ATTUALITÀ - 26 agosto 2026, 06:50

IA e competenze digitali, in Piemonte un profilo su due è introvabile

Cristiano Gatti, presidente di Confartigianato Biella: "In provincia mancano figure intermedie, le piccole imprese artigiane non possono sostenere da sole il costo degli specialisti".

IA e competenze digitali, in Piemonte un profilo su due è introvabile

IA e competenze digitali, in Piemonte un profilo su due è introvabile

Le imprese investono nella transizione digitale, ma faticano a trovare le persone capaci di gestirla. Nel 2025, su 621.180 lavoratori richiesti in Italia con competenze digitali avanzate, 315.560 sono risultati difficili da reperire: il 50,8% del totale.

I numeri emergono da un’elaborazione dell’Ufficio Studi di Confartigianato. La rilevazione non riguarda esclusivamente gli specialisti di intelligenza artificiale, ma comprende le professionalità necessarie per applicare nelle aziende anche cloud computing, analisi dei dati, Internet of Things, realtà virtuale e aumentata e blockchain.

Il 71,8% delle imprese ha investito in almeno uno degli ambiti della transizione digitale, ma il personale qualificato e competente è la prima barriera per il 58,6% delle imprese. L’ostacolo all’impiego concreto dell’IA è seguito dall’incertezza normativa, la disponibilità e la qualità dei dati, a problemi legati a privacy e, non per ultimo, i costi.

In Piemonte la problematica supera la media nazionale: sono di difficile reperimento 16.870 figure sulle 31.420 richieste, pari al 53,7%. I dati diffusi non permettono di isolare la situazione della provincia di Biella, ma il problema è evidente anche alle associazioni di categoria: “Non disponiamo di dati specifici, ma penso che il Biellese rispecchi i dati nazionali – osserva Cristiano Gatti, presidente di Confartigianato Biella –. È già abbastanza complesso trovare figure professionali con una preparazione tecnica adeguata, ma quando si richiede anche la conoscenza dell’intelligenza artificiale, la ricerca diventa ancora più complessa”.

Secondo Gatti, il vuoto più evidente si trova tra due estremi, proprio come nell’informatica: da un lato ci sono gli utilizzatori comuni, in grado di servirsi degli strumenti più semplici; dall’altra gli specialisti altamente qualificati, pochi e spesso troppo costosi: “Manca soprattutto la figura intermedia: una persona con conoscenze specifiche, capace di risolvere problemi più complessi, ma economicamente accessibile anche alle piccole imprese. I massimi esperti hanno costi che un artigiano difficilmente può sostenere”.

Una soluzione potrebbe essere la condivisione di queste professionalità. Un tecnico specializzato in determinati comparti potrebbe affiancare più aziende, suddividendo il costo del servizio e garantendo alle piccole attività un supporto che al momento risulta troppo oneroso; un modello costruito sulle esigenze concrete delle imprese artigiane.

Un ulteriore ostacolo è rappresentato dalla formazione: “È necessario partire dagli istituti professionali e preparare figure ibride, capaci di conoscere il mestiere e, nello stesso tempo, utilizzare le nuove tecnologie. Molti giovani possiedono già una familiarità di base con questi strumenti, ma il livello deve essere innalzato…” Permane inoltre la difficoltà di trovare docenti e formatori adeguatamente preparati: senza chi trasmette le competenze, diventa complicato colmare il divario. “…un cane che si morde la coda”.

A frenare il cambiamento contribuisce anche la diffidenza: “L’intelligenza artificiale viene sottovalutata e, allo stesso tempo, criminalizzata – sottolinea Gatti – La paura di essere sostituiti rischia di farci arretrare in un campo nel quale siamo già indietro”.

I dati Eurostat non misurano il timore, ma restituiscono la distanza ancora esistente. Nel 2025 soltanto il 20% degli italiani tra i 16 e i 74 anni aveva utilizzato strumenti di IA generativa nei tre mesi precedenti, contro una media europea del 33%. Tra i Paesi dell’Unione europea, solo la Romania registrava una percentuale inferiore.

L’artigianato, fondato sulla manualità, sull’esperienza e sul rapporto diretto con il cliente, è meno esposto di altri settori al rischio di sostituzione del lavoro umano. Questa relativa protezione, però, non deve trasformarsi in estraneità all’innovazione. “Bisogna rendere l’artigiano un po’ più tecnico, almeno sotto questi aspetti”. Non per cambiare la natura del mestiere, ma per evitare che la mancanza di competenze diventi un ulteriore svantaggio per le piccole imprese, anche nel territorio biellese.

G. Ch.

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