Milano. In tre giorni, tra il 23 e il 25 febbraio, sono usciti circa 95 milioni di euro dalla tesoreria di Fideuram, la società di private banking del gruppo Intesa Sanpaolo che a fine giugno amministrava 452,3 miliardi di euro. La vicenda è stata rivelata dal Corriere della Sera il 25 settembre. I dettagli sono nel decreto di sequestro emesso a maggio dalla giudice per le indagini preliminari di Milano Sonia Mancini, su richiesta dei pubblici ministeri Barbara Benzi e Alfonso Serritiello, del pool del procuratore aggiunto Eugenio Fusco.
Il 23 febbraio arriva un messaggio WhatsApp sul cellulare aziendale dell’allora presidente, Paolo Molesini. Chi scrive, annota la giudice, «pur chiamandolo da un numero diverso da quello a lui noto, affermava di essere Carlo Messina», amministratore delegato della capogruppo. Gli dà del tu e usa «espressioni e contenuti tali da non destare dubbi in ordine al fatto che fosse effettivamente lui».
Il falso Messina annuncia che di lì a poco Molesini sarà contattato da un avvocato per chiudere l’acquisizione di una banca internazionale. Intesa non può comprarla direttamente «in ragione di una fuga di notizie che avrebbe causato lo stop della Consob»: l’operazione deve quindi passare dalla controllata. A Molesini, riassume la giudice, la cosa «non sembrava sospetta in quanto mesi prima per lo stesso motivo (fuga di notizie) era sfumata l’acquisizione di Generali».
Nella stessa giornata arriva la telefonata. La voce sembra quella di Paolo Nastasi, managing partner italiano dello studio A&O Shearman, un avvocato d’affari che Molesini conosce. Il finto legale gli fa firmare un accordo di massima riservatezza sull’operazione e gli trasmette undici documenti su carta intestata dello studio, denominati «payment instruction», con coordinate bancarie, importi, scadenze di esecuzione e istruzioni operative. Gli ordini di bonifico risultano firmati da un legale della sede di Madrid dello stesso studio. Nel pacchetto c’è anche una procura speciale che appare sottoscritta da Messina.
Nastasi è del tutto estraneo ai fatti. Secondo gli investigatori, la sua voce è stata riprodotta con strumenti di intelligenza artificiale.
Lo stesso giorno riceve una chiamata anche il responsabile della tesoreria e dei pagamenti di Fideuram. Dall’altra parte c’è una persona che finge di essere l’amministratore delegato della società e lo avvisa che il presidente sta per chiedergli «bonifici urgenti e riservati».
I trasferimenti partono tra il 23 e il 25 febbraio, diretti verso conti in Portogallo e in Cina. Tra gli altri, il decreto elenca un primo bonifico da 4,9 milioni a una società portoghese con conto presso Banco BPI, altri sei per 34,9 milioni verso conti della stessa banca e 42,5 milioni su un conto di Bank of China. Il via libera, scrive la giudice, viene dato da Molesini e dal tesoriere «reciprocamente convinti della bontà, impellenza e riservatezza dell’operazione, senza contattare i vertici né di Fideuram né di Intesa San Paolo, in quanto vincolati dall’accordo di riservatezza».
L’anomalia viene individuata in fretta e Fideuram attiva i canali di cooperazione interbancaria internazionale. Dal decreto risulta che il vero amministratore delegato di Fideuram chiama subito Molesini, «avvisandolo che vi era una truffa in corso». Molesini telefona a Messina, che gli conferma di non averlo mai contattato.
Nelle ore successive Fideuram riesce a fermare i 42 milioni finiti su conti cinesi, mentre oltre 13 milioni vengono congelati presso la banca portoghese. Secondo gli atti, mancano all’appello 39,5 milioni. Erano già stati girati su altri conti esteri e poi fatti confluire su IBAN di istituti che operano in criptovalute.
I carabinieri del Nucleo investigativo di Milano hanno seguito una parte di quel denaro, circa quattro milioni. I fondi sono passati per conti a Malta, in Lussemburgo e in Olanda, poi su una piattaforma canadese di money transfer e infine su due wallet di bitcoin. Le indagini sono arrivate a un informatico israeliano di 48 anni, oggi indagato come uno dei componenti della banda. Le rogatorie internazionali dovranno stabilire se i suoi documenti corrispondono a una persona reale o se anche quell’identità è una tappa intermedia.
Molesini non è indagato. Nella relazione semestrale della società risulta dimissionario dal 4 marzo.
Altri tre casi sul tavolo della Procura
Gli inquirenti stanno esaminando anche altri episodi. A maggio una dirigente del settore fiscale di Banca Ifis ha autorizzato operazioni per circa 24 milioni, convinta da uno scambio di email artefatte di parlare con un’altra dirigente del gruppo. Ne sono stati recuperati circa venti. Una parte è stata sequestrata a Barcellona su disposizione della giudice Sara Cipolla, nell’indagine del pubblico ministero Enrico Pavone; altre somme sono state bloccate tra Portogallo e Singapore. Un altro fascicolo riguarda un istituto più piccolo, per circa due milioni ritrovati in parte in Croazia. Dagli atti emerge anche una «truffa identica» contro una società non bancaria del gruppo Bper, sempre spendendo il nome dello stesso avvocato, per cifre molto più basse.
Intesa Sanpaolo ha precisato che i propri sistemi informatici non sono stati violati. Pochi giorni prima il chief security officer del gruppo, Antonio De Vita, aveva spiegato che dall’inizio dell’anno la banca ha individuato e fatto rimuovere circa cinquemila video falsi realizzati con l’intelligenza artificiale, molti dei quali usavano l’immagine di Messina.
LA CRONOLOGIA DEI 95 MILIONI
- 23 febbraio: il falso messaggio WhatsApp di Carlo Messina, la telefonata con la voce clonata dell’avvocato, gli undici ordini di pagamento.
- 23-25 febbraio: bonifici per circa 95 milioni verso conti in Portogallo e in Cina.
- Subito dopo: la scoperta della truffa e l’avvio della cooperazione interbancaria.
- Recuperati: 42 milioni dai conti cinesi, oltre 13 congelati in Portogallo.
- 4 marzo: Molesini lascia la presidenza.
- Maggio: il decreto di sequestro della giudice di Milano.
- 25 settembre: la vicenda diventa pubblica.
- Ancora mancanti: 39,5 milioni, finiti in criptovalute.
Cosa dice questa storia a chi dirige un’azienda
Nessuno ha forzato un firewall. La voce ricostruita è servita a rendere credibile la telefonata, ma i truffatori hanno preparato anche tutto il resto. Hanno convinto due dirigenti di trovarsi davanti a un’operazione urgente e riservata, nella quale chiedere conferma ai vertici sembrava violare un obbligo. L’accordo di riservatezza ha avuto proprio questa funzione: impedire che qualcuno facesse una telefonata di verifica.
In una media impresa lo stesso copione può costare meno milioni, ma gli elementi sono gli stessi: un ordine che sembra arrivare dall’alto, una scadenza ravvicinata e la richiesta di non parlarne con altri. Una regola scritta può imporre di richiamare un numero già noto prima di eseguire un pagamento fuori procedura, soprattutto quando chi lo richiede insiste perché resti segreto. Il procuratore aggiunto Fusco ha invitato società e manager a diffidare della tentazione di credere che «a noi non possa mai capitare».
Se domani il vostro amministratore vi scrivesse da un numero nuovo per una cosa urgente e riservata, chi chiamereste per verificare prima di eseguire?
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Sito web: www.seccomarco.com
























