L’esposizione, visitabile gratuitamente tutte le domeniche, dalle 15 alle 19, fino al 17 ottobre 2026, costituisce la tappa conclusiva del Festival delle Identità – Paesaggi sonori tra Piemonte e Sardegna, sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Biella, con il patrocinio del Comune di Pettinengo, della Regione Autonoma della Sardegna e di S.E.U. – Sardi Emigrati Uniti, in partenariato con «Voci di Donna» e «Pacefuturo» di Pettinengo.
È un approdo che appare naturale per un Festival nato intorno all’idea che le identità non siano realtà immobili, chiuse entro confini geografici, ma organismi vivi, capaci di muoversi, incontrarsi e trasformarsi. Perché, in fondo, tutto migra.
Migrano gli uomini e le donne, naturalmente, quando lasciano una terra per cercarne un’altra. Ma insieme a loro viaggiano le parole, i gesti, i mestieri, gli oggetti della vita quotidiana, le ricette, le credenze, i racconti. Migrano i semi e le piante, le forme dell’artigianato, le tecniche costruttive. E migrano anche le melodie: attraversano montagne e pianure, mari e frontiere, affidate alla memoria di chi parte e alla curiosità di chi accoglie.
Migrano persino i suoni.
Un soffio, un ritmo, una vibrazione possono compiere lo stesso viaggio di una persona. E con il suono viaggia lo strumento che lo produce: un pezzo di legno, un osso, una canna, una lamina di metallo, un frammento d’argilla possono diventare il tramite attraverso cui una comunità riconosce se stessa e, nello stesso tempo, entra in relazione con il mondo.
È questa la suggestione più profonda della mostra di Pettinengo: raccontare una piccola storia universale attraverso un oggetto apparentemente semplice, il fischietto. Un manufatto umile, quasi infantile, che porta invece dentro di sé una delle più antiche intuizioni dell’umanità: trasformare il respiro in suono e il suono in segnale, richiamo, linguaggio, musica.
Il fischio nasce prima ancora della parola articolata e, in forme differenti, accompagna da sempre la presenza dell’uomo sulla Terra. Serve per richiamare, avvertire, comunicare a distanza, imitare gli animali, scandire un rito, accompagnare una festa. Può essere gioco e strumento, oggetto rituale e manufatto d’arte popolare. Cambiano le forme, i materiali e le occasioni d’uso; resta l’idea primordiale di affidare all’aria una voce capace di andare più lontano della voce stessa.
Il percorso espositivo conduce così il visitatore dentro una sorprendente geografia sonora del mondo, ben oltre i confini del Biellese e dell’Europa. Accanto agli immancabili fischietti di produzione locale, legati anche alla tradizione delle storiche fornaci di Ronco Biellese, compaiono esemplari provenienti da terre lontanissime: dall’Amazzonia all’Angola, da diverse regioni africane al lontano Oriente.
Oggetti differenti per forma, materia e funzione, e tuttavia accomunati da una medesima invenzione: dare corpo al soffio, rendere udibile l’aria, fare del respiro una forma di relazione.
Nel corso dei secoli il fischietto è stato ricavato praticamente da ogni materia disponibile: osso e corno, legno e canna, argilla e pietra, pietra ollare e metallo. È stato scolpito, modellato, forato, tornito, fuso. Persino materiali moderni e di recupero sono entrati nella sua storia, dimostrando come la tradizione non sia una teca immobile, ma una capacità continuamente rinnovata di adattare ciò che si ha a disposizione a ciò che si desidera esprimere.
Tra i pezzi più significativi dell’esposizione figura il fischietto in pietra ollare proveniente da Alagna, opera di Felice Ramella. Accanto a esso, gli esemplari realizzati a Sordevolo dallo stesso Guido Antoniotti, con ancia a nastro, mostrano una straordinaria varietà di materiali: pietra, legno, foglie e steli di diverse piante, ossi e persino materiali di riuso, come le cannucce di plastica.
