La poesia «Cando si pesat su bentu… / Quando si alza il vento…», giunta da Ortueri al Circolo Culturale Sardo «Su Nuraghe» di Biella per iniziativa del poeta Nicola Loi, affida alla lingua materna il compito di raccontare le inquietudini del presente. È un componimento che nasce dalla memoria, attraversa il malessere sociale e approda a un invito alla consapevolezza: quando il peso delle difficoltà è insostenibile, anche il silenzio può trasformarsi in protesta e il vento della storia può sollevare le coscienze.
Nei versi di Loi si riflette la sofferenza di fasce sempre più ampie della popolazione, strette tra il costo della vita, l’incertezza economica, le pensioni insufficienti e la percezione di una distanza crescente tra chi esercita il potere e chi ne subisce le decisioni. È un disagio che attraversa l’Europa, alimenta la sfiducia nelle istituzioni e raggiunge con particolare intensità le giovani generazioni, chiamate a misurarsi con un futuro che appare spesso privo di certezze.
Il poeta non si limita a registrare il malcontento: lo traduce in immagini concrete, attingendo alla saggezza popolare, alla memoria degli anziani e alla forza espressiva della tradizione orale sarda. Il vento del titolo si traduce in metafora di un cambiamento che si annuncia, mentre la catena rappresenta il vincolo di una condizione dalla quale l’individuo e la collettività aspirano a liberarsi.
«Mi ricordo nella bella gioventù», esordisce la versione italiana, evocando il ricordo di un mondo desiderato, nel quale i governanti erano guidati da virtù, pace e amore. A quel sogno si contrappone un presente segnato, nella denuncia dell’autore, da guerre, paura, miseria e perdita di fiducia. La nostalgia non è, tuttavia, un rifugio nel passato: è il punto di partenza per interrogare il presente e chiedere conto delle promesse mancate.
La voce degli esclusi e la responsabilità del potere
Il cuore della composizione è il contrasto tra chi vive nell’abbondanza e chi fatica a procurarsi il necessario. Nicola Loi richiama la condizione di quanti, dopo un’intera vita di lavoro spesa per contribuire alla crescita della propria nazione, si ritrovano a fare i conti con una pensione insufficiente e con la difficoltà di affrontare le spese quotidiane.
L’immagine del cavallo nutrito soltanto con la paglia, incapace persino di scuotere con vigore il proprio sonaglio, restituisce con immediatezza la stanchezza di chi ha consumato le proprie energie senza ricevere la sicurezza e il riconoscimento attesi. È una metafora semplice e incisiva, radicata nel mondo contadino, che rende universale un’esperienza di impoverimento e di esclusione.
La critica si allarga poi all’informazione, alla propaganda e alla gestione della cosa pubblica. Il poeta denuncia, dal proprio punto di vista, la diffusione di menzogne e di privilegi, il sospetto di complicità tra potere e interessi particolari, la difficoltà di distinguere la responsabilità dall’impunità. La sua è una posizione apertamente polemica, che ricorre a espressioni aspre e a immagini provocatorie per scuotere chi ascolta.
In questo passaggio, la poesia non pretende di sostituirsi alla verifica dei fatti né al giudizio della giustizia: si limita ad esprimere la rabbia di chi avverte come intollerabile la distanza tra i sacrifici della gente comune e i comportamenti di coloro ai quali è affidata la responsabilità pubblica.
Loi richiama anche la figura di Peppino Mereu, poeta di Tonara (1872-1901), autore di una poesia civile e critica verso le ingiustizie del suo tempo. Il riferimento alle sue parole aspre e ribelle stabilisce un legame tra generazioni di poeti sardi, unite dalla capacità di trasformare la parola in strumento di denuncia e di risveglio delle coscienze.
Il messaggio si fa particolarmente incisivo quando l’autore osserva che chi ha la «pancia piena» non ascolta il lamento di chi ha fame. La distanza sociale, quando si accompagna all’indifferenza, diventa una frattura morale: non è soltanto la povertà a ferire, ma anche la sensazione di non essere visti, ascoltati o rispettati.
È qui che la denuncia acquista una dimensione contemporanea, che sa parlare anche ai giovani. La precarietà, la difficoltà di costruire un progetto di vita, il timore di un futuro instabile e la sfiducia nella possibilità di incidere sulle decisioni collettive rischiano di alimentare disaffezione e rabbia. La poesia richiama l’attenzione su questo malessere senza confonderlo con un destino inevitabile: il disagio può diventare consapevolezza, la protesta può trasformarsi in partecipazione, la parola può aprire uno spazio di confronto.
