A Canton Gurgo di Pettinengo, in via Fiume 12, c’è un’idea che attraversa sale, oggetti e testimonianze: tutto è in movimento. Persone, parole, tradizioni, manufatti e simboli cambiano luogo, attraversano confini, incontrano altre storie. Anche gli uccelli seguono rotte antiche, guidati dal ritmo delle stagioni.
Lo stesso edificio che ospita il museo racconta, del resto, una storia di partenze e di ritorni. È un bene extraterritoriale della Regione Autonoma della Sardegna, donato alla Regione da soci di Su Nuraghe e dalla famiglia biellese di Gastone Mazzia, emigrata in Francia, e concesso in usufrutto al Circolo Culturale Sardo di Biella. Una vicenda patrimoniale che racchiude già, nella sua origine, una geografia fatta di partenze, lontananze, legami mantenuti e nuovi approdi.
Qui la memoria dell’emigrazione sarda incontra quella di altri popoli e altre comunità, in un luogo che non separa le storie ma le mette in relazione. Una sezione del museo è dedicata proprio all’avifauna migratrice. Ogni anno numerose specie percorrono distanze considerevoli tra i territori di nidificazione e quelli dove trascorrere l’inverno. Il loro spostamento, dettato dalla necessità e dall’istinto, diventa una chiave per comprendere un fenomeno che riguarda l’intero mondo vivente.
La collezione di uccelli impagliati custodita nel museo proviene da due importanti donazioni: quella del dottor Giovanni Rovetti, Socio della prima ora di Su Nuraghe, e quella del Liceo Scientifico “Amedeo Avogadro” di Biella. Un patrimonio che, sottratto all'oblio e inserito nel percorso museale, ha continuato a svolgere una funzione di conoscenza e di studio.
Non è un caso che proprio questa raccolta abbia accompagnato il percorso universitario di Luca Verdina. Dopo l’esperienza maturata come guida del Museo delle Migrazioni, Verdina ha scelto di approfondire scientificamente gli esemplari della collezione, trasformandoli in oggetto della propria tesi di laurea in Scienze naturali presso l’Università degli Studi di Torino.
Il percorso compiuto è significativo: dalla guida del museo allo studio accademico delle sue collezioni, dall’incontro quotidiano con i visitatori alla ricerca universitaria. Gli esemplari, nati come testimonianze naturalistiche, diventano così strumenti per conoscere la biodiversità del territorio e comprendere meglio le relazioni tra ambiente, specie e spostamenti stagionali.
La pavoncella, tra natura e memoria
Tra gli esemplari esposti, la pavoncella (Vanellus vanellus) occupa un posto particolarmente suggestivo. Uccello di medie dimensioni, appartenente alla famiglia dei Charadriidae, raggiunge circa 30 centimetri di lunghezza. Il piumaggio scuro, attraversato da caratteristici riflessi metallici, assume tonalità particolarmente intense nella luce.
È una specie migratrice che frequenta soprattutto ambienti aperti e zone umide. Con l’arrivo della stagione fredda molti individui si spostano verso latitudini più meridionali, raggiungendo anche l’Italia e le isole mediterranee. Ma la pavoncella possiede una seconda esistenza, affidata alla memoria dei popoli.
In Sardegna la sua figura è entrata profondamente nell’immaginario della cultura tradizionale, soprattutto in quella legata al mondo agro-pastorale. La sua immagine è stata associata alla fertilità, alla prosperità, alla protezione e alla rinascita, diventando un segno beneaugurante capace di accompagnare la vita quotidiana e le ricorrenze più importanti.
Così un animale osservato nei campi e nelle zone umide è diventato anche un’immagine da custodire e tramandare.
Dalla natura all’arte
La sagoma della pavoncella è stata progressivamente stilizzata, trasformandosi in un motivo ricorrente dell’artigianato sardo. Compare nei tessuti e nei ricami, nelle cassapanche e negli oggetti lignei, nella cesteria, nelle ceramiche e nella gioielleria tradizionale.
La sua presenza arriva anche nella dimensione rituale e familiare, fino alle forme artistiche del pane delle feste, dove su coccoi diventa dono augurale per battesimi, matrimoni e altre occasioni solenni. È un altro passaggio significativo: la natura entra nella cultura e la cultura restituisce alla natura un nuovo significato.
La pavoncella diventa così una figura capace di attraversare il tempo. Dalle campagne sarde ai manufatti degli artigiani, dalle antiche simbologie alle espressioni contemporanee, continua a parlare di appartenenza, di continuità e di speranza.
La lezione del museo
È qui che il percorso di Pettinengo acquista il suo significato più profondo. Accostando le migrazioni degli animali a quelle degli esseri umani, il museo invita a guardare il movimento non soltanto come necessità, ma come esperienza di relazione.
Chi parte porta con sé una storia, una lingua, un sapere, una memoria. Chi arriva incontra un ambiente nuovo e, nel tempo, lo arricchisce con ciò che porta. Ma anche chi accoglie non rimane uguale: l'incontro introduce nuove conoscenze, consuetudini, sensibilità e prospettive.
Il cambiamento, dunque, non procede in una sola direzione. È questa forse la lezione più preziosa custodita dagli allestimenti del museo. Come gli uccelli attraversano il cielo senza incontrare i confini tracciati dagli uomini, così le culture hanno sempre conosciuto il movimento, il confronto e la contaminazione.
La storia dell’umanità è fatta di partenze e approdi, di incontri e ritorni. Ogni spostamento lascia una traccia e, talvolta, genera qualcosa che prima non esisteva. La pavoncella, con il suo volo stagionale e la sua lunga fortuna simbolica, ne offre una metafora delicata e potente: si può attraversare una distanza senza smarrire la propria identità e, nello stesso tempo, arricchirla attraverso ciò che si incontra.
Un museo dove le storie continuano a camminare
Il Museo delle Migrazioni, Cammini e Storie di Popoli è visitabile a Pettinengo, in via Fiume 12, ogni domenica dalle 15 alle 19, con ingresso gratuito. Ad accompagnare il pubblico sono le giovani guide Caterina e Maria Grazia, che aiutano a leggere gli oggetti non soltanto come reperti, ma come tracce di esistenze, partenze, incontri e ritorni.
Perché in questo museo nulla è davvero immobile. Un uccello attraversa il cielo. Un oggetto cambia casa. Una parola passa da una generazione all’altra. Una tradizione trova nuove mani per essere custodita.
E una persona, partendo dalla propria terra, può portare altrove una parte di sé e trovare, nel luogo che la accoglie, qualcosa che entrerà per sempre nella propria storia.
Forse è questo il senso più autentico del migrare: non lasciare semplicemente qualcosa alle proprie spalle, ma trasformarsi attraverso ciò che si incontra lungo il cammino.
Info, prenotazioni e visite: Idillio – 334 345 2685





