legge del 2012 e successivamente modificati e potenziati, hanno contribuito a ridurre il numero degli enti da 8.092 a 7.896 all’inizio del 2026. Il calo di 196 unità è il risultato di 138 operazioni, concentrate soprattutto al Nord, dove è più elevata la presenza di piccoli centri e, con ogni probabilità, maggiore la propensione a usufruire delle agevolazioni previste.

Dei 7.896 Comuni italiani, 5.522 hanno meno di 5.000 abitanti: il 70% del totale. Da un recente studio dell’OCPI, l’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, emerge inoltre che gli enti locali con meno di mille residenti sono aumentati di 87 unità. Un fenomeno riconducibile sia allo spopolamento dei centri minori sia al persistente saldo demografico negativo.

Le agevolazioni consistono in trasferimenti statali destinati ai nuovi enti nati dall’accorpamento, al termine di un percorso che prevede una consultazione referendaria obbligatoria. I contributi sono commisurati al 60% dei trasferimenti erariali attribuiti nel 2010 e, per le fusioni realizzate a decorrere dal 1° gennaio 2014, vengono erogati per 17 anni.

Per comprenderne l’entità è utile considerare alcuni dati reali. In seguito all’incorporazione di due Comuni, rispettivamente di 93 e 1.468 abitanti, tra il 2018 e il 2025 lo Stato ha versato contributi pari a 2,146 milioni di euro. Altri due enti, con una popolazione complessiva di 133 persone, hanno ricevuto in otto anni oltre 500 mila euro. Si tratta di risorse prive di vincoli sulla tipologia di spesa, utilizzabili tanto per la parte corrente quanto per gli investimenti.

A queste somme si aggiungono quelle stanziate dalla Regione Piemonte per la riorganizzazione dei servizi e il rimborso delle spese referendarie, oltre all’attribuzione di punteggi prioritari nell’accesso ai bandi regionali.

Non dispongo, invece, di elementi sufficienti per stabilire se le fusioni abbiano creato particolari difficoltà alla popolazione, sia sul piano dei servizi sia per quanto riguarda l’attenzione riservata dal nuovo organo esecutivo alle richieste e alle necessità della collettività.

I nostri paesi hanno sempre mostrato un forte attaccamento al proprio campanile — anche se, in realtà, nei centri più piccoli le chiese sono spesso numerose — e difeso la propria autonomia, la propria storia, gli usi, i dialetti, i cimiteri e gli edifici religiosi.

In questo quadro assume particolare importanza il ruolo degli amministratori, chiamati a illustrare ai cittadini i vantaggi in termini di efficienza e a chiarire che il processo non comporta necessariamente la perdita dell’identità locale o una riduzione dei servizi. Al contrario, un Comune di dimensioni molto contenute si trova spesso privo delle risorse necessarie per gestire adeguatamente opere e prestazioni.

Riesce difficile pensare che vi siano sindaci e Giunte comunali convinti di perdere “potere” e indennità. Oggi, in quattro paesi valsesiani situati nella stessa valle, si contano complessivamente 611 abitanti, quattro sindaci e 40 consiglieri.

Nella valle più grande, sempre in Valsesia, sono presenti 13 municipi, per una popolazione complessiva di 2.928 persone. Nove di questi centri hanno meno di 200 residenti. Il risultato è di 13 sindaci, altrettante Giunte e 130 consiglieri. In molti casi risulta persino difficile formare le liste, sebbene in alcuni Comuni se ne presentino due o addirittura tre.

Poiché il percorso richiede la predisposizione preliminare di uno studio di fattibilità, da sottoporre all’approvazione della Regione, ritengo che l’iniziativa debba partire dai sindaci, dalle Giunte e dalle rispettive maggioranze. Spetta a loro credere nel progetto, rinunciando a interessi particolari, per quanto legittimi, e spiegare alla popolazione i molteplici benefici e i limitati disagi che potrebbero derivarne.

Può essere utile, infine, confrontare la situazione italiana con quella francese. La Francia, con circa 69 milioni di abitanti, compresi i territori d’oltremare, conta 34.875 Comuni. Di questi, circa 31.500 hanno meno di 5.000 residenti, pari a circa il 90% del totale. Forse anche i nostri vicini dovrebbero avviare qualche riflessione, accompagnandola con incentivi più consistenti.

Vittorio Moretti

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