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ATTUALITÀ | 30 ottobre 2026, 06:50

Biellese: conviene collaborare? La Teoria dei giochi è la bussola per il futuro

Biellese: conviene collaborare? La Teoria dei giochi è la bussola per il futuro

Biellese: conviene collaborare? La Teoria dei giochi è la bussola per il futuro

Chi vive nel Biellese lo sa: qui si lavora molto e si parla poco. Il carattere riservato, l’orgoglio del proprio campanile e la tradizione di fabbrica hanno costruito un territorio capace di esportare tessuti in tutto il mondo. Ma proprio questa cultura mette ogni giorno davanti a una domanda strategica: meglio muoversi da soli o fare squadra?

Che cos’è la teoria dei giochi (e perché ci riguarda)

La teoria dei giochi si occupa di scelte. Più precisamente, di quelle situazioni in cui il risultato di una decisione dipende non solo da ciò che facciamo noi, ma anche da ciò che fanno gli altri.

Succede di continuo. Quando decidiamo se fare una coda o cercare un’altra strada sapendo che lo faranno anche gli altri automobilisti, quando un negoziante abbassa i prezzi aspettandosi che il concorrente reagisca, quando due Comuni devono decidere se unire i servizi o proseguire da soli. In tutti questi casi non basta chiedersi «cosa mi conviene?»: bisogna chiedersi anche «cosa farà l’altro, e come cambia la mia scelta se lo so?».

La teoria dei giochi nasce proprio per ragionare in modo ordinato su questo intreccio. Si è sviluppata a metà del Novecento, grazie soprattutto al lavoro del matematico John von Neumann e dell’economista Oskar Morgenstern, ed è stata poi arricchita da studiosi come John Nash, Premio Nobel nel 1994 e celebre anche per essere stato il protagonista del film A Beautiful Mind. Oggi la teoria dei giochi è applicata in ambiti che spaziano dall’economia alla politica, dalla biologia all’informatica, fino alle relazioni internazionali. L’importanza delle sue scoperte è testimoniata dai numerosi Premi Nobel assegnati nel corso degli anni ai suoi massimi esponenti.

Il suo insegnamento più famoso è forse il cosiddetto dilemma del prigioniero: due persone, ragionando ciascuna per il proprio interesse, possono arrivare a un risultato peggiore per entrambe rispetto a quello che avrebbero ottenuto collaborando. Non perché siano stupide o cattive, ma perché nessuna delle due può fidarsi che l’altra collabori.

A cosa serve, allora? Non a prevedere il futuro, né a dare ricette pronte. Serve a:

  • Capire perché a volte comportamenti individualmente sensati producono risultati collettivi deludenti, dal traffico alla gestione dell’ambiente.
  • Individuare cosa cambiare: spesso non servono persone migliori, ma regole, incentivi o rapporti di fiducia che rendano conveniente collaborare.
  • Valutare meglio le proprie mosse, mettendosi nei panni degli altri protagonisti della scelta.

La teoria dei giochi ci ricorda che nessuno decide da solo, e proprio per questo conviene imparare a decidere insieme.

Con questi strumenti, proviamo a leggere quattro nodi del nostro territorio.

Il dilemma del prigioniero della promozione turistica

Pensiamo a un piccolo comune, a un’azienda agrituristica o a una struttura ricettiva che deve decidere se investire nella promozione comune del territorio o in una propria, autonoma. Se tutti investono insieme, l’intera area diventa una destinazione riconoscibile: borghi storici fortificati, santuari alpini, fitte reti di sentieri e una forte tradizione tessile locale fanno sistema. Se però ciascuno punta solo sul proprio marchio, sperando di beneficiare del lavoro degli altri, il risultato è una comunicazione frammentata che non raggiunge nessuno.

È la classica struttura del dilemma del prigioniero: per il singolo può sembrare conveniente non cooperare, ma se lo fanno tutti il risultato collettivo è peggiore per ciascuno. La via d’uscita, insegna la teoria, passa dal cambiare i payoff: accordi formali, regole condivise e vantaggi concreti per chi sceglie di partecipare attivamente alla rete.

La tragedia dei beni comuni

Il paesaggio, i boschi, i corsi d’acqua, il decoro dei centri storici e il patrimonio culturale sono risorse collettive: appartengono a tutti e, proprio per questa natura condivisa, rischiano di non essere curati da nessuno. Quando ogni attore locale ragiona esclusivamente in termini di costo e convenienza personale, la manutenzione ordinaria viene rimandata, gli investimenti sul capitale naturale e culturale languono e il bene finisce per degradarsi, impoverendo l’intera collettività.

La teoria dei giochi e l’economia comportamentale aiutano a comprendere e affrontare questa dinamica. In particolare, gli studi di Elinor Ostrom — insignita del Premio Nobel per l’economia nel 2009 — hanno dimostrato che le comunità locali non sono condannate al free-riding. Possiedono la capacità di gestire con successo le risorse comuni, a patto che vengano istituiti sistemi basati su regole chiare e condivise, su un efficace controllo reciproco e su un radicato senso di appartenenza territoriale.

