ATTUALITÀ - 23 ottobre 2026, 07:00

Vittorio Colao a Wave: cosa serve alle imprese italiane per crescere? FOTO

Vittorio Colao a Wave: cosa serve alle imprese italiane per crescere

Vittorio Colao a Wave: cosa serve alle imprese italiane per crescere

Nell'ultimo giorno di Wave by Vento, a porte chiuse con la stampa, Vittorio Colao ha parlato di startup, burocrazia, mercati dei capitali, rischi dell'intelligenza artificiale e sicurezza informatica. Ha inoltre invitato chi guida un'azienda a trascorrere più tempo con le realtà innovative.

Venerdì mattina, ultimo giorno di Wave by Vento alle OGR di Torino. In una sala chiusa al pubblico un gruppo di giornalisti aspetta Vittorio Colao, che più tardi salirà sul palco. Precisa subito che risponderà alle domande senza tenere un discorso. E aggiunge che non è uno che fa molti complimenti.

Colao ha alle spalle una carriera aziendale e incarichi di governo. È stato per dieci anni amministratore delegato di Vodafone, nel 2020 ha guidato la task force del governo per la ripartenza dopo il Covid e dal 2021 al 2022 è stato ministro per l'innovazione tecnologica e la transizione digitale nel governo Draghi. Oggi lavora in General Atlantic, fondo internazionale che investe in aziende in fase di crescita. Ha quindi visto l'innovazione dal lato dell'impresa, dello Stato e dell'investitore. Ho riordinato le domande dei colleghi e le sue risposte, tenendo quelle più utili a chi guida un'azienda.

Wave è ancora una vetrina o sta diventando parte dell'infrastruttura dell'innovazione italiana?

È già un'infrastruttura, non è più una vetrina. La prima volta che sono venuto, quattro o cinque anni fa, era un evento piccolo, molto carino e di qualità. Adesso, dopo averne visto due giorni, dico che è un evento di livello internazionale. Ci sono investitori, imprenditori e soprattutto ex fondatori che sono qui un po' per cercare opportunità, un po' per farsi vedere e un po' per aiutare quelli nuovi. Questo conta molto, perché chi ha già fatto impresa è una fonte di esperienza per chi comincia. Torino può esserne orgogliosa. Ormai la dimensione è europea.

Torino ha una storia industriale forte. Per una città che vuole innovare è un vantaggio o un peso?

Penso sia un vantaggio. C'è una tradizione manifatturiera, di fare le cose, produrle e venderle, che negli anni è cambiata. Un territorio così ha più grinta di uno che ha costruito la propria identità solo sulla conservazione. E poi c'è l'università. Non è un caso che tutte le zone molto innovative siano collegate a qualche università che alimenta il flusso di idee nuove. Torino ce l'ha, e ha buone possibilità di passare da una tradizione industriale a una tradizione di innovazione.

Che cosa guarda un grande fondo prima di investire in una startup italiana?

Noi lavoriamo su aziende già in crescita, con investimenti da centinaia di milioni. Le cose che contano sono due. La prima è un'attenzione enorme ai clienti e al loro giudizio. Quando valutiamo un investimento, la domanda è sempre se si tratta di un fuoco di paglia o se i clienti apprezzano davvero il prodotto. Se trovo qualcuno che già quando fatturava due milioni era ossessionato dalla qualità per il cliente e da cosa vogliono le persone, quello è il miglior indicatore che saprà passare da cinque o dieci milioni a cinquecento. Io non sono un finanziario, sono un uomo operativo e di marketing. I grandi imprenditori, da Marzotto a Steve Jobs, erano ossessionati dal prodotto e dal cliente.

La seconda è una documentazione ordinata e dettagliata dei ricavi. I costi si sistemano sempre. Sui ricavi, invece, si vedono a volte cose strane. Chi parte con i numeri in ordine non deve ricostruire tutto quando arriva un investitore.

Lei è stato ministro. Cosa dovrebbe fare lo Stato per chi crea un'impresa, e cosa dovrebbe evitare?

