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Ultim'ora | 19 ottobre 2026, 18:47

Magaldi (Kyoto Club): "La transizione energetica non può essere solo cinese"

Magaldi (Kyoto Club): "La transizione energetica non può essere solo cinese"

(Adnkronos) - Ridurre la dipendenza dal gas senza crearne una nuova dalle tecnologie cinesi. Accelerare la decarbonizzazione senza sacrificare l’industria europea sull’altare del prezzo più basso. Per Letizia Magaldi, presidente di Kyoto Club e imprenditrice del settore energetico, è questa la vera sfida della transizione. Una sfida nella quale l’Europa, a suo giudizio, ha ancora le competenze e le tecnologie per competere, ma deve cambiare le regole del gioco. 

“Non possiamo avere le stesse regole che avevamo cinque anni fa”, spiega in un’intervista all'Adnkronos. Magaldi chiede una politica industriale capace di premiare il valore aggiunto prodotto sul territorio europeo, senza rinunciare alla concorrenza e senza rallentare la decarbonizzazione. 

Il problema riguarda anche l’Italia. Sul decreto Fer-T, destinato a sostenere la produzione di calore da fonti rinnovabili, segnala una distanza significativa tra le risorse inizialmente annunciate e quelle previste nell’ultima bozza: 700 milioni di euro contro 60. Una cifra che giudica insufficiente per un settore decisivo sia per la competitività delle imprese sia per la sicurezza energetica nazionale. 

La crisi energetica ha riportato al centro il problema della dipendenza italiana dalle importazioni di gas. Quanto può contribuire la transizione energetica alla sicurezza nazionale?

 

“Credo sia fondamentale comprendere che il gas non viene utilizzato soltanto per produrre elettricità. È essenziale anche per i processi produttivi delle industrie. Se guardiamo ai consumi energetici industriali a livello mondiale, circa il 70% è destinato alla produzione di calore e il restante 30% all'energia elettrica. E gran parte di quel calore viene ancora prodotto attraverso il gas metano. 

Pensiamo alla carta, all'alimentare, al farmaceutico, alla chimica. Sono industrie che hanno bisogno di calore per essiccare, pastorizzare, trasformare i materiali. L'aumento del prezzo del gas colpisce quindi non soltanto la bolletta elettrica, ma direttamente i costi di produzione. 

La buona notizia è che oggi disponiamo delle tecnologie per sostituire una parte importante di questi consumi con energia rinnovabile. È cambiata radicalmente la competitività economica delle rinnovabili. Tecnologie che in passato erano troppo costose oggi possono rappresentare un'alternativa al gas. Questo significa ridurre la nostra esposizione agli shock internazionali e rafforzare la sicurezza energetica del Paese”. 

Molte imprese italiane lamentano costi energetici troppo elevati rispetto ai concorrenti internazionali. Il problema è il Green Deal, come sostengono alcuni suoi critici, oppure è altrove?

 

“Il problema principale è il prezzo del gas. Si discute molto del sistema Ets, del costo delle emissioni, ma bisogna guardare alle proporzioni. L'incidenza dell'Ets sui costi dell'energia è relativamente contenuta rispetto agli aumenti che abbiamo visto sul gas negli ultimi anni. 

Dobbiamo anche considerare come funzionano gli investimenti nelle nuove tecnologie. Con il gas abbiamo un'infrastruttura già esistente: il tubo arriva in fabbrica e l'impresa acquista il combustibile. Se vogliamo utilizzare fotovoltaico, pompe di calore, caldaie elettriche o batterie termiche, dobbiamo realizzare gli impianti. È necessario un investimento iniziale. 

Ma una volta realizzato, quell'investimento consente di ridurre la dipendenza dal gas e dai suoi shock di prezzo. Stiamo cambiando il sistema di generazione dell'energia. Occorre accompagnare questa trasformazione senza mettere in difficoltà le imprese e, soprattutto, senza indebolire le filiere industriali europee”. 

Quali sono gli interventi più urgenti che il governo dovrebbe mettere in campo per accelerare questa trasformazione?

 

“Un provvedimento molto importante è il decreto Fer-T, dedicato alle fonti rinnovabili per la produzione di energia termica. È un settore che ha ricevuto meno attenzione rispetto alla generazione elettrica, nonostante il calore rappresenti una componente enorme dei consumi industriali. 