Si tratta di caratteristiche e di risorse relazionali che, nel tessuto storico e sociale del Biellese, non mancano e che rappresentano un argine contro il degrado e la dispersione del valore collettivo.

Un altro modello per comprendere le dinamiche di collaborazione territoriale è il gioco della «caccia al cervo» (stag hunt). Immaginiamo due cacciatori che possono unire le forze per catturare un cervo, un premio grande per entrambi, ma che richiede la cooperazione di tutti e due, oppure decidere di cacciare singolarmente una lepre, un premio molto più piccolo, ma sicuro e ottenuto in autonomia.

Il dilemma sorge quando entra in gioco l’incertezza: se anche solo uno dei due nutre il minimo dubbio che l’alleato possa tirarsi indietro all’ultimo momento per insicurezza o egoismo, la scelta razionale, per evitare di tornare a mani vuote, diventa ripiegare sulla lepre. Il risultato è che, per paura del tradimento altrui, nessuno punta sul cervo, sprecando l’occasione migliore.

Questa struttura si adatta a descrivere i grandi progetti di rilancio territoriale: la costruzione di un distretto industriale integrato, la valorizzazione coordinata dei marchi e delle eccellenze locali, la pianificazione di infrastrutture strategiche o lo sviluppo di filiere della formazione e dell’innovazione. In questi contesti, il vero scoglio non è la mancanza di convenienza economica — il vantaggio del «cervo» è evidente per tutti — bensì la fiducia reciproca.

Il sistema si trova di fronte a due equilibri potenziali: uno orientato alla crescita e alla cooperazione, e uno al ribasso, caratterizzato dalla frammentazione e dalla rassegnazione. Quale dei due scenari prevale dipende interamente dalle aspettative condivise. Per questo i segnali iniziali, anche apparentemente piccoli, sono importanti: un primo progetto pilota condiviso che prende vita e produce risultati concreti può sciogliere il dubbio, allineare le aspettative e favorire il successo collettivo.

Il dilemma del futuro di un territorio si misura spesso sul destino delle nuove generazioni. Prendiamo il caso di un giovane che, terminato il proprio percorso di studi, deve scegliere se rimanere e scommettere sul territorio d’origine o cercare opportunità altrove. Parallelamente, le imprese locali affrontano la stessa scelta strategica: investire o meno in percorsi di formazione strutturati, welfare aziendale e stipendi competitivi per attrarre e trattenere i talenti.

In questo scenario ciascuno attende la mossa dell’altro. I giovani scelgono di partire perché non vedono orizzonti professionali stimolanti e retribuzioni adeguate; dal canto loro, le imprese lamentano una cronica carenza di personale qualificato e, scoraggiate, finiscono per investire ancora meno in sviluppo e attrattività.

Il risultato è un circolo vizioso che la teoria dei giochi definisce come un equilibrio di coordinazione inefficiente, o trappola sub-ottimale: pur essendo insoddisfacente per tutti, rappresenta un equilibrio, poiché nessuno dei due attori ha la convenienza unilaterale a cambiare rotta per primo. Se un’azienda alza gli standard da sola senza un bacino di giovani trattenuti sul territorio rischia di fallire; se un giovane resta senza garanzie di crescita rischia la marginalità professionale.

Per superare questa inerzia e spostare il sistema verso un equilibrio virtuoso servono politiche e interventi coordinati. Tra questi, la co-progettazione di percorsi formativi avanzati integrati tra scuole, università e imprese, strategie mirate per la casa e la qualità della vita dei nuovi residenti, e la creazione di reti territoriali capaci di attrarre talenti non solo locali, ma anche da fuori, rendendo il territorio un centro dinamico e vivo.

C’è però un fattore che gioca a nostro favore, ribaltando le prospettive più pessimistiche. La teoria dei giochi lo spiega attraverso i cosiddetti «giochi ripetuti»: quando gli stessi attori si incontrano e interagiscono di continuo nel tempo, la dinamica cambia e la cooperazione diventa molto più conveniente del tradimento.

In questo scenario, la reputazione assume un grande valore: tradire la fiducia di un partner oggi significa pagarne il prezzo domani, sotto forma di isolamento, perdita di credibilità e chiusura di ogni porta futura. In un territorio dalle dimensioni contenute — dove ci si conosce, ci si confronta e ci si reincontra nel corso degli anni — il «gioco» sociale ed economico è una partita di lungo periodo.

Questa trama di relazioni stabili rappresenta un vantaggio competitivo, un capitale sociale e fiduciario radicato che le grandi metropoli anonime non possono replicare.

La teoria dei giochi non pretende di offrire soluzioni per ogni crisi complessa. Ci ricorda però che i territori non sono condannati al declino dai loro comportamenti passati o da presunti limiti strutturali, perché le regole del gioco si possono cambiare.

Per una comunità che vuole scommettere sul proprio futuro, la domanda non è più se la cooperazione convenga — poiché i benefici sono evidenti — ma chi avrà il coraggio e la visione di fare la prima mossa, creando al contempo le garanzie necessarie per coinvolgere e rassicurare tutti gli altri.

Alessandro Argentero - Auditor ISO14001:2015 e divulgatore

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