Riceviamo e pubblichiamo:
"Un migrante egiziano, di cui ancora non sappiamo il nome, si è impiccato in carcere.
In quel carcere di Biella, feudo dell’onorevole Delmastro, apparentemente decaduto. In quelle carceri che non favoriscono il reinserimento, che non aiutano a capire e a cambiare, che puniscono i fragili, i deboli e forniscono un ruolo ai criminali “potenti”. Con la complicità di un sistema giudiziario ineguale, irrispettoso delle diversità e delle povertà, incapace di fornire eguali strumenti difensivi ai poveri ed agli stranieri, a quelli che non hanno voce.
Aveva 23 anni, era fragile nel corpo e nell’anima: era seguito dai Servizi, come molti dei detenuti immigrati. Persone distrutte nel corpo per la violenza del viaggio: migliaia di chilometri di fatica, di dolore, di prigioni e torture… e poi nella psiche per la violenza delle discriminazioni e delle umiliazioni subite altrove e qui in Italia, nell’Occidente educato ed ipocrita che teorizza l’emancipazione del merito, ma solo per i bianchi, meglio se italiani, possibilmente benestanti.
Era seguito dai Servizi con impegno ma in un ambito culturale che ignora le diversità culturali e psichiche, che non accetta di mettere in discussione i saperi acquisiti, che crede che ci sia una sola civiltà, che non sa formarsi per le nuove esigenze, che pensa la psiche prevalentemente come rottura neurologica o portato genetico.
Dobbiamo smetterla. Dobbiamo uscire dallo stato d’ignoranza e cercare le diversità interpretative del disagio e degli strumenti per intervenire. I migranti appartengono a culture che non conosciamo, sono portatori di diverse visioni del mondo e diverse manifestazioni delle proprie contraddizioni interiori.
Possiamo incarcerare un “negro” perché è povero e la sua difesa è insufficiente, possiamo rinchiuderlo perché abbiamo fatto le leggi contro di lui. Possiamo continuare a pensare (erroneamente) che la nostra sia la migliore civiltà possibile, ma non possiamo negare che di quelli come lui non sappiamo nulla, che non comprendiamo nulla e per questo li respingiamo, li induciamo all’autolesionismo e li portiamo al suicidio. Dentro ad un sistema carcerario che agisce fuori dai dettami della Costituzione, abitato da persone private della libertà ma con il diritto alla vita e alla cura.
Noi volontari della Ciclofficina Thomas Sankara ci stringiamo con un abbraccio intorno alla sua tragica morte e alla legittima protesta dei detenuti del carcere di Biella"
Arci Solidarietà Ciclofficina Thomas Sankara





