“Ho sempre cercato di raccontare la realtà e ciò che abbiamo visto. Spero di aver contribuito a raccontare un pezzo di storia. In molte zone di guerra ho assistito a momenti terribili, il peggio dell’umanità. Ora, dopo tanti conflitti, vorrei fare l’inviato di pace”. A parlare Ivo Bonato, 62 anni, videoreporter e autore di documentari e servizi d’inchiesta. Dopo aver iniziato la carriera a Telebiella, ha realizzato moltissimi servizi per il TGR Piemonte della Rai, collaborando alle rubriche Ambiente Italia e TGR Leonardo. Vanta collaborazioni importanti anche con Rai, Sky TG24 e La7.
Da anni è inviato di guerra: ha documentato prima il conflitto in Ucraina poi le tensioni in Medio Oriente realizzando reportage in Libano, Siria, Israele, Iraq e Iran. Tra gli eventi seguiti figurano l’elezione di Modi in India, l’ultima elezione di Trump negli Stati Uniti e i funerali di Khamenei in Iran. Nel gennaio 2026 ha ricevuto alla Camera dei Deputati, a Roma, il premio internazionale Standout Woman & Man Award.
Caro Ivo, una vita vissuta nel giornalismo: cosa ti piace del tuo lavoro?
È il più bello al mondo, una professione di enorme responsabilità che ti permette di raccontare storie e fatti, oltre a incontrare autorità e persone di tutti il giorno. Attraverso le loro vicende si possono mostrare gli enormi cambiamenti del nostro tempo.
All’inizio non volevi intraprendere questo mestiere, qual era il tuo sogno nel cassetto?
Diventare pilota di elicottero. Avevo presentato domanda per entrare in aviazione ma nel frattempo ero partito per il servizio militare a Novara. Dopo 10 mesi di addestramento, mi arrivò la lettera dell’aviazione: avrei dovuto ricominciare tutto da capo e impegnarmi per almeno un decennio nell’esercito. Non intrapresi quella strada ma, negli anni successivi, ebbi comunque modo di trascorrere molto tempo a bordo degli elicotteri, lavorando con le troupe televisive. In un certo senso, posso dire di aver realizzato il mio sogno, anche se attraverso un percorso diverso da quello che avevo immaginato.
Com’è nata la passione per il giornalismo?
Quasi per caso: ho preso parte all’avventura di Telebiella, al fianco di Peppo Sacchi, Beppe Anderi e altri storici collaboratori. Sono nato come tecnico, all’inizio mi occupavo di montaggio, regia e riprese dei servizi, facendo un po’ di tutto. In quel periodo lavoravo anche a Trino, in una società specializzata nell’organizzazione di cerimonie nuziali, seguendo i matrimoni durante i fine settimana e dedicandomi poi al montaggio. Quando si è presentata l’opportunità di entrare nel mondo di Telebiella, ho deciso di coglierla al volo. Successivamente ho aperto uno studio a Biella, con l’obiettivo di realizzare documentari dedicati alle tematiche locali e alle storie del territorio.
Poi l’arrivo in Rai, ci racconti com’è successo?
È sicuramente una bella storia. Tutto ciò è stato reso possibile grazie a Pietro Minoli che si occupava di segnalare all’azienda le notizie provenienti dal Biellese. All’epoca, infatti, la Rai aveva referenti in ogni provincia per raccogliere informazioni sul territorio. Gli raccontai il mio desiderio di lavorare in quell’ambiente e da lì iniziarono a prendere forma le prime opportunità. Senza perdere troppo tempo, ho prima incontrato un dirigente a Torino poi il caporedattore Mario Berardi. Fu così che cominciò la mia collaborazione con la Rai: credo che, oltre a un po’ di abilità, abbiano contato anche la simpatia e la capacità di mettermi in gioco. Nella vita affinare e valorizzare le proprie capacità e attitudini: io ho cercato di farlo, giocandomi le mie carte.
Di cosa ti sei occupato all’inizio?
Per lo più servizi di cronaca per il TG regionale, lavorando al fianco di giornalisti storici come Gianfranco Bianco. È stato un periodo lungo e intenso, durante il quale ho seguito alcuni dei principali fatti di cronaca dei primi anni Duemila: il delitto di Novi Ligure, il G8 di Genova, fino al delitto di Cogne, anche tra le fila del TG2. Parallelamente, ho collaborato al telegiornale tematico Leonardo dedicato alla scienza, dove ho conosciuto Luca Mercalli, oltre al programma tv Ambiente Italia, prodotto a Torino. È stata un’esperienza itinerante che mi ha formato profondamente, offrendomi l’opportunità di viaggiare e conoscere l’Italia in lungo e in largo. Un percorso durato circa dieci anni, che ha contribuito in maniera significativa alla mia crescita professionale.
Il 2020 è coinciso con lo scoppio della pandemia in tutto il mondo: che accade in quel periodo?