Il problema è che, mentre in passato erano stati annunciati 700 milioni di euro, nella bozza che circola la dotazione è di appena 60 milioni. È evidente che siamo di fronte a un ridimensionamento molto significativo delle risorse previste. 

Mi auguro che una parte importante delle risorse disponibili venga indirizzata proprio all'elettrificazione del calore industriale. Parliamo di tecnologie che esistono già, che possono sostituire il gas e che hanno un potenziale enorme. 

Il settore del calore è anche più frammentato rispetto ad altri comparti energetici: ci sono tanti operatori, molte imprese di dimensioni ridotte, e questo rende più difficile costruire una voce comune. Ma non per questo deve ricevere meno attenzione. Le aziende da sole non possono farcela: serve una politica industriale”. 

“L'Europa ha compreso l'importanza dell'elettrificazione del calore industriale. Ha già avviato un primo programma di sostegno e ne sta preparando un secondo, con un miliardo di euro, nell'ambito di un percorso molto più ampio per la decarbonizzazione dell'industria. 

Ben vengano le aste competitive. Non sono contraria alla concorrenza, anzi. Ma dobbiamo chiederci se abbia ancora senso una competizione che considera soltanto il prezzo e non il valore industriale che viene creato nei nostri Paesi. 

Chi sviluppa una tecnologia in Europa compete sul mercato mondiale. Il problema è confrontarsi con sistemi industriali che beneficiano di politiche pubbliche e condizioni molto diverse. Dobbiamo arrivare a una competizione che non sia anacronistica, che tenga conto del valore aggiunto prodotto nel Paese, delle competenze, dell'occupazione e della sicurezza delle filiere”. 

Il rischio è che l'Europa riduca la dipendenza dai combustibili fossili, ma finisca per dipendere dalla Cina per pannelli solari, batterie e altre tecnologie della transizione. Come si evita?

 

“Dobbiamo iniziare a ragionare in termini di politica industriale e non soltanto di prezzo. Chi installa un impianto vuole naturalmente acquistare la tecnologia migliore al costo più basso. È comprensibile. Ma chi si occupa della strategia industriale del Paese deve avere una prospettiva diversa. 

Non possiamo lasciare che a guidare la transizione siano soltanto gli interessi economici dei singoli operatori. Stiamo passando da un sistema energetico centralizzato, basato su grandi centrali e grandi gruppi, a una generazione distribuita, nella quale operano tanti soggetti diversi. Chi garantisce una regia strategica di questo sistema? 

C'è anche una questione tecnologica, che riguarda per esempio il software e il controllo degli apparati. Non voglio fare allarmismo né sostenere che la Cina controllerà la nostra energia, ma sono aspetti che meritano attenzione. 

Quando parliamo di difesa, nessuno immaginerebbe di affidare le forniture strategiche esclusivamente a un'asta internazionale basata sul prezzo più basso. Perché nel settore energetico dovremmo ragionare diversamente?”. 

Ma non rischiamo, privilegiando la produzione europea, di rendere la transizione molto più costosa e quindi più lenta?

 

“Dobbiamo capire di quali differenze di costo stiamo parlando e su quale parte del valore complessivo dell'impianto incidono. In un impianto fotovoltaico, per esempio, il costo del modulo è soltanto una componente dell'investimento totale. Il resto è costituito da montaggi, cavi, installazione e altri elementi. 

Se il prodotto europeo costa qualche punto percentuale in più, dobbiamo chiederci quanto incida realmente sul costo finale e quale valore economico e industriale rimanga nel nostro Paese. Non credo che la soluzione sia rinunciare a produrre perché altri hanno costi inferiori. È una valutazione che deve tenere conto dell'intera catena del valore. 

Possiamo anche accogliere produttori stranieri, compresi quelli cinesi, ma chiedendo che investano qui, assumano lavoratori europei e trasferiscano tecnologie e competenze. È soprattutto un tema di regole. L'Europa si sta muovendo in questa direzione, ma bisogna essere più decisi. Le condizioni economiche delle rinnovabili sono profondamente cambiate e non possiamo avere le stesse regole che avevamo cinque anni fa”. 