La cosa più importante, che in Italia si fa poco e in Europa un po' di più ma comunque poco, è semplificare in modo radicale i primi tre, quattro o cinque anni di vita di un'impresa. Parliamo tanto di semplificazione, ma restiamo il posto delle complicazioni sul lavoro e delle complicazioni amministrative, e succede lo stesso in Germania e in Francia. Seguo un'azienda di sanità digitale che ha avuto grande successo in Francia. In Germania ha dovuto usare un modello diverso, nel Regno Unito un altro, in Italia un altro ancora, ogni volta più complicato. Come possiamo pensare di creare grandi aziende europee se teniamo in piedi questa complessità?

Dall'Europa sul cosiddetto ventottesimo regime, il quadro unico per le imprese innovative, è uscito un topolino. Nessuno Stato, Italia compresa, ha avuto il coraggio di proporre di includere le regole sul lavoro, sul fisco e sull'amministrazione. Ci si è fermati alla parte facile, la registrazione. Serve che i grandi paesi dicano che per i primi cinque anni la vita dell'impresa sarà semplice. Non si tratta di regalare niente, si tratta di rendere le cose semplici. È contro una mentalità che dura da cento anni.

La seconda cosa riguarda gli appalti pubblici. Le regole sono così garantiste che una piccola impresa non riesce a diventare fornitrice della pubblica amministrazione. Basterebbe riservare una piccola quota alle piccole imprese. Porta apertura mentale nei dipendenti pubblici e porta sperimentazione. Sugli investimenti diretti, invece, sono scettico sullo Stato che fa il giocatore. Va bene come fondo di fondi, ma lo Stato che fa venture capital mi lascia dubbi. È giusto invece che Europa e Stati entrino nei grandi investimenti strategici, come chip ed energia. Quella però è politica industriale, non venture capital.

Molte aziende europee, arrivate a una certa dimensione, vanno a quotarsi negli Stati Uniti. Come le si trattiene in Europa?

Creando un vero mercato unico dei capitali, un'unione del risparmio e degli investimenti con mercati profondi e tutti i servizi intorno. Se mettiamo insieme Euronext, la Borsa tedesca e quella svizzera, non sono niente rispetto a quella americana. Bisogna pensare in modo più strategico, far crescere la profondità del mercato, portare i soldi dei fondi pensione e avere regole e vigilanza unica. Sono cose dette mille volte. Possiamo scrivere un altro rapporto, ma è il momento di fare. Il problema dell'Europa non è l'opposizione, è la lentezza. Ogni Stato in linea di principio è d'accordo, poi chiede qualcosa che rallenta tutto.

Sull'atteggiamento verso il rischio sono più ottimista di cinque anni fa. Servono due cose. Imprenditori di successo che reinvestono i loro soldi, ed è il modello svedese, e i fondi pensione, che per natura investono a lungo termine. La prima sta già succedendo, la seconda richiede di cambiare qualche regola.

Siamo vicini a un'intelligenza artificiale fuori controllo? E qual è oggi il rischio più grande sul fronte della sicurezza informatica?

Non ho più informazioni di voi. Però ci sono alcune persone, come Geoffrey Hinton e Demis Hassabis, che dicono che il rischio comincia a esserci, e loro non hanno altri motivi per dirlo. Quindi penso che un rischio ci sia. Credo anche che lo sviluppo dell'intelligenza artificiale sia stato una corsa contro il tempo, senza le precauzioni che un'azienda più tradizionale avrebbe preso. Ogni tecnologia all'inizio è più pericolosa, poi si mettono le protezioni. La differenza qui è la scala mondiale, quindi servono regole di sicurezza che tutti rispettino.

Sulla sicurezza informatica il rischio più grande riguarda la pubblica amministrazione e le piccole aziende. La cooperazione deve essere molto stretta, perché il tempo di reazione fa una grande differenza. Abbiamo fatto la cosa giusta in Europa a creare autorità e centri di esperti per la cybersecurity, ma non hanno tutti lo stesso livello operativo. Il National Cyber Security Centre britannico, per esempio, è all'avanguardia. Bisogna metterci risorse e collegare molto più strettamente la rete di difesa. Se il rischio è collettivo, la difesa deve essere collettiva. Viviamo in un mondo che non ama il multilateralismo, ma su questo tema serve.

