ATTUALITÀ - 05 settembre 2026, 06:50

La nuova frontiera dei robot è nelle mani

Una nuova intelligenza artificiale di Google permette per la prima volta a un robot umanoide di allacciare un nodo o avvitare una lampadina. Sembra un dettaglio, ma è la differenza tra un braccio meccanico e una mano "vera".

La nuova frontiera dei robot è nelle mani

La nuova frontiera dei robot è nelle mani

A un robot si dice: “prendi l’annaffiatoio e mettilo nel bidone verde, sullo scaffale in basso”. Il robot cammina attraverso la stanza, si china, afferra l’oggetto con le dita e lo posiziona esattamente dove richiesto, senza che nessuno gli abbia detto esattamente dove si trovasse l’annaffiatoio o quale percorso seguire per raggiungerlo. Non è fantascienza, è una dimostrazione reale, avvenuta il 30 luglio 2026, di Apollo 2, l’umanoide dell’azienda Apptronik, guidato dalla nuova intelligenza artificiale di Google DeepMind chiamata Gemini Robotics 2.

Il problema che finora nessuno aveva risolto davvero

I robot industriali esistono da decenni e sanno fare molto bene un certo tipo di lavoro, movimenti ripetitivi, precisi, ma grossolani. Sollevare, spostare, avvitare con una pinza standard, sempre lo stesso gesto, sempre nello stesso punto, programmato una volta per tutte da un tecnico specializzato. È il motivo per cui i bracci robotici che vediamo nelle fabbriche da anni, per quanto sofisticati, restano confinati dentro gabbie di sicurezza a ripetere lo stesso movimento migliaia di volte al giorno, incapaci di adattarsi se qualcosa cambia anche di pochi centimetri.

Quello che mancava era la destrezza, la capacità di usare una mano con cinque dita per compiere gesti fini, come annodare un laccio o avvitare una lampadina, adattandosi in tempo reale a un oggetto mai visto prima, magari posizionato in modo leggermente diverso da come ci si aspettava. È la differenza tra una pinza da cantiere e la mano di un artigiano, la prima stringe con forza bruta, la seconda regola la pressione, ruota il polso, corregge la presa se l’oggetto scivola. Insegnare questa capacità a una macchina si è rivelato, per anni, molto più difficile che insegnarle a camminare o a sollevare pesi.

Tre intelligenze, un solo corpo

Gemini Robotics 2 non è un singolo programma, ma una famiglia di tre modelli che lavorano insieme, ciascuno con un compito preciso. Il primo, chiamato semplicemente Gemini Robotics 2, trasforma quello che il robot vede e sente in movimenti concreti, dal camminare al maneggiare oggetti delicati, coordinando il corpo intero “dai piedi alle dita” invece di limitarsi, come nelle versioni precedenti, al solo controllo delle braccia. Il secondo, Gemini Robotics ER 2 (dove ER sta per “embodied reasoning”, ragionamento incarnato), pianifica i compiti in più passaggi e permette a più robot di collaborare tra loro, comunicando e dividendosi il lavoro su un’attività complessa, monitorando i progressi e correggendo eventuali errori strada facendo. Il terzo, Gemini Robotics On-Device 2, è una versione più leggera pensata per girare direttamente sull’hardware del robot, senza bisogno di una connessione costante a un server remoto, e capace di adattarsi a un nuovo tipo di macchina con poche ore di addestramento, invece dei mesi che servivano finora per programmare un robot su un nuovo compito.

Nella dimostrazione pubblica, Apollo 2 riceve un’istruzione in linguaggio naturale, come farebbe un collega umano, attraversa la stanza, individua l’oggetto richiesto anche se non gli era mai stato mostrato prima in quella posizione precisa, e lo posiziona correttamente, gestendo autonomamente ogni singolo passaggio intermedio senza istruzioni dettagliate.

La sicurezza, prima di tutto

Un aspetto non secondario, e su cui Google DeepMind ha insistito particolarmente nella presentazione, riguarda la sicurezza. Il sistema è in grado di accorgersi quando una persona entra nell’area di lavoro e di modificare di conseguenza il proprio comportamento, rallentando o interrompendo il movimento, un requisito imprescindibile se questi robot dovranno davvero condividere lo spazio con le persone, in fabbrica o altrove, senza le gabbie e le barriere fisiche che oggi separano operai e macchine automatiche. Per valutare questo aspetto, l’azienda ha introdotto un nuovo strumento di verifica chiamato ASIMOV-Agentic (un omaggio neppure troppo velato allo scrittore Isaac Asimov e alle sue celebri leggi della robotica), pensato per misurare quanto un robot sappia orchestrare in sicurezza compiti complessi in presenza di esseri umani.