Su quali tecnologie potrebbe puntare l'Italia per costruire una filiera competitiva, senza ritrovarsi ancora una volta dipendente dall'estero, anche per le materie prime?

 

“Una delle opportunità più interessanti è rappresentata dagli accumuli termici. È il settore nel quale opera anche Magaldi, che ha sviluppato una batteria capace di immagazzinare energia rinnovabile e restituirla sotto forma di calore e vapore per i processi industriali. La particolarità è che utilizziamo materiali molto comuni: essenzialmente acciaio e sabbia silicea. Non abbiamo quindi il problema delle materie prime critiche che caratterizza altre tecnologie. 

Nel nostro caso sono sufficienti cinque ore di disponibilità di energia rinnovabile, anche non consecutive, per caricare il sistema e produrre successivamente vapore nell'arco delle 24 ore. Abbiamo scelto di concentrarci su una fascia di temperatura compresa tra 150 e 350 gradi, che corrisponde a una parte molto importante della domanda globale di calore industriale. Pensiamo alle cartiere, all'industria alimentare, al farmaceutico e alla chimica. 

Non pretendiamo di sostituire tutte le tecnologie. Le batterie elettrochimiche servono per accumulare e restituire elettricità; noi produciamo energia termica. Sono applicazioni differenti e complementari. La cosa interessante, al di là della singola azienda, è che in Europa esiste ancora una filiera industriale forte nelle tecnologie per il calore: pompe di calore, caldaie elettriche, batterie termiche. È un patrimonio che dobbiamo conservare”. 

L'Europa, però, ha già perso terreno in settori strategici. Penso alle difficoltà delle gigafactory delle batterie, da Northvolt al progetto di Termoli. Non è la dimostrazione che il divario con la Cina è ormai troppo grande?

 

“Io mi porrei prima di tutto una domanda: sono fallimenti dovuti a problemi tecnologici oppure economici? Perché sono due cose molto diverse. Non credo che all'Europa manchino le competenze. Quando partecipo ai convegni internazionali vedo tantissimi italiani ed europei nella parte dedicata alla tecnologia. Abbiamo ingegneri straordinari, molte delle innovazioni sono nate qui. Poi, però, quando si passa al mercato, vediamo una presenza molto forte dei cinesi. 

Il problema, a mio avviso, non è soltanto finanziario. È soprattutto normativo e riguarda l'assenza di una vera politica industriale comune. Non siamo ancora riusciti a costruire un mercato europeo che accompagni le tecnologie fino alla loro diffusione commerciale. Serve una maggiore armonizzazione delle politiche e una competizione che premi il valore aggiunto creato sul territorio. È questo che può consentire alle nostre imprese di crescere e competere”. 

C'è anche chi, come un ormai noto paper di Bruegel, sostiene che sarebbe più conveniente lasciare alla Cina produzioni ormai dominate dalle sue aziende, come i pannelli fotovoltaici, e concentrare le risorse europee su altre tecnologie. Lei non è d'accordo?

 

“Non sono convinta che sia la strada giusta. Prima di rinunciare a un settore dovremmo porci alcune domande: perché non possiamo produrre quelle tecnologie? Quanto ci costerebbe realmente farlo? E quale valore perderemmo, in termini industriali, rinunciando alla produzione? Bisogna ragionare sull'intero impianto, non soltanto sul prezzo del singolo componente. Anche quando esiste una differenza di costo, dobbiamo capire quanto pesa sul valore complessivo e cosa significa mantenere quella produzione in Europa. Nel campo della salute e della difesa siamo abituati a considerare strategiche le nostre capacità produttive. Perché l'energia deve essere sempre la Cenerentola? 

In passato potevamo contare su gas relativamente economico e questo rendeva meno urgente affrontare alcuni problemi. Oggi la situazione è cambiata. Le rinnovabili sono competitive, abbiamo le tecnologie e sappiamo quanto sia rischioso dipendere dall'estero per l'energia. 

Non dobbiamo considerarci già sconfitti nella transizione energetica. Ma dobbiamo capire che, senza una politica industriale, rischiamo di vincere la sfida della decarbonizzazione perdendo quella della produzione e della competitività europea”. 

 

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