Quando si parla di “stagflazione” si tende sempre a pensare agli anni ’70: inflazione alta, economia ferma, politiche monetarie in conflitto tra loro.
Questa lettura tuttavia oggi, rischia di essere troppo semplificata. Il mercato infatti non ragiona quasi mai per definizioni accademiche bensì per probabilità di scenari alternativi.
In questo momento il tema non è “siamo in stagflazione?”, ma un altro: quanto uno shock energetico può spostare l’economia da un regime a un altro.
Dai cicli economici ai regimi: il nuovo contesto macro
Negli ultimi 15 anni l’economia globale non ha seguito un ciclo lineare.
Più che fasi economiche tradizionali, abbiamo avuto regimi diversi, spesso guidati dalle politiche delle banche centrali:
- disinflazione post-2008
- tassi zero o negativi e repressione finanziaria
- inflazione da shock post-Covid
- normalizzazione incompleta degli ultimi anni
Questa frammentazione ha reso molto più difficile leggere il ciclo con le lenti tradizionali e ha reso centrale un’altra variabile: capire cosa può cambiare regime.
Il ritorno dell’energia come variabile dominante
Per anni il petrolio è stato una variabile quasi “laterale” nella narrativa di mercato.
Oggi torna al centro: le tensioni nello Stretto di Hormuz hanno riportato il tema energetico in primo piano, non tanto per un’interruzione effettiva, ma per il rischio percepito di interruzione prolungata dei flussi globali.
E questo è sufficiente per agire contemporaneamente su:
- prezzo dell’energia
- inflazione attesa
- aspettative di politica monetaria
Non serve un evento estremo: basta la probabilità che accada, o la sua percezione.
Il meccanismo che alimenta il rischio stagflazione
È qui che il mercato inizia a interrogarsi sullo scenario stagflattivo, non perché sia già presente, ma perché si attiva una combinazione delicata:
- energia più cara → inflazione che risale
- crescita già moderata (in particolare in alcune aree) → domanda che si indebolisce
Quando queste due forze si sovrappongono, si crea la struttura tipica della stagflazione.
Il confronto con gli anni ’70 torna spesso, tuttavia il contesto è diverso in quanto oggi ci troviamo di fronte a:
- economie più efficienti sul piano energetico
- ruolo crescente di tecnologia e produttività
- struttura dell’offerta petrolifera più flessibile
Quindi non è una replica, ma una possibile versione “moderna” dello stesso meccanismo.
Cosa cambia nei mercati: non i prezzi ma le correlazioni
Il punto più importante non è cosa sale o scende, bensì cosa smette di fare il suo lavoro di diversificazione.
In uno scenario dominato dall’inflazione:
- le commodity energetiche tendono a beneficiare
- i settori difensivi diventano relativamente più resilienti
- l’oro torna centrale, ma con dinamiche meno lineari
- le obbligazioni perdono spesso la loro funzione di copertura stabile
Il punto non è tanto il comportamento dei singoli asset, quanto il modo in cui si muovono tra loro.
Quando cambia il regime macroeconomico, cambiano anche le correlazioni e, con esse, il vero equilibrio dei portafogli.
Siamo in stagflazione?
No, oggi lo scenario centrale non è quello stagflattivo.
La crescita resta positiva, seppur moderata, e l’inflazione, pur non completamente normalizzata, è in riduzione rispetto ai picchi.
Il punto però non è classificare lo scenario attuale, ma capire che siamo in una fase in cui aumenta la probabilità di transizione tra regimi.
E questo dipende quasi interamente da una variabile: la durata e l’intensità dello shock energetico.
Se il rischio resta temporaneo, il sistema macro rimane quello attuale.
Se invece diventa persistente, lo scenario può cambiare più rapidamente di quanto i dati lo mostrino.
In questo quadro, un elemento spesso sottovalutato è la tenuta del mercato del lavoro negli Stati Uniti.
I dati continuano a mostrare una dinamica ancora solida: occupazione resiliente, livelli di disoccupazione contenuti e una creazione di posti di lavoro che, pur rallentando rispetto ai picchi post-Covid, resta coerente con un’economia in espansione.
Questo è un punto chiave, perché uno dei pilastri necessari per uno scenario davvero stagflattivo è proprio il deterioramento del mercato del lavoro. E ad oggi questo elemento non si è ancora materializzato in modo significativo.
In altre parole, il mercato del lavoro americano sta funzionando da “ancora del ciclo”, riducendo la probabilità che lo shock energetico si trasformi automaticamente in un cambio di regime macro.
Conclusione
La stagflazione non è oggi lo scenario centrale, ma è tornata a essere uno scenario possibile.
Nei mercati finanziari questo è spesso sufficiente per modificare i prezzi, prima ancora che i dati macro lo confermino.
Il punto non è prevedere la stagflazione: il punto è capire quando il mercato inizia a prezzare la possibilità che il regime cambi, perché è lì, molto prima dei dati, che si costruiscono i movimenti più importanti.
Avete domande o curiosità? Potete scriverle alla redazione del giornale oppure tra i commenti su Facebook
Andrea Fabbris – Consulente Finanziario Indipendente
Disclaimer
Le informazioni fornite in questo articolo hanno finalità informative e didattiche: non costituiscono sollecitazione al pubblico risparmio e non intendono promuovere prodotti o forme di investimento. L’uso dei dati e delle informazioni come supporto per operazioni di investimento personale è sotto la responsabilità dell’utente.
























