Martedì 27 ottobre, a metà mattina, i siti di informazione riportano la notizia: nella notte qualcuno è entrato nelle caselle di posta elettronica di alcuni deputati. Il Corriere della Sera, che ha avuto conferma dai vertici di Montecitorio, parla di tre indirizzi violati: quello di Andrea Delmastro, di Fratelli d’Italia, ex sottosegretario alla Giustizia dimessosi a marzo, quello di Paolo Formentini, della Lega, e quello da deputata di Giorgia Meloni. Altre testate riferiscono di «numerosi parlamentari». Il numero complessivo degli account coinvolti resta da chiarire.
La Camera ha attivato le misure di protezione previste insieme all’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, con cui ha un protocollo specifico. Le procedure possono comprendere la disattivazione temporanea di alcune funzionalità dei sistemi informatici. Gli investigatori stanno ricostruendo come sia avvenuta l’intrusione e chi ne sia responsabile. Dagli uffici di Montecitorio si invita alla calma: secondo quanto riferito dal Corriere, il sistema ha retto. Le fonti parlamentari descrivono una questione che «non ha carattere di emergenza» e che «si presenta quotidianamente».
Quel «quotidianamente» è forse la dichiarazione più sincera della giornata. Chi gestisce un server di posta esposto su internet conosce le ondate di tentativi di accesso che arrivano giorno e notte e che, da sole, non fanno notizia.
L’attenzione si è concentrata soprattutto sulla premier. La casella violata non è quella che Giorgia Meloni usa per le comunicazioni ufficiali di governo. Eletta alla Camera nel 2022, dispone di un indirizzo parlamentare come tutti i deputati, ma per l’attività di presidente del Consiglio utilizza la posta e i sistemi di protezione di Palazzo Chigi. Fonti della Presidenza del Consiglio hanno precisato subito la distinzione. Questo non significa che l’account di Montecitorio sia abbandonato: secondo quanto riferisce l’ANSA, viene monitorato e riceve messaggi diretti alla premier.
In maggioranza circola il sospetto della «guerra ibrida»: la Camera sarebbe uno dei bersagli di un’offensiva contro parlamenti e organismi europei. Le fonti di Montecitorio confermano che da alcuni giorni si sono intensificati tentativi analoghi contro altre istituzioni nazionali, europee e internazionali, senza fare nomi. Non è stata però accertata una responsabilità per l’attacco alla posta dei deputati.
Ne avevamo parlato a maggio, raccontando i tentativi degli hacker di Stato di entrare nei sistemi della nostra Pubblica Amministrazione. Per l’episodio di questi giorni, le ricostruzioni disponibili non riportano una rivendicazione né dettagli tecnici sufficienti a stabilire il metodo utilizzato. Non mi avventuro in ipotesi: il «toto hacker» lo lascio volentieri ai talk show.
In Germania, il 20 ottobre, una settimana prima della notizia italiana, l’AfD ha confermato di aver subito a settembre un attacco attraverso un proprio fornitore di hosting. Secondo il partito, sono state copiate parti di poche caselle, per lo più inutilizzate da anni. Chi ha diffuso il materiale sostiene di aver messo in circolazione circa 421.000 email attraverso BitTorrent e indica tra gli account coinvolti anche uno intestato all’ex presidente Alexander Gauland. Si tratta di informazioni che non hanno ricevuto una verifica indipendente; il partito non ha confermato la portata della diffusione. Le fonti disponibili non indicano collegamenti tra i due episodi.
Nell’ottobre 2024 un’indagine di Proton, condotta con il contributo di Constella Intelligence, aveva cercato nel dark web informazioni associate a 609 indirizzi ufficiali di parlamentari italiani. Di questi, 91 comparivano nei dati sottratti a servizi esterni come LinkedIn, Dropbox e Adobe, con 188 password esposte in chiaro. Molti avevano usato la posta istituzionale per iscriversi a siti di ogni genere, anche di incontri, secondo Il Fatto Quotidiano. La ricerca riguardava violazioni di piattaforme esterne e non dimostrava un accesso alle caselle parlamentari. Non risultano legami accertati con l’attacco attuale.
Non sappiamo ancora se gli intrusi abbiano usato una password rubata, un messaggio di phishing o una falla del sistema di posta. Non è chiaro che cosa abbiano letto o copiato, né se le caselle coinvolte siano davvero soltanto tre. Le informazioni pubbliche non consentono ancora di ricostruire le modalità dell’accesso. Appena arriveranno notizie più precise, nei prossimi giorni torneremo sulla vicenda per affrontarla dal punto di vista tecnico.
