Le misure che lei indica saranno attuate? Siamo nella direzione giusta?

Direi di no, i segnali non sono positivi. Ma sono ottimista sulle possibilità. Quando c'è una volontà di governo, anche regionale, e un livello di competenza buono, si possono fare molte cose. L'ho visto con il Covid e con il digitale. La costellazione italiana di satelliti per l'osservazione della Terra, fatta in cooperazione internazionale, è andata in orbita in due anni, e qui vicino a Torino c'è uno degli imprenditori che hanno contribuito. Anche la digitalizzazione dei comuni è andata bene, perché avevamo standardizzato tutto. Servono competenza, un po' di coraggio e persone giuste, con idee fresche.

Abbiamo però un buco di capacità di calcolo per l'intelligenza artificiale. L'Europa ha meno di due gigawatt di potenza di calcolo dedicata. I soldi cominciano ad arrivare, la velocità non è quella giusta, ma le competenze ci sono. Dobbiamo avere più fiducia in noi stessi e smettere di flagellarci. È vero, l'Europa ha perso la grande ondata digitale degli ultimi vent'anni. Adesso non perdiamo la prossima.

Che cosa pensa del modello di crescita di Bending Spoons, una delle poche startup italiane di grandi dimensioni?

Non commento il modello di business, non sono un analista finanziario. Posso dire un'altra cosa. Luca Ferrari e la sua squadra hanno fatto qualcosa di straordinario, sono diventati l'azienda per cui i giovani bravi in Italia vogliono lavorare. E di recente, in una delle aziende che hanno acquisito, hanno messo una ragazza di 32 anni a guidare un business da 150 milioni. Vorrei che le aziende italiane seguissero questo esempio, attirando giovani bravi e dando loro responsabilità vere, che siano donne o uomini.

Se fosse un sindaco o un amministratore, qual è la prima cosa che farebbe per far crescere un ecosistema dell'innovazione?

Non rispondo alle domande ipotetiche, non lo facevo nemmeno da ministro. Ma c'è una risposta che vale per tutti. Chiunque abbia un ruolo di guida, che sia un sindaco o un amministratore delegato, deve passare tempo con le realtà innovative. Anche solo esserci fa sì che gli altri lo vedano e che la collaborazione tra grandi e piccole aziende cresca. È un problema italiano. Con poche eccezioni le grandi aziende non collaborano abbastanza con le piccole, perché i loro capi non passano abbastanza tempo con i ragazzi che stanno costruendo e quindi non vedono cosa sta arrivando. Il consiglio che do a investitori e aziende è sempre lo stesso. Uscite dall'ufficio e passate più tempo con chi sta costruendo.

TRE INDICAZIONI CHE GLI IMPRENDITORI POSSONO APPLICARE SUBITO

- Tenere i ricavi documentati in modo ordinato e dettagliato fin dall'inizio: è uno degli aspetti che un investitore valuta

- Rilevare il giudizio dei clienti con la stessa cura dedicata al controllo dei costi

- Passare del tempo con le startup e le giovani imprese del territorio, come clienti, partner o semplici osservatori

Riascoltando l'incontro, ho notato un legame tra le considerazioni di Colao sulla burocrazia per le startup e quelle sulla sicurezza informatica delle piccole aziende. Le piccole realtà restano sole sia negli adempimenti burocratici sia di fronte a un attacco informatico. La questione riguarda anche il Biellese, dove prevalgono le PMI.

La richiesta allo Stato riguarda la semplificazione delle procedure per avviare un'impresa, senza concessioni di favore.

Per maggiori informazioni:

Sito web: www.seccomarco.com

LinkedIn: https://www.linkedin.com/in/marco-secco-pqc/

Marco Secco, consulente informatico e di cybersecurity

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