Vengo assegnato con il corrispondente Andrea Lucchetta per dar vita ad una lunga serie di servizi e inchieste. Per circa un anno mi sono occupato dell’emergenza sanitaria legata al Covid-19, raccontando le misure di sicurezza adottate, la situazione nelle Rsa e negli ospedali in prima linea nella gestione dell’emergenza. Un’attività sul campo che mi ha portato a lavorare in diverse regioni d’Italia, tra cui Piemonte, Liguria, Valle d’Aosta, Lombardia ed Emilia-Romagna, così da realizzare servizi per il TG1.
Passano pochi anni e diventi corrispondente di guerra, direttamente dall’Ucraina
Quando si è presentata questa possibilità, io e Silvia Bacci siamo stati scelti per partire. La prima tappa è stata Leopoli, dove abbiamo seguito un convoglio di aiuti umanitari per poi spostarci verso le zone interessate dal conflitto. Ci ho riflettuto per mezza giornata, prima di decidere di partire. Poi, ho ritrovato Lucchetta e, assieme a lui, abbiamo realizzato collegamenti e dirette quotidiane. Un’esperienza proseguita per quasi due anni, durante i quali ho avuto modo di conoscere e confrontarmi con troupe televisive provenienti da tutto il mondo. In quei luoghi mi è tornato alla mente anche il ricordo di mio nonno, scomparso durante la ritirata di Russia, nella Seconda Guerra Mondiale, proprio nelle zone dove ho realizzato alcuni servizi. Un pensiero che mi ha colpito profondamente.
Dall’Ucraina sei arrivato al Medio Oriente: il tuo lavoro ti ha portato a seguire alcuni dei principali scenari internazionali.
Sì, dopo una breve parentesi nei Balcani per analizzare la situazione geopolitica, sono partito per Israele dopo i drammatici fatti del 7 ottobre 2023 e l’inizio dell’escalation del conflitto con la Palestina. Due giorni dopo, eravamo nei luoghi della strage al Nova Festival, dove avevano perso la vita moltissime persone. Raggiungere quell’area non era semplice: gli spazi aerei erano chiusi e la situazione generale era estremamente complessa. Ero insieme all’inviata del TG3 Lucia Goracci. Da lì è iniziato un periodo di lavoro intenso in Medio Oriente, che mi ha portato anche in Libano, dove abbiamo attraversato momenti particolarmente delicati, tra cui quelli legati alla morte dello storico leader di Hezbollah, avvenuto nel 2024. Qualche mese dopo ero in Siria, nei giorni della caduta del regime di Bashar al-Assad: qui, lungo la strada per Damasco, si trovava un carcere dal quale erano fuggiti numerosi dissidenti. In quelle ore molte persone si sono recate sul posto per cercare i propri familiari o avere notizie dei loro cari. Siamo stati tra i primi a documentare televisivamente quei momenti. Una giornata speciale che mai dimenticherò.
Ci sono stati momenti in cui hai temuto per la tua vita?
Sì: ero in Israele, durante un servizio con Lucia Goracci. Un uomo ci ha tagliato la strada con l’auto e ha iniziato a urlarci contro, intimandoci di andarcene in modo minaccioso. Gli abbiamo mostrato i documenti e, inizialmente, ho pensato che volesse ucciderci poiché ad un certo punto ha estratto un coltello. Per fortuna, dopo qualche minuto, è arrivato un mezzo con alcuni soldati, in intervento per portar via questo civile in preda alla paura. In situazioni del genere non hai il tempo di soffermarti su quello che sta accadendo: pensi soltanto a uscirne vivo. Sempre in Israele ci siamo ritrovati un pomeriggio sotto i bombardamenti di Hamas: dapprima abbiamo abbandonato l’auto poi cercato riparo, rimanendo in quella situazione per quasi due ore, nel cuore di una città abbandonata. Un’altra esperienza particolarmente delicata è stata in Iraq, in occasione del ventesimo anniversario della strage di Nassiria. In quella circostanza è stato forte il rischio di essere rapiti ma fortunatamente siamo riusciti a evitare il pericolo.
C’è un servizio di cui vai particolarmente fiero?
Non ce n’è uno particolare o diverso dagli altri. Sono legato a ciascuno di essi perché ognuno di questi ha rappresentato un’occasione per raccontare la verità attraverso le immagini e le parole. In guerra, del resto, la prima vittima è proprio la verità. Essere riuscito, attraverso il mio lavoro, a restituire alle persone una testimonianza autentica di quanto accaduto è ciò che considero più importante.
Quale futuro ti attende ora?
È ancora ricco di progetti da realizzare. Tra questi c’è un documentario insieme a Luca Mercalli, dedicato al cambiamento climatico e alle sue conseguenze, con l’obiettivo di approfondire un tema sempre più attuale e importante.
Quale messaggio condivideresti con un giovane che vuole iniziare questo mestiere?
Consiglierei di puntare sui propri talenti, piuttosto che inseguire a tutti i costi i propri sogni. Quando valorizzi le tue capacità puoi raggiungere risultati importanti con naturalezza perché ti muovi in un ambito in cui riesci a esprimerti al meglio. Se a questo si aggiunge la passione per il proprio lavoro, le prospettive per il futuro possono essere davvero positive.