Dalla tradizione poetica alla coscienza contemporanea
Il componimento è articolato in sette ottave, secondo una struttura metrica riconducibile alla tradizione dell’ottava logudorese, caratteristica della poesia estemporanea sarda. Gli otto versi, tradizionalmente endecasillabi, si organizzano nello schema di rime ABABABCC: sei versi a rima alternata, seguiti da una coppia a rima baciata, che concentra e conclude il pensiero dell’ottava.
La forma richiama la più ampia tradizione dell’ottava rima, conosciuta anche nella letteratura italiana e profondamente radicata nella cultura popolare dell’Isola. Per secoli, i cantadores hanno affidato a questa architettura poetica gare, contrasti e improvvisazioni, facendosi strumento di confronto e di partecipazione.
Nelle esibizioni poetiche sarde, il verso non è soltanto parola scritta: è suono, ritmo, presenza scenica e relazione con chi ascolta. L’ottava diventa uno spazio nel quale il pensiero si misura con il tempo presente, la critica si fa racconto e la lingua conserva la capacità di nominare le contraddizioni della società.
La tradizione letteraria sarda conosce inoltre, fin dall’età moderna, il dialogo tra espressione popolare e scrittura colta. In questo percorso si colloca Gerolamo Araolla (1540-1615), sacerdote e letterato sassarese, che contribuì alla valorizzazione della poesia in lingua sarda. La sua opera testimonia un cammino nel quale la lingua dell’Isola si afferma come strumento di elaborazione culturale, oltre che di comunicazione quotidiana.
Nicola Loi raccoglie questa eredità senza trasformarla in esercizio nostalgico. La sua ottava guarda alla società di oggi, alle sue disuguaglianze e alle sue contraddizioni, dimostrando come una forma poetica antica possa ancora accogliere temi urgenti e interrogativi universali.
L’ultima ottava porta il discorso sul terreno della responsabilità individuale e collettiva. La metafora della catena da spezzare esprime il desiderio di superare condizioni percepite come oppressive, mentre l’aspirazione conclusiva è quella di una cultura politica che sappia rispondere ai bisogni della comunità.
Al di là della durezza di alcune immagini, il nucleo del messaggio è un invito a non abbandonare la vita pubblica all’indifferenza, a non considerare inevitabili le ingiustizie, a non rinunciare alla possibilità di chiedere conto delle decisioni di chi amministra il bene comune.
La ribellione evocata da Loi trova il suo significato più fecondo nella coscienza critica e nell’esercizio della cittadinanza. La poesia non indica una strada priva di conflitti: il vento, allora, non è soltanto quello della protesta; è anche il respiro di una comunità che torna a interrogarsi sul proprio futuro. E la lingua sarda, con la sua forza espressiva, si conferma uno strumento vivo per leggere il presente e trasmettere alle nuove generazioni il valore della dignità, della giustizia sociale e della partecipazione democratica.
Un ponte di parole tra Biella e l’Argentina
La poesia di Nicola Loi, tradotta in italiano da Antonio Ledda, originario di Villanova Monteleone, e rivisitata da Roberto Perinu, confluirà nell’antologia del laboratorio linguistico «Eya, emmo, sì: là dove il sì suona, s’emmo e s’eya cantant». Il progetto promuove la conoscenza e l’uso consapevole della lingua materna, riconoscendone il valore come patrimonio culturale, strumento identitario e occasione di dialogo tra generazioni.
L’iniziativa si inserisce in un percorso di relazioni che collega idealmente il Circolo «Su Nuraghe» di Biella al Circolo Sardo «Antonio Segni» di La Plata, in Argentina. Un legame che supera le distanze geografiche e attraversa l’oceano, mantenendo viva la relazione con la Sardegna e favorendo la circolazione di parole, esperienze e memorie.
Da Ortueri a Biella, fino alle comunità sarde dell’Argentina, l’ottava di Nicola Loi si muta in un messaggio in viaggio. Il suo canto nasce da una precisa sensibilità personale, ma incontra problematiche che riguardano molte società contemporanee: la dignità del lavoro, la tutela delle persone più fragili, la trasparenza delle istituzioni e la possibilità, per le nuove generazioni, di guardare al futuro senza sentirsi escluse.
La poesia, quando custodisce la memoria e interroga il presente, non rimane confinata alla pagina. Si fa occasione di ascolto e di confronto, legame tra luoghi lontani e generazioni diverse.
Perché il vento può anche annunciare una tempesta. Ma può essere, allo stesso tempo, il primo segnale che qualcosa si sta muovendo: una coscienza che si risveglia, una comunità che ritrova la propria voce, una speranza che torna a cercare spazio nella storia.
Cando si pesat su bentu...
M'ammento in sa bella gioventude,
Cherimis unu mundu che fiore.
