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Ultim'ora | 30 settembre 2026, 17:57

Il funerale dell’Occidente può attendere: il libro di Paolo Messa contro il declinismo

Il funerale dell’Occidente può attendere: il libro di Paolo Messa contro il declinismo

(Adnkronos) - C’è un genere intellettuale che in Occidente non passa mai di moda: annunciare la fine dell’Occidente. Cambiano le cause, cambiano i rivali, cambiano persino i secoli, ma il necrologio, ingiallito e un po’ strappato, resta appiccicato al tabellone arrugginito del paese. All’inizio del Novecento era Oswald Spengler a diagnosticare il Tramonto dell’Occidente; negli anni Settanta erano lo shock petrolifero e la stagflazione; negli Ottanta il Giappone; dopo il 2008 la crisi finanziaria; oggi la Cina, la polarizzazione, il debito, l’invecchiamento demografico, la guerra, il disordine internazionale. A ogni passaggio, il paziente sembra definitivamente spacciato. E a ogni passaggio, più o meno malconcio, continua a presentarsi alla visita successiva. 

È da questo paradosso che parte Paolo Messa in L’Occidente è vivo. W l’Occidente. Per sfatare la retorica del declinismo, appena pubblicato da Rubbettino. Non nega le sue crisi, ma si oppone alla trasformazione della crisi in destino, del problema in decadenza, della vulnerabilità in prova di un irreversibile esaurimento storico. D’altronde il declinismo non è più soltanto una diagnosi, ma un linguaggio attraverso il quale interpretiamo quasi automaticamente il mondo.  

Messa vuole rovesciare l’illusione ottica: le democrazie sembrano più fragili degli autoritarismi proprio perché mettono in scena continuamente la propria fragilità. 

La democrazia discute, protesta, indaga, denuncia. Espone la corruzione, racconta i fallimenti, pubblica statistiche sgradevoli, processa i governanti, lascia che giornali e opposizioni trasformino ogni crepa in una notizia. L’autoritarismo fa esattamente il contrario: nasconde la crepa e fotografa il muro. “L’Occidente non è in crisi perché discute i propri problemi: discute i propri problemi perché è vivo”. 

Un'autocrazia può apparire straordinariamente efficiente in un determinato momento. Può costruire infrastrutture rapidamente, imporre una scelta industriale, comprimere il conflitto, orientare capitali e società. Il problema è ciò che accade quando sbaglia. In una democrazia l’errore genera opposizione, informazione, elezioni, cambiamenti legislativi, talvolta governi nuovi. In un regime chiuso può essere invece protetto dalla stessa struttura di potere che lo ha prodotto. Il rumore democratico non è necessariamente il rumore di una macchina che si rompe; può essere quello di una macchina che si aggiusta mentre continua a funzionare.  

Viene alla mente On Freedom di Timothy Snyder, uscito nel 2024, “Freedom involves recognizing that you’re wrong”: la libertà comporta la capacità di riconoscere il proprio errore. La superiorità rivendicata dal modello aperto non è nell’essere immune dall’errore, ma nell’avere costruito istituzioni che permettono di identificarlo, contestarlo e correggerlo.  

Messa vuole puoi spostare lo sguardo dall’ossessione per una sola grandezza: la quota di Pil mondiale. 

Naturalmente quella quota è diminuita. Sarebbe strano il contrario, dopo l’ingresso di miliardi di persone nell'economia globale e l'ascesa di Cina, India e altri grandi Paesi. Ma Messa sostiene che scambiare la riduzione del peso relativo per declino assoluto significa guardare al XXI secolo con strumenti ottocenteschi. 

Bisogna osservare anche dove si concentrano università, ricerca, brevetti, capitali, innovazione tecnologica, imprese globali; dove scelgono di studiare gli studenti; dove si trasferiscono ricercatori e imprenditori; quali sistemi culturali continuano a generare linguaggi, mode, musica, serie televisive, modelli di consumo. L’Occidente, e ci scuseranno i disfattisti, resta ancora la “civiltà più desiderabile”: le persone votano anche con i piedi. I flussi migratori e quelli dei talenti continuano, nel complesso, a dirigersi verso società aperte, non verso i grandi sistemi autoritari.  

