/ ATTUALITÀ

ATTUALITÀ | 11 ottobre 2026, 06:50

Quanto è diffusa l’intelligenza artificiale e come viene usata nel mondo

I modelli di IA sono al centro delle news, ma quanto sono davvero entrati nella nostra società?

Quanto è diffusa l’intelligenza artificiale e come viene usata nel mondo

Quanto è diffusa l’intelligenza artificiale e come viene usata nel mondo

L’utilizzo dell’intelligenza artificiale si è ormai diffuso ampiamente, sono moltissime le persone che utilizzano i vari modelli LLM disponibili. Sono disponibili alcuni studi e statistiche che permettono di inquadrare il fenomeno e dare un’idea della portata su scala mondiale.

In questo articolo ci soffermiamo sui dati relativi ai chatbot più diffusi, a cui si può accedere via web o con app installate sul proprio cellulare. Esistono altri metodi di utilizzo, più legati allo sviluppo software ed applicazioni specifiche che non consideriamo in questa occasione, per concentrarci su quelle che sono le interazioni più “classiche” tra utente e IA.

Le fonti da cui attingere sono varie, si parte dalle statistiche fornite dagli stessi sviluppatori (OpenAI, Google, ecc.) fino a sondaggi come quelli di Eurostat.

Chi usa l’intelligenza artificiale?

Iniziamo a vedere il profilo degli utenti, partendo dall’età. Negli Stati Uniti, hanno usato ChatGPT il 44% degli adulti: il 61% nella fascia d’età 18-29 anni, il 55% tra i 30 e i 49, il 37% tra 50 e 64 e il 19% degli over 65. (Dati da: Pew Research)

Per quanto riguarda l’Europa, ed in particolare l’Italia, Eurostat ha introdotto lo studio nel 2025, questi sono i risultati:

·     Il 32,7% degli europei tra 16 e 74 anni ha usato IA generativa; soprattutto per fini personali (25,1%), poi lavoro (15,1%) e istruzione formale (9,4%).

·     L’Italia è indietro: solo il 19,9% degli italiani l’ha usata negli ultimi tre mesi, penultimo posto in UE, mentre in testa ci sono Danimarca (48,4%), Estonia (46,6%) e Malta (46,5%).

·     Tra i giovani europei la quota è molto più alta: il 63,8% dei 16-24enni, quasi il doppio della media.

·     Per le imprese, usa l’IA il 20% delle aziende UE con almeno 10 dipendenti e il 19% di quelle italiane. Anche qui a guidare è la Danimarca con il 42%, l’Italia si assesta sotto la media con il 19%.

(Dati tratti da: “Orizzonte Scuola”, “Pew Research” e “Tech Insider”.)

Questi dati mostrano già un utilizzo molto diffuso e non concentrato solo nelle fasce di età più basse. Anzi, nella fascia di età tra i 18 e 29 anni, un 61% può sembrare anche un valore basso in rapporto all’elevata digitalizzazione di quella generazione, mentre il 37% sopra i 50 anni e 19% sopra i 65 è un dato sorprendente. Chissà se questa attrazione per l’intelligenza artificiale delle generazioni più “vecchie” sia legata anche ai racconti di fantascienza che ne hanno accompagnato la crescita; trovarsi ora a poter parlare con un computer ricorda tanto i film ambientati in scenari futuristici. Non abbiamo le auto volanti, ma almeno i computer parlanti sì.

La distribuzione tra nazioni, almeno in ambito europeo, è molto varia e si può spiegare con il parallelo con la digitalizzazione, o meglio l’alfabetizzazione informatica (competenze digitali di base) dei paesi. La Danimarca guida anche la classifica delle competenze digitali con l’80% della popolazione con almeno competenze di base, l’Italia anche lì si assesta sotto la media europea (54,3% contro 60,4%). Questa correlazione è abbastanza ovvia: dove l’utilizzo dei computer e strumenti informatici è più diffuso, anche l’accesso all’IA è più facile.

Come vengono usati

Per quanto riguarda ChatGPT, lo studio più ampio è opera proprio dei ricercatori di OpenAI e Harvard, che hanno analizzato un campione di 1,1 milioni di messaggi tra maggio 2024 e luglio 2025. Le richieste sono così suddivise: “consigli pratici” 28,3%, “scrittura” 28,1%, “ricerca di informazioni” 21,3%, aiuto tecnico 7,6%, media (immagini, video, musica) 5,9%, espressione di sé 4,3%. Contrariamente a quanto si pensa, la programmazione (inclusa la moda del vibe coding) e la compagnia o supporto emotivo pesano relativamente poco: la programmazione è scesa dal 12 al 5% dell’uso totale. Ovviamente le differenze di utilizzo tra i vari modelli sono anche conseguenza delle “specializzazioni” dei modelli stessi: alcuni sono più orientati alla programmazione, altri alla creazione di immagini e così via.

