Sono una mamma e so cosa significhi dividersi ogni giorno tra lavoro, figli e vita.
So quanta fatica ci sia dietro a ogni giornata, quanti dubbi e quanti momenti di stanchezza ci accompagnino mentre cerchiamo di fare del nostro meglio.
Proprio da genitore, e da chi si occupa quotidianamente di processi formativi, ascolto e sviluppo personale, guardare le notizie sugli episodi di violenza giovanile a Milano e Torino suscita riflessioni che vanno ben oltre il semplice fatto di cronaca.
Sui giornali leggiamo di baby gang, baby rapinatori, baby vandali.
Si sprecano fiumi di parole sulle falle dell'ordine pubblico, sulle periferie degradate o sull'influenza tossica dei social media.
Eppure, se ci si fa caso, c'è un ospite fantasma di cui i media non parlano mai chiaramente: la responsabilità dei genitori.
I titoli di giornale preferiscono colpevolizzare la società in senso astratto o dipingere i ragazzi come entità isolate cadute dal cielo, dimenticando il contesto primario in cui ogni essere umano impara a stare al mondo: la famiglia.
Ho provato in tutti i modi a mettermi nei panni delle famiglie dei ragazzi che hanno devastato volontariamente, o di quelle i cui figli hanno semplicemente seguito la massa.
Senza cercare comode giustificazioni per chi è chiamato a educare, il mondo del coaching e della PNL ci regala uno sguardo profondo per comprendere cosa accade nel cuore e nella testa di un ragazzino di 11-14 anni.
Mi è capitato di sentire ragazzi dire frasi che fanno gelare il sangue: "Devo crescere in fretta perché i miei genitori si comportano come adolescenti".
E non si riferivano al piacere di scherzare, ridere o giocare insieme, che è una cosa bellissima e salutare, ma al modo in cui gli adulti si sfilano dalle loro responsabilità.
Quando la figura adulta abdica al proprio ruolo e rifiuta di fare la persona matura, si verifica una pericolosa inversione dei ruoli. I ragazzi o si fanno carico di un peso troppo grande per la loro età, oppure perdono del tutto il senso del limite, crescendo senza alcun punto d'appoggio sicuro.
I ragazzi non cercano solo amici nei propri genitori: cercano adulti responsabili a cui potersi affidare.
I ragazzi non imparano dai nostri discorsi perfetti o dalle prediche fatte a tavola; imparano da ciò che vivono accanto a noi ogni santo giorno.
Guardano come gestiamo la nostra rabbia, come reagiamo a un no, quanto rispetto mettiamo nelle relazioni.
Se manca un punto di riferimento saldo, un adulto capace di guidare con presenza e fermezza, un ragazzino si ritrova a navigare a vista.
La prevaricazione e l'aggressività sono quasi sempre la risposta disperata di chi non ha imparato a dare un nome e un limite alle proprie emozioni.
Dovremmo chiederci, con brutale onestà: quanto tempo passiamo davanti alla televisione o ipnotizzati sullo schermo di uno smartphone, invece di fare lo sforzo di andare oltre i loro silenzi o le loro urla? Ci sono momenti in cui il silenzio dei nostri figli è letteralmente assordante.
È proprio lì che dobbiamo imparare ad ascoltare, facendo in modo che il nostro atteggiamento, la nostra presenza fisica e mentale, urli più forte di qualunque distrazione: "Io ci sono".
Quante volte abbiamo zittito un bambino da piccolo per ascoltare una notizia al TG, o gli abbiamo permesso di abituarsi alla violenza sullo schermo come fosse un rumore di fondo normale? Anziché mostrare la violenza per il mostro che è, abbiamo rischiato di anestetizzare la loro sensibilità?
Sappiamo bene che a una certa età il gruppo dei pari e le compagnie contano più dei genitori. È una fase fisiologica della crescita, ma questo non ci autorizza ad abdicare al nostro ruolo.
Essere genitori significa sapere dove sono i nostri figli, cosa fanno e stabilire orari precisi.
Non è ammissibile farsi telefonare dalla polizia alle tre di notte cascando dalle nuvole perché il proprio figlio di 14 anni si trova in Questura, come ho sentito di recente in una intervista fatta a una mamma.
Dare dei limiti e farli rispettare fa parte del nostro compito, anche a costo di farci "non amare" in quel momento.
Il nostro ruolo non è essere i loro migliori amici, ma le loro guide… accompagnare con autorevolezza.
A 11 o 14 anni (e forse per tutta la vita) la domanda sottintesa è una sola: "Chi sono io per te? Valgo qualcosa?".
Se tra le mura di casa un figlio non incontra uno sguardo che lo vede davvero, un ascolto sincero e dei confini che lo facciano sentire al sicuro, andrà a cercare quella conferma fuori.
E la strada, purtroppo, offre risposte immediate: il gruppo o la "gang" diventano l'unico posto in cui sentirsi visti, accolti e forti.
La violenza si trasforma così nella maschera con cui un'identità ancora troppo fragile cerca di farsi notare dal mondo.
Insegnare che ogni azione ha una conseguenza non significa punire, significa dare un senso di realtà.
Ognuno di noi interpreta il mondo a suo modo e i confini servono a tutti per non perdersi.
Quando per stanchezza lasciamo correre, quando ci rifugiamo negli schermi per avere un attimo di tregua o giustifichiamo ogni errore, stiamo togliendo ai nostri figli la bussola più importante: la consapevolezza che le loro scelte hanno un peso sugli altri e sulla propria vita.
Siamo umani e può succedere, cerchiamo di non farlo diventare la quotidianità.
Senza scuse: non genitori perfetti, ma genitori attenti.
I nostri figli non ci hanno chiesto di venire al mondo: siamo stati noi a volerlo, a sceglierlo, a chiamarli alla vita. E questa scelta porta con sé un debito morale di cura, guida e presenza che non possiamo liquidare con un'alzata di spalle.
Non ci si chiede di essere genitori perfetti, la perfezione non esiste e non servirebbe nemmeno. Ci si chiede di essere genitori capaci: capaci di esserci, capaci di ascoltare, capaci di dire un no fermo e di reggere il peso di quell'incomprensione temporanea.
Educare è senza dubbio una delle sfide più complesse e faticose.
È umano sentirsi smarriti di fronte alla velocità con cui crescono i ragazzi oggi.
La fatica non può e non deve diventare una scusa per l'abbandono educativo.
Non possiamo pretendere che siano i giornali, le forze dell'ordine o gli insegnanti a fare quello che spetta alla famiglia.
Come coach e come genitori, il primo passo non rinviabile è riprendere in mano la nostra leadership educativa:
• Essere presenti con intenzione: spegnere i rumori di fondo e stare vicini ai figli anche quando il loro silenzio fa chiasso, facendo sentire forte la nostra presenza.
• Porre confini chiari e difenderli: stabilire orari, regole, sapere dove sono e con chi sono.
• I "no" motivati non reprimono, proteggono e strutturano la personalità, anche a costo di affrontare un momentaneo scontro.
• Assumersi la responsabilità delle conseguenze: insegnare ai figli che ogni comportamento genera un impatto sugli altri e che le azioni hanno sempre un prezzo.
Solo quando noi genitori torneremo ad essere modelli coerenti e punti di riferimento saldi, potremo offrire a questi ragazzi un'alternativa concreta alla violenza e alla sopraffazione e quando sentiamo di aver sbagliato e, per fortuna, di non essere perfetti, guardiamo il futuro dei nostri figli facciamo un bel respiro e spieghiamo la nostra “umanità” e comunque andrà la vita sapremo di aver fatto tutto il possibile.
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