Silicon Valley, Berlino, Milano, Netflix, il dollaro, il design italiano, la ricerca biomedica americana, le università britanniche: sono tutti pezzi di un ecosistema in cui vige libertà di circolazione delle persone, delle idee e dei capitali. E la libertà non è soltanto un principio morale. È anche una tecnologia sociale. 

La parte più geopolitica del libro comincia quando l’autore si domanda perché, se questa forza materiale e culturale esiste ancora, la percezione sia tanto diversa. La risposta è che il declinismo occidentale non nasce tutto a Mosca o a Pechino (troppo comodo) ma offre a Mosca e Pechino un materiale straordinariamente facile da utilizzare. 

Messa parte esplicitamente dal rapporto del National Endowment for Democracy del 2024 sulle narrative autoritarie. Joseph Siegle mostrava come Russia e Cina non debbano necessariamente convincere il pubblico internazionale che l’autoritarismo è magnifico. È sufficiente convincerlo che la democrazia è ipocrita, inefficiente, caotica e incapace di mantenere le proprie promesse. La strategia è asimmetrica: l’autocrate non deve vincere la gara di reputazione, deve soltanto ridurre il vantaggio reputazionale dell’avversario.  

Eppure, nonostante i Brics, la Shanghai Cooperation Organization e i vari tavoli multilaterali e minilaterali che spuntano ogni mese, non c’è davvero una nuova Internazionale delle autocrazie fondata su una coerente ideologia comune. Ciò che le accomuna sono interessi, tecniche di sopravvivenza politica, sistemi finanziari opachi, propaganda e l’utilità reciproca che deriva dall’indebolimento delle società democratiche.  

Messa porta questo ragionamento un passo più avanti. Il pessimismo occidentale diventa una materia prima geopolitica. Le contraddizioni delle democrazie vengono prese, decontestualizzate e ricomposte fino a formare la prova di una tesi già stabilita: l’Occidente non funziona più. La corruzione scoperta da un’inchiesta giornalistica diventa la dimostrazione che “tutto è corrotto”; una protesta diventa caos; un’elezione contestata diventa collasso istituzionale; il dibattito sull’immigrazione diventa guerra civile latente.  

Però non si può rispondere alla propaganda censurando la critica. Sarebbe una contraddizione fatale che confermerebbe il racconto dei suoi avversari. Bisogna imparare a distinguere autocritica e autoflagellazione, informazione e manipolazione, pessimismo razionale e fatalismo. 

India, Brasile, Indonesia, Arabia Saudita, Turchia e, più in generale, quel vastissimo insieme di Paesi che non intendono scegliere stabilmente tra un “Occidente” e un presunto blocco alternativo: Messa osserva che uno degli errori occidentali è stato immaginare che modernizzazione, commercio e crescita avrebbero prodotto automaticamente convergenza politica. Non è successo. Ma l’alternativa non è pretendere una nuova Guerra fredda con due campi rigidamente separati. L’Occidente deve piuttosto competere attraverso infrastrutture, investimenti, tecnologia, sicurezza e partnership tra pari. Da qui l’attenzione all’Imec, agli accordi nel Golfo, al Piano Mattei e alla possibilità di costruire reti che non chiedano necessariamente ai partner un atto preliminare di adesione ideologica.  

La vera misura della vitalità occidentale non sarà convincere Londra, Parigi o Washington che l’Occidente è vivo. Sarà convincere Jakarta, Riyad, Delhi, Brasilia e Pretoria che mantenere un rapporto profondo con economie e società aperte continua a essere conveniente. 

Non c’è nessuna “fine della storia” in queste pagine. Il modello democratico non trionfa perché la storia abbia una direzione obbligata. Deve concorrere sul mercato geopolitico delle istituzioni, delle tecnologie, delle infrastrutture e delle idee. 

L’Occidente è vivo, certo, ma essere vivi non significa essere immortali. Significa, semmai, avere ancora qualcosa da perdere. E soprattutto qualcosa da inventare. 

 

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