Anthropic pubblica periodicamente l’Anthropic Economic Index, basato sullo studio di conversazioni anonimizzate. Il primo rapporto (2025) mostrava che il 37,2% delle richieste riguardava informatica e matematica, seguito da arti, design e media (10,3%), soprattutto scrittura e revisione. A livello globale l’uso di Claude.ai si divide in 46% lavoro, 19% studio e 35% uso personale. Ma la composizione cambia con il reddito: lavoro e uso personale sono più comuni nei paesi ad alto reddito, lo studio in quelli a reddito più basso. Questo dato non è un’anomalia di Claude: concorda con uno studio Microsoft, secondo cui l’uso dell’IA per la scuola si associa a redditi pro capite più bassi, quello per il tempo libero a redditi più alti.

In realtà, l’utilizzo è molto vario in base al paese: negli Stati Uniti prevalgono gestione domestica, ricerca di lavoro e consigli medici, in Brasile traduzioni e servizi legali, in Vietnam sviluppo software e istruzione ed in India quasi esclusivamente sviluppo software. Questi sono solo alcuni esempi, ma mostrano la grande variabilità.

Per quanto riguarda le tipologie di utilizzo, Anthropic distingue tra l’automazione, in cui l’utente assegna un compito e Claude lo esegue con poco scambio, e la collaborazione, in cui l’utente chiede spiegazioni per imparare, lavora sul compito in più passaggi insieme a Claude, oppure chiede un parere sul proprio lavoro.

Il risultato è che, anche tenendo conto dei diversi tipi di compiti svolti in ciascun paese, al crescere dell’uso pro capite i paesi passano da un uso orientato all’automazione a uno collaborativo. Il rapporto più recente lo conferma: i paesi con più utilizzo, che tendono a essere quelli più ricchi, mostrano meno automazione e delegano a Claude meno autonomia decisionale, usandolo più come assistente e collaboratore.

È un dato importante, non facilmente spiegabile. Si ipotizzano (direttamente nello studio di Anthropic) alcuni fattori: la curva di adozione, la capacità di spesa ed il tempo libero disponibile. In sintesi nei paesi più ricchi ci si può permettere un abbonamento ai servizi IA, si ha più tempo a disposizione per usarlo e c’è una maggior percentuale di lavoratori nelle discipline scientifiche e tecniche che può portare ad un uso più specialistico dell’IA. Gli utenti dei paesi più ricchi possono disporre di più tempo libero e di un accesso costante a internet, che rendono possibili gli usi personali “non essenziali”.

C’è un altro aspetto che Anthropic evidenzia per spiegare le differenze di utilizzo, e vale la pena sottolinearlo: variano le competenze di chi scrive. Il livello di istruzione necessario per la formulazione della domanda da parte dell’utente ed il livello della risposta di Claude sono correlati quasi perfettamente (r = 0,925 su 117 paesi). In pratica: Claude è in grado di rispondere in modo molto sofisticato, ma tende a farlo solo quando riceve domande sofisticate. Chi sa formulare richieste complesse ottiene di più.

Le conseguenze sono importanti. Se gli aumenti di produttività sono maggiori nelle economie ad alta adozione, i vantaggi dell’IA potrebbero concentrarsi nelle regioni già ricche, aumentando le disuguaglianze globali e invertendo la convergenza economica degli ultimi decenni.

Per questo la conclusione del rapporto di gennaio 2026 è che allargare l’accesso non basta: per far sì che l’IA porti benefici ovunque serve sviluppare le competenze che ne permettono un uso efficace, soprattutto nelle economie a reddito più basso.

Come si era detto nell’articolo sull’uso dell’IA a scuola, un’alfabetizzazione in questo senso è fondamentale. Imparare ad usare gli strumenti d’intelligenza artificiale per scopi che ci aiutino a crescere invece che per mero divertimento. L’umanità si sta dotando di uno strumento superlativo, forse il più potente che abbiamo mai avuto tra le mani, non usiamolo per scopi frivoli o faceti, ma impegniamoci a trarne uno stimolo per la nostra crescita.

Non è solo una questione di principio: l'uso dell’IA per scopi frivoli è uno spreco di risorse importanti e rischia di orientare lo sviluppo verso quegli usi. Gli LLM sono anche sviluppati per scopi commerciali, se una fetta ampia di utenti la usa per divertirsi più che per studiare o produrre lavori utili (medicina, cultura, giornalismo), gli sviluppatori potrebbero puntare a soddisfare l'utenza a scapito dell'uso evolutivo della IA.

Paolo Rovina - Ingegnere e divulgatore

Prima Pagina|Archivio|Redazione|Invia un Comunicato Stampa|Pubblicità|Scrivi al Direttore