Anche qui ritorna il tema della migrazione: non soltanto quella degli oggetti, ma delle idee. Un principio sonoro può passare da una materia all’altra, da una generazione all’altra, da una cultura all’altra. Può perdere una forma e acquistarne un’altra, cambiare voce senza smarrire la propria origine.
È ciò che accade alla musica, forse la forma più libera e misteriosa della migrazione culturale. Una melodia non possiede confini: può essere portata da una voce, raccolta da un orecchio, trasformata da uno strumento, restituita da un'altra comunità. Il suono non conosce dogane. Attraversa il paesaggio e, una volta partito, non appartiene più soltanto a chi lo ha generato.
In questo senso, la mostra si inserisce perfettamente nella vocazione del Museo delle Migrazioni, Cammini e Storie di Popoli, luogo nel quale il patrimonio materiale dialoga continuamente con quello immateriale. Qui la storia delle persone si intreccia con quella delle cose che le hanno accompagnate: oggetti quotidiani, strumenti musicali, manufatti, immagini, memorie. Il Museo diventa così non soltanto luogo della conservazione, ma spazio dell’ascolto e dell’incontro.
Insieme al Museo della Sacralità dell’Acqua, Pettinengo si conferma un luogo privilegiato per raccontare il movimento delle culture e il loro reciproco contaminarsi. Una sorta di balcone sul mondo, dal quale osservare come le identità possano rimanere fedeli alle proprie radici proprio perché capaci di entrare in relazione con altre radici.
Il percorso del Festival delle Identità ha seguito la medesima direzione: la musica come linguaggio capace di mettere in comunicazione territori lontani e di trasformare la distanza in prossimità. Già gli incontri tra le sonorità alpine, gli antichi scacciapensieri e le launeddas sarde avevano mostrato come strumenti nati in contesti diversi possano dialogare, riconoscersi e generare nuove possibilità di ascolto.
La mostra di Antoniotti raccoglie ora quel filo e lo porta ancora più lontano: dal suono di un piccolo fischietto a una geografia planetaria dell’ingegno umano.
E forse è proprio questa la lezione più inattesa di oggetti così piccoli. Non esiste cultura che non sia, almeno in parte, una storia di viaggi. Ciò che oggi chiamiamo tradizione è spesso il risultato di incontri antichi: qualcosa che è partito da lontano, qualcosa che è stato accolto, trasformato, restituito.
Anche l’identità, allora, non è una frontiera, ma una rotta.
E il fischietto, con la sua voce sottile e penetrante, sembra ricordarcelo nel modo più semplice: basta un soffio perché un suono lasci il luogo in cui nasce e cominci il suo viaggio.
Non poteva esserci conclusione più coerente per un Festival delle Identità – Paesaggi sonori tra Piemonte e Sardegna, nato proprio per costruire ponti tra territori, generazioni e memorie.
A conclusione dell’inaugurazione, immancabile «su cumbidu», il tradizionale gesto sardo dell’ospitalità: un rinfresco capace di accostare specialità locali e isolane, accompagnate dall’immancabile «acqua di Cagliari» e dall’Erbaluce di Caluso. Anche il cibo, del resto, migra: porta con sé sapori, tecniche, profumi e ricordi, trasformando la tavola in un'altra forma di racconto e di incontro.
L’invito è dunque a trascorrere un pomeriggio a Pettinengo, sulle pendici delle Alpi biellesi, in quel naturale «balcone del Biellese» dal quale lo sguardo incontra la pianura Padana e, nelle giornate limpide, si spinge verso le colline del Monferrato fino alla lontana catena degli Appennini.
Un luogo dove le montagne non sembrano soltanto separare, ma indicare le direzioni del viaggio.
Perché tutto migra.
Migrano le persone e le loro storie.
Migrano gli oggetti e le tecniche.
Migrano le parole e le melodie.
Migrano i gesti, i sapori, le immagini.
E migrano i suoni, che forse più di ogni altra cosa sanno attraversare il tempo senza chiedere permesso ai confini.





