Ultim'ora - 02 settembre 2026, 16:22

Rita Dalla Chiesa: "44 anni fa l'omicidio di mio padre, la verità storica non sempre coincide con le sentenze"

Rita Dalla Chiesa: "44 anni fa l'omicidio di mio padre, la verità storica non sempre coincide con le sentenze"

(Adnkronos) - Alla vigilia del 44esimo anniversario dell'omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ucciso il 3 settembre del 1982 a Palermo, insieme con la moglie Emanuela Setti Carraro e l'agente di scorta Domenico Russo, la figlia Rita Dalla Chiesa, senza nascondere l'emozione, ricorda il padre. Non solo il generale ma il papà affettuoso, che amava incontrare i giovani. Oggi Rita Dalla Chiesa è una parlamentare di Forza Italia. 

Sono passati 44 anni dall’omicidio di suo padre. Le sentenze hanno accertato le responsabilità della Cupola di Cosa nostra, ma hanno anche messo in risalto diversi misteri ancora irrisolti. Sapremo mai la verità?

 

"La verità che dobbiamo accettare è quella stabilita nelle aule di tribunale. Poi c’è la verità storica di cui conosciamo le responsabilità morali e politiche di chi in quel momento aveva ruoli di primo piano politico in Italia. Queste responsabilità vennero riconosciute anche in campo internazionale. Ho capito da allora che in Italia è molto difficile che la verità storica coincida con la verità stabilita in tribunale". 

Dalla Chiesa fu inviato a Palermo in estrema solitudine, senza i poteri speciali che aveva richiesto e che gli erano stati promessi...

 

"E' vero, venne lasciato solo, ma questo lo scoprì solo dopo un mese. Lui aveva un'incrollabile fiducia nello Stato e nelle Istituzioni e ha creduto a quanto gli era stato assicurato, quando aveva accettato di scendere in Sicilia".  

 Secondo Lei, qual è la lezione più grande che le istituzioni di oggi dovrebbero ancora imparare dalla sua vicenda?

 

Detto questo, oggi abbiamo una commissione antimafia con Chiara Colosimo presidente, che poco alla volta sta tirando fuori pezzi di verità. Immagino che il costo sia altissimo per la presidente, dal punto di vista del suo coraggio, ma non è un caso che mio fratello sia consulente di quella commissione, che i figli di Borsellino abbiano avuto totale apertura e fiducia nei confronti della presidente, che Maria Falcone abbia apprezzato il suo lavoro, e che io stessa la sostenga sempre. Ho un grande affetto per lei, grande stima. Non si smette mai di combattere per la verità. Non so se le istituzioni abbiano imparato qualche cosa da tutto quello che sta venendo fuori, sicuramente sono stati fatti parecchi passi avanti, soprattutto dai più giovani". 

Suo padre fu un pioniere nella comprensione della struttura mafiosa e dell'importanza dell'intelligence e del consenso sociale. Cosa resta oggi del "metodo Dalla Chiesa"?

 

"Io so che il 'metodo Dalla Chiesa' oggi è studiato e praticato ai livelli più alti di investigazione, soprattutto quando si tratta di indagini su mafia e terrorismo. Le sue intuizioni sono state di grande aiuto in moltissime indagini. E ai suoi tempi non c’erano né pc neé intelligenza artificiale…". 

Suo padre credeva moltissimo nel dialogo con i giovani per sradicare la cultura mafiosa. Guardando alle nuove generazioni vede la consapevolezza che lui sperava di instillare?

 

"In famiglia è stato mio fratello Nando, rischiando sempre del suo, a raccogliere ufficialmente il testimone di papà, soprattutto per quello che riguarda i giovani. Li amava mio padre e li ama Nando. I suoi studenti lo adorano, ogni estate vanno una settimana con lui nei luoghi difficili della legalità. Per una settimana lui mette a disposizione dei suoi studenti se stesso, la sua memoria, la sua storia. Che e’ la storia di tante persone che hanno attraversato il nostro stesso dolore". 

A distanza di quarantaquattro anni da quella sera in via Isidoro Carini, qual è il ricordo più vivido che custodisce di Suo padre privato, lontano dalla divisa e dalle responsabilità istituzionali?

 

"Mio padre ci ha lasciato un insegnamento sacro. La libertà delle nostre idee, il non averne paura, il rispetto per quelle degli altri, e la totale mancanza di pregiudizi nei confronti di chiunque. Lui non ne aveva, la lealtà’ per l’essere umano e per gli animali era costantemente nelle sue parole. Amava l’Arma, la sua divisa, i suoi Carabinieri. Capita a volte che sui social qualcuno mi attacchi dicendo “suo padre si rivolterà nella tomba”, solo perché io esprimo liberamente le mie posizioni, che magari non sono quelle che vorrebbero altri. Ma sbagliano, non sanno quanto sbagliano. Io sono fiera di poter dire che mio padre sarebbe felice di vedermi leale con me stessa".  

Come si convive con un dolore così pubblico e con la necessità costante di dovere e volere condividere la figura di un genitore con l'intera nazione?

 

"Da quando eravamo piccoli siamo stati abituati a vivere nostro padre con una forte dimensione pubblica. Ricordiamo soltanto il periodo del terrorismo che ha toccato le vite di ognuno di noi…. Siamo stati seguiti, intercettati, minacciati, mia sorella e’ stata costretta con il marito e un bimbo piccolo a trasferirsi di notte dall’altra parte di Italia. Abbiamo perso nostra madre giovanissima. E poi e’ arrivata la mafia, con tutto quello che poi abbiamo dovuto subire. Non e’ stata una vita facile, la nostra. Ma mi rendo conto che non e’ facile da capire". 

Domani il ricordo va inevitabilmente anche a Emanuela e all'agente Domenico Russo. Cosa significa per Lei ricordare il loro sacrificio accanto a quello di Suo padre?

 

"La cosa che mi fa più male è che mio padre non voleva misure eccezionali di scorta perché non voleva che altri perdessero la vita a causa sua. Purtroppo invece, quella sera con lui sono morti la moglie e l’agente che li seguiva con la macchina". 

Qual è oggi il suo legame con la Sicilia? Lei nel 2019 annunciò che avrebbe lasciato la casa di Palermo...

 

"Io non penso che la colpa di ciò che è accaduto sia di Palermo. È una città che io ho amato moltissimo. Ciò che mi ha fatto soffrire, e che ancora oggi vedo, sono i silenzi di Palermo. Non basta andare il 3 settembre davanti alla lapide di mio padre. Ed è per questo che negli ultimi anni vado a ricordarlo a Milano, dove mio padre è stata molto amato e dove la sua memoria continua a essere molto forte". 

Due anni fa in una trasmissione lei sostenne che suo padre venne ucciso per fare "un favore a un politico". Volevo chiederle se lo pensa ancora.

 

"Non dimenticherò mai che quando fu chiesto a un politico perché non fosse andato al funerale, questi rispose in televisione che ai funerali preferiva i battesimi...". Quel politico si chiamava Giulio Andreotti. (di Elvira Terranova) 

 

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