Giovedì 5 novembre il Nasdaq ha chiuso in calo del 5,52%, nella peggiore seduta dall’aprile del 2025. Le società dell’indice hanno perso complessivamente circa 2.500 miliardi di dollari di capitalizzazione. Tra le ragioni delle vendite, il timore che l’esito delle elezioni di metà mandato possa rallentare la costruzione di nuovi data center. In Texas, Georgia e Ohio hanno vinto candidati favorevoli a restrizioni sul settore; la governatrice eletta del Texas ha promesso una moratoria sulle nuove autorizzazioni. Anche a Milano i semiconduttori hanno subito forti perdite: STMicroelectronics ha ceduto il 9,3%.
Non vi parlerò di borsa, non è il mio mestiere. Mi interessa piuttosto una domanda: la vostra azienda sa su quale hardware, e sotto quale legge, vengono elaborati i suoi dati? La cifratura li protegge, ma bisogna capire fino a quando.
Pensate al caveau di una banca. Porta blindata e allarmi ovunque. I soldi sono al sicuro quando stanno chiusi dentro, come i dati “a riposo” sul disco, e quando viaggiano sul furgone portavalori, come quelli “in transito” sulla rete. Poi però qualcuno li deve contare, e il cassiere li conta sul bancone con la porta aperta. Nell’informatica tradizionale succede qualcosa di simile: durante l’elaborazione il dato deve essere disponibile in chiaro nella memoria del sistema. Se usiamo il cloud di un fornitore, o mandiamo un progetto a un’intelligenza artificiale “in abbonamento”, quel bancone è di qualcun altro.
Il confidential computing serve a proteggere anche questo passaggio. L’elaborazione avviene in un ambiente isolato, il Trusted Execution Environment, progettato per impedire l’accesso ai dati anche agli amministratori dell’infrastruttura. Prima di affidargli informazioni riservate, il cliente può verificarne l’identità e lo stato attraverso una prova crittografica chiamata attestazione. Non è un certificato della correttezza di ogni calcolo: serve a controllare l’ambiente al quale ci si sta affidando.
Gartner ha inserito il confidential computing tra le dieci tendenze tecnologiche strategiche del 2026. È una protezione concreta per chi vuole elaborare informazioni sensibili nel cloud. Occorre però verificare anche il software che le riceve: isolare l’infrastruttura non impedisce all’applicazione autorizzata di accedere ai dati che deve utilizzare.
Ma su chi poggia questa fiducia?
Nei sistemi di Intel, AMD e NVIDIA, l’attestazione si basa su meccanismi hardware e su una catena di certificati riconducibile al produttore. Il gestore del cloud può essere escluso dall’accesso alla memoria protetta, ma continuiamo a fidarci di chi ha progettato il processore, del suo firmware e dei suoi sistemi di certificazione.
Il legame con la borsa è indiretto, ma riguarda la stessa dipendenza industriale: affidiamo una parte della sicurezza dei nostri dati più delicati a poche aziende americane, esposte a decisioni politiche ed economiche prese altrove. Una moratoria in Texas non indebolisce la cifratura; può però incidere sui programmi di sviluppo del settore.
C’è poi un problema che chi segue questa rubrica conosce bene. Nelle NVIDIA H100, per esempio, il meccanismo di identificazione del dispositivo impiega crittografia a curve ellittiche. La chiave privata d’identità viene fissata nei fusibili del chip durante la produzione. Un futuro computer quantistico sufficientemente potente potrebbe compromettere questo tipo di firma.
Ad aprile avevamo parlato dei dati rubati oggi per essere decifrati domani. Qui il rischio riguarda anche l’autenticità: un aggressore potrebbe falsificare le prove con cui un dispositivo si presenta come affidabile. Il passaggio alle firme post-quantistiche dipenderà dall’architettura. Alcuni componenti possono essere aggiornati; quando il limite è nella parte immutabile dell’hardware, può essere necessario sostituirlo. Non basta quindi presumere che un aggiornamento software risolva tutto.
Un contributo arriva dal Politecnico di Torino. Francesco Vaccaro, Enrico Bravi e Antonio Lioy hanno integrato ML-DSA, l’algoritmo di firma post-quantistica standardizzato dal NIST, nell’agente di Keylime, un framework per l’attestazione remota. Il lavoro comprende anche una soluzione basata su un TPM implementato nel firmware: la ricerca, dunque, non riguarda soltanto la progettazione di nuovi chip.
A marzo il Trusted Computing Group ha pubblicato la specifica TPM 2.0 v185, che introduce il supporto a ML-KEM, anche per le chiavi di identificazione del TPM, e a ML-DSA, anche per quelle di attestazione. È un avanzamento dello standard, ma non equivale a rendere automaticamente post-quantistici i sistemi già installati nei data center.
È uno dei motivi per cui sto portando avanti personalmente progetti sulla cifratura post-quantistica e sulla custodia delle chiavi.
La questione riguarda anche la sovranità digitale, ormai presente in ogni convegno e in parecchie brochure. Molti la riducono a una domanda: dove stanno i miei dati? È necessario saperlo, ma la collocazione geografica non esaurisce il problema. Un fornitore soggetto alla giurisdizione statunitense può essere tenuto, in presenza dei presupposti di legge, a consegnare dati sotto il suo possesso, custodia o controllo anche quando sono conservati fuori dagli Stati Uniti. È quanto prevede il CLOUD Act del 2018.
Anche un cloud definito “sovrano”, se utilizza processori e meccanismi di attestazione di produttori esteri, mantiene una dipendenza tecnologica da quei soggetti. Il confidential computing può proteggerci dall’accesso del gestore dell’infrastruttura; non elimina la necessità di fidarci del produttore del chip.
Scegliere un’alternativa europea per questi impieghi non è semplice. Chi ha votato in Texas, intanto, lo ha fatto in base alle proprie priorità, non pensando ai server di un lanificio biellese. È comprensibile. Per un’impresa del nostro territorio, però, significa fare i conti anche con decisioni prese molto lontano, da persone che delle sue esigenze non sanno nulla.
“Siamo una piccola azienda, a noi basta il backup.” Una copia di sicurezza ben gestita aiuta a ripartire dopo un incendio o un ransomware. Non impedisce a qualcuno di leggere le informazioni durante l’elaborazione.
Non so quanto rallenterà la costruzione dei data center americani, né quando le firme post-quantistiche saranno diffuse nell’hardware che utilizziamo. Credo però che nel 2026 un’azienda debba sapere chi tiene la chiave del caveau, così come deve sapere se il proprio backup funziona. Vale anche per le realtà più piccole.
Per maggiori informazioni:
Sito web: www.seccomarco.com