Ch'aiant guvernantes cun virtude,
Esempios de pagh'e de amore.
Su de oe, perdidu at sa salude,
Est solu odiu, gherras e terrore.
In manos a sos guvernantes macos,
Cun populos famidos e istracos.
Ma comintzada est sa rebbellia,
Ma no la mustrant, la tenent cuada.
Custa est una noa tirannia,
Ue sa zente est Incadenada.
In creschida miseria e carestia,
S'edade 'e pensione ch'est pigada.
Si su caddu mantenes solu a paza,
A mala-pena iscurulat sonaza.
Chie trabagliadu at sa vida intrea,
Pro tenner’ manna una natziòne.
Como sa vida trazat cun pelèa,
Est a famene, cun sa pensione.
Totus a faulas, cun sa cara fea,
In giornales e televisiòne.
Che papagallos, imboligos fissos,
Pro sos parentes e solu pro issos.
“Bi cheret una furca e una soga”,
Nos naraiat Pepinu Mereu.
Pro custos mandigados da' sa droga,
E totucantu su tazu intreu.
No cherent tribunales cun sa "toga",
Cussu lis sanat su fiagu feu.
Pro unu mundu, chi cheret progressu,
Arrestados e postos in processu.
Mafiosos miscios a nobilesa,
Bonu-proe lis fetat bonu-proe.
Pro sa zente comuna est un'ofesa,
Sos ladros guvernantes, ch'amus oe.
Una 'irgonza manna, ma'intesa,
Su ladrone passadu pro un'eroe.
Est meraculu si no l'ana mortu,
Pero a boghes, che cane isortu.
Cuddu chi jughet sa 'entre piena,
No iscultat de famidos su lamentu.
Ma chie no tenet sa vida serena,
No est setzidu a isetare s'istentu.
Airadu pro su vivire in pena,
Totucantos ch'imbolat a su 'entu.
Si est famidu, suta su podere,
Finas su cane s'oltat a su mere.
Ammenta cando andas a votare,
Abbaida bene, su cruu no est cotu.
Chi sa cadena la cheres segare,
A sos tiranos no lis dias votu.
A tantu no devimis arrivare,
Unu mundu de gherras e abbolotu.
Sos canes lass'a lingher’ su padronu,
Est a mudare unu guvernu bonu.
Nigolau Loi, su 28 de Santu Aine, 2026
Quando si alza il vento...
Mi ricordo nella bella gioventù,
Volevamo un mondo fiorito.
Perché c'erano governanti con virtù,
Esempi di pace e d'amore.
Quello di oggi, perduto ha la salute,
È solo odio, guerra e terrore.
In mani dei governanti matti,
Con popoli affamati e stanchi.
Ma cominciata è la ribellione,
Ma non la mostrano, la tengono nascosta.
Questa è una nuova tirannia,
Dove la gente è incatenata.
In crescita miseria e carestia,
L'età della pensione è salita.
Se il cavallo nutri solo con la paglia,
A mala pena scuote sonaglio.
Chi lavorato ha una vita intera,
Per far diventare grande una nazione.
Ora la vita trascina con fatica,
È alla fame, con la pensione.
Tutti con bugie, con la faccia brutta,
Nei giornali e televisione.
Come pappagalli, imbrogli continui,
Per i parenti e solo per loro.
“Ci vuole una forca e una corda”,
Ci diceva Peppino Mereu.
Per questi mangiati dalla droga,
E tutta quanta la compagnia intera.
Non vogliono tribunali con la "toga",
Quello guarisce loro il cattivo odore.
Per un mondo, che vuole progresso,
Arrestati e messi a processo.
Mafiosi mischiati a nobiltà,
Buon pro' gli faccia buon pro'.
Per la gente comune è un'offesa,
I ladri governanti, che abbiamo oggi.
Una vergogna grande, mai sentita,
Il ladrone passato per eroe.
È un miracolo se non l'hanno ammazzato,
Però a voci, come cane sciolto.
Quelli che hanno la pancia piena,
Non ascoltano degli affamati il lamento.
Ma chi non ha la vita serena,
Non si è seduto ad aspettare l’attesa.
Adirato per il vivere in pena,
Tutto quanto getta al vento.
Se è affamato, sotto il potere,
Anche il cane si ribella al padrone.
Ricorda quando vai a votare,
Guarda bene, il crudo non è cotto.
Se la catena la vuoi tagliare,
A i tiranni non dar loro il voto.
A tanto non dovremmo arrivare,
Un mondo di guerra e scompiglio.
I cani lascia a leccare il padrone,
È da cambiare in un governo buono.
Nicola Loi, 28 ottobre 2026
























