L’approvazione del recente Decreto legge sulla scuola che tanto sta facendo discutere, ha introdotto nelle classi il tetto del 30% di studenti stranieri che non conoscono la lingua italiana. Il provvedimento ha introdotto anche i corsi di italiano per i genitori, il divieto del volto coperto, uno nuovo strumento il PEI (piano educativo personalizzato) per gli alunni del primo anno o per la certificazione di disabilità. Sono altresì stanziati fondi aggiuntivi per libri e attività extracurriculari nelle classi con alta percentuale di stranieri ed è prevista, per il primo biennio degli istituti tecnici, la riduzione delle ore di insegnamento che prima erano gestite in autonomia dalle scuole.
È tuttora attivo da anni, a scelta degli studenti, il percorso 4+2, con il diploma al quarto anno e due anni per la specializzazione negli Istituti Tecnici Superiori ITS. Con questo decreto tutti gli istituti superiori italiani assumeranno il nome di “LICEI”: 11 licei tecnologici e 11 professionali. Invariati il classico e lo scientifico con le attuali varianti. Con questa modifica si ha la pretesa di “garantire” una pari dignità formativa eliminando, con le precedenti denominazioni la differenza tra le scuole di serie A e B, considerate queste ultime alternative e subalterne per un livello sociale più basso. Se ci illudiamo che sia sufficiente cambiare il nome delle scuole per renderle migliori e per ripianare le differenze sociali esistenti nel nostro Paese forse la strada è quella sbagliata.
Non vi è dubbio che le scuole dovrebbero essere accessibili a tutti pur nelle diversità ma con le adeguate competenze didattiche e operative. Senza i cambiamenti previsti compreso l’aggiornamento “effettivo” e non solo formale come sovente accade dei docenti sul digitale, i nuovi processi industriali, la conoscenza vera dell’informatica, l’applicazione dell’intelligenza artificiale, la riforma rischia di rimanere sulla carta. Sembra necessario, anche se molti lo considerano un ingerenza esterna non positiva, il reclutamento dal mondo delle aziende stipulando contratti con professionisti e manager esterni per ottenere le competenze specifiche. Inoltre si dovrà aumentare l’integrazione con le imprese e enti in modo tale che l’alternanza scuola lavoro sia svolta nel rigoroso rispetto di tutte le norme per la salute e la sicurezza dei giovani.
Senza escludere i licei tradizionali attuali: l’economico sociale, l’artistico, lo sportivo, il linguistico, il liceo musicale: gli interventi “esterni” sono ancora maggiormente auspicabili. Il dibattito, prima dell’entrate in vigore sarà ampio e credo costruttivo sia da parte degli addetti ai lavori che dalla politica. La riforma Gelmini, siamo nel 2010, con l’abolizione dei vecchi titoli di studio storici non ha sicuramente da sola risolto i problemi della scuola italiana. I titoli scomparsi di ragioniere, geometra, perito tessile e chimico, con i nuovi nomi, “Amministrazione, Finanza, Marketing” oppure “Costruzioni, ambiente e Territorio” ricordano l’attuale modifica dei licei con il rischio, come in passato che nulla cambi: si può ripetere lo stesso errore. La maggior parte delle famiglie indirizza i figli in base alla qualità della didattica e delle competenze, talvolta per alcuni insegnanti, la qualità e la sicurezza delle strutture e degli sbocchi lavorativi. Inoltre non si devono “pesare” le scuole per la qualità e quantità delle “targhe” per i contributi ricevuti collocate all’ingresso (talvolta alterando edifici di pregio).





