ATTUALITÀ - 16 settembre 2026, 06:50

Ozono, lo scudo invisibile che protegge la Terra: il 16 settembre è dedicato alla sua salvaguardia

Alessandro Argentero, auditor ambientale e divulgatore, ripercorre l’evoluzione del fenomeno

Ozono, lo scudo invisibile che protegge la Terra: il 16 settembre è dedicato alla sua salvaguardia

Ozono, lo scudo invisibile che protegge la Terra: il 16 settembre è dedicato alla sua salvaguardia

Ogni anno, il 16 settembre, si celebra la Giornata internazionale per la preservazione dello strato di ozono. La data non è casuale: è l'anniversario della firma del Protocollo di Montreal, avvenuta il 16 settembre 1987, uno dei trattati ambientali più efficaci mai adottati a livello globale. La ricorrenza è stata proclamata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1994, con l'obiettivo di mantenere viva l'attenzione su uno scudo invisibile da cui dipende la vita sulla Terra.

A cosa serve davvero l'ozono

Non serve essere scienziati per capire perché l'ozono sia così importante. Il Sole non emette solo la luce che vediamo, ma anche radiazioni ultraviolette (UV) capaci di danneggiare il DNA degli organismi viventi, provocare tumori della pelle, cataratte e indebolire il sistema immunitario. Alle dosi più intense, sarebbero letali per gran parte delle forme di vita sulla superficie terrestre.

Lo strato di ozono, concentrato nella stratosfera tra i 15 e i 50 chilometri di altitudine, funziona come un filtro naturale: assorbe la maggior parte di questa radiazione prima che raggiunga il suolo. Senza di esso, la vita così come la conosciamo — piante, animali, ecosistemi marini compresi — non avrebbe potuto svilupparsi sulla terraferma.

Curiosamente, questo scudo è un sottoprodotto della vita stessa. Miliardi di anni fa i primi organismi fotosintetici, i cianobatteri, iniziarono a rilasciare ossigeno nell'atmosfera come "scarto" della fotosintesi. Con il tempo l'ossigeno si accumulò nell'aria e, colpito dai raggi ultravioletti, si trasformò in parte in ozono, creando gradualmente la protezione che oggi diamo per scontata.

Un equilibrio messo in pericolo dall'uomo

A partire dalla metà del Novecento, l'equilibrio naturale iniziò a incrinarsi. La diffusione di composti chimici di sintesi come i clorofluorocarburi (CFC) — usati in frigoriferi, bombolette spray e impianti di climatizzazione — introdusse nell'atmosfera sostanze capaci di distruggere le molecole di ozono molto più velocemente di quanto la natura riuscisse a rigenerarle.

Il primo campanello d'allarme scientifico risale al 1974, quando i chimici Mario Molina e Frank Sherwood Rowland dimostrarono, in uno studio che sarebbe valso loro nel 1995  il Premio Nobel, che i CFC rilasciati in atmosfera potevano innescare reazioni chimiche a catena capaci di erodere lo strato di ozono.

Dalla teoria alla prova: la scoperta del buco dell'ozono

Per oltre un decennio l'ipotesi di Molina e Rowland rimase una previsione teorica, fino a quando due filoni di ricerca indipendenti non la trasformarono in evidenza concreta.

Il primo arrivò dal ghiaccio antartico. Gli scienziati del British Antarctic Survey — Joe Farman, Brian Gardiner e Jonathan Shanklin — monitoravano l'atmosfera dalla stazione di Halley Bay con uno spettrofotometro Dobson, uno strumento capace di misurare quanta luce ultravioletta viene filtrata dall'atmosfera. Analizzando anno dopo anno i dati raccolti, notarono che ogni primavera antartica i livelli di ozono crollavano in modo sempre più marcato. Nel maggio 1985 pubblicarono la scoperta sulla rivista Nature, dando per la prima volta un nome concreto al fenomeno: il "buco dell'ozono".

Il secondo filone arrivò dallo spazio. Dal 1978 la NASA monitorava l'ozono globale con il TOMS, uno strumento a bordo del satellite Nimbus-7. I dati raccolti sopra l'Antartide mostravano già valori anomali fin dalla fine degli anni Settanta, ma per anni nessuno ne colse la reale portata: i tecnici confrontavano quei valori con altre misurazioni disponibili, che indicavano livelli nella norma, e concludevano — erroneamente — che si trattasse di un malfunzionamento dello strumento. Mancava, in sostanza, un dato di riferimento indipendente in grado di confermare l'anomalia: quel dato era proprio quello raccolto a Halley Bay. Solo dopo la pubblicazione dello studio britannico, la NASA riesaminò i dati satellitari e ne emersero le celebri mappe in falsi colori, che mostrarono per la prima volta l'intera estensione della voragine atmosferica sopra il Polo Sud.

Fu proprio l'incontro tra la tenacia dell'osservazione a terra e la conferma su scala globale fornita dai satelliti a trasformare un'ipotesi scientifica in una prova inconfutabile, capace di mobilitare la comunità internazionale.

Il Protocollo di Montreal: la scienza che diventa politica

La scoperta del 1985 ebbe un effetto immediato sulla scena internazionale. Appena due anni dopo, il 16 settembre 1987, i governi di tutto il mondo firmarono il Protocollo di Montreal, impegnandosi a eliminare gradualmente la produzione e l'uso delle sostanze responsabili dell'assottigliamento dello strato di ozono.

Da allora lo strato di ozono ha intrapreso un lento ma costante percorso di recupero. È uno dei rari casi in cui la comunità scientifica internazionale e la politica globale hanno collaborato con efficacia per affrontare una crisi ambientale — un precedente che, ancora oggi, viene citato come modello per le sfide climatiche del presente.

Fonti:

United Nations, *International Day for the Preservation of the Ozone Layer* — un.org/en/observances/ozone-day

UNEP Ozone Secretariat — ozone.unep.org

https://www.nobelprize.org/prizes/chemistry/1995/press-release/

https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S1631071318301196

Per maggiori informazioni: LinkedIn

Alessandro Argentero - Auditor ISO14001:2015 e Divulgatore

SU