Perché proprio adesso

Chi segue da tempo il settore della robotica sa che promesse di “robot intelligenti sul punto di arrivare” se ne sono sentite molte, negli anni, spesso disattese o ridimensionate nella pratica. Cosa rende diversa questa fase? La risposta sta soprattutto nella disponibilità di enormi quantità di dati video e di simulazioni con cui addestrare questi modelli, un salto reso possibile dagli stessi progressi dell’intelligenza artificiale generativa che negli ultimi anni hanno trasformato il modo in cui i computer imparano dal linguaggio e dalle immagini. Lo stesso tipo di tecnologia che permette a un programma di descrivere una fotografia o di generare un testo coerente viene oggi riadattato per insegnare a un corpo meccanico come muoversi nel mondo fisico, un ambito molto più complicato di quello puramente digitale perché ogni errore, a differenza di un testo sbagliato, può significare un oggetto rotto o, nel peggiore dei casi, un incidente.

COSA SA FARE ORA UN ROBOT CON QUESTA AI

• Controllare un corpo umanoide intero, “dai piedi alle dita”, non solo le braccia

• Usare una mano a cinque dita per compiti fini (annodare, avvitare, maneggiare oggetti delicati)

•  Continuare a usare pinze tradizionali per compiti industriali di precisione

• Adattarsi a un nuovo tipo di robot in poche ore, non mesi

• Riconoscere le persone vicine e attivare comportamenti di sicurezza

• Far collaborare più robot diversi sullo stesso compito, dividendosi il lavoro

• Recuperare autonomamente da un errore, senza bisogno di intervento umano

Cosa significa per Biella

Nel distretto tessile e nella meccanica di precisione biellese, tantissime lavorazioni restano manuali non per scelta o per nostalgia, ma per pura necessità tecnica. Manipolare un filato senza spezzarlo, regolare la tensione su un telaio in base a come si comporta quella specifica partita di lana, rifinire a mano un tessuto pregiato prima della spedizione richiede un “tocco” che, fino a ieri, nessun robot poteva anche solo lontanamente replicare. È esattamente il tipo di gesto fine, quello che si impara con anni di esperienza sul campo più che con un manuale, su cui questa nuova generazione di intelligenza artificiale comincia a fare passi avanti concreti, misurabili, non più solo promessi.

Non significa che domani i robot sostituiranno gli operai specializzati del tessile biellese, la loro competenza manuale, fatta di sensibilità al tatto e di anni di pratica, resta un patrimonio del territorio difficile da replicare, e nessuna intelligenza artificiale, per quanto sofisticata, arriva oggi a eguagliare l’esperienza di chi lavora la lana da una vita. Significa, più realisticamente, che nei prossimi anni queste tecnologie potrebbero iniziare ad affiancare le persone nei compiti più ripetitivi o più gravosi fisicamente, come la movimentazione di rotoli pesanti o le operazioni di carico e scarico, lasciando alle mani esperte quello che davvero richiede esperienza e sensibilità. Per le aziende meccaniche del territorio, che spesso lavorano proprio a fianco dei grandi produttori di macchinari tessili, seguire da vicino questi sviluppi significa anche intercettare per tempo un possibile nuovo mercato, quello della componentistica e dei sistemi di automazione destinati a questa nuova generazione di robot con le mani.

Vale anche la pena guardare a questa notizia con lo sguardo di chi, nel Biellese, si occupa di formazione tecnica. Se davvero questa tecnologia arriverà a maturazione nell’arco di qualche anno, i profili professionali richiesti dalle aziende del territorio cambieranno di conseguenza, e non necessariamente in una direzione che riduce il lavoro umano. Programmare, sorvegliare, manutenere e correggere un sistema robotico dotato di destrezza fine richiede competenze nuove, un mix tra la sensibilità artigianale di chi conosce il tessuto e la lana e la capacità tecnica di dialogare con sistemi di intelligenza artificiale sempre più sofisticati. È un profilo professionale che oggi, nel distretto, esiste ancora in forma embrionale, ma che gli istituti tecnici e i centri di formazione locali farebbero bene a iniziare a immaginare fin da ora, prima che la domanda arrivi dalle aziende senza che l’offerta formativa sia pronta a rispondere.

La vera rivoluzione, spesso, non è nella forza di una macchina, è nella sua delicatezza.

Per maggiori informazioni:

Sito web: www.seccomarco.com

LinkedIn: https://www.linkedin.com/in/marco-secco-pqc/

Marco Secco, consulente informatico e di cybersecurity

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