Dalla missione in Libano alla Sardegna, fino a Biella. Il rientro della Brigata “Sassari” diventa occasione per rinsaldare un legame fatto di appartenenza, memoria e solidarietà. E dagli otto bancali di giocattoli destinati ai bambini libanesi arriva un messaggio che attraversa il Mediterraneo: nessuno è solo.
Ci sono ritorni che hanno il passo della cronaca e altri che, oltre la cronaca, diventano memoria collettiva. Il rientro della Brigata “Sassari” dalla missione in Libano appartiene a questi ultimi.
Venerdì 7 agosto 2026, dopo cinque mesi trascorsi nel Paese del Vicino Oriente, il primo contingente di 70 militari dei “Dimonios” ha fatto ritorno in Sardegna. Decollati poco dopo le 16 dall’aeroporto internazionale di Beirut a bordo di un Boeing 737 della compagnia spagnola AlbaStar, i militari sono atterrati poco prima delle 18.30 all’aeroporto “Riviera del Corallo” di Alghero.
Ad attenderli c’erano le famiglie, gli amici, le autorità e i commilitoni. Soprattutto, c’erano gli occhi di chi aveva contato i giorni dell’attesa.
Per cinque mesi, mogli, compagne, figli, genitori hanno imparato a convivere con la distanza, con le notizie dal fronte, con quella particolare forma di inquietudine che accompagna chi parte per una terra attraversata dalla guerra. Poi, al termine della cerimonia, il “rompete le righe” ha restituito ai militari la dimensione più semplice e più vera del loro ritorno: quella dell’abbraccio.
Le uniformi hanno lasciato spazio alla commozione. Le parole, spesso inutili in momenti come questi, sono state sostituite dalle lacrime trattenute per mesi e finalmente libere di scendere.
Alle spalle dei “Sassarini” rimane il Libano meridionale, una terra segnata da violenza, distruzione, paura e sofferenza. È qui che la Brigata “Sassari” ha operato nell’ambito di UNIFIL, la United Nations Interim Force in Lebanon, la missione multinazionale delle Nazioni Unite incaricata di contribuire all’attuazione della risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza e alla stabilità dell’area lungo la Blue Line.
Un compito svolto in uno scenario profondamente instabile, nel quale la popolazione civile continua a pagare un prezzo altissimo. Dietro la terminologia delle risoluzioni internazionali e dei dispositivi militari rimangono infatti persone, famiglie, case distrutte, bambini costretti a conoscere troppo presto il volto della guerra.
È questa la realtà che accompagna il ritorno dei soldati. Una realtà che il generale Andrea Fraticelli, 48° comandante della Brigata “Sassari”, ha sintetizzato parlando di una situazione «in continua evoluzione», nella quale ogni decisione ha richiesto attenzione, flessibilità e senso di responsabilità. Il personale, ha ricordato il comandante, ha continuato ad assolvere i propri compiti con imparzialità e determinazione, mantenendo i rapporti con le istituzioni libanesi e con le comunità locali anche nei momenti più difficili.
Ad Alghero, ad accogliere i militari, sono state anche le note della Fanfara del 3° Reggimento Bersaglieri. Una musica che ha accompagnato il ritorno alla terra d’origine e che, nel linguaggio solenne delle cerimonie, ha finito per incontrare quello più intimo delle famiglie.
L’abbraccio di Biella
Quell’abbraccio, domenica 9 agosto, è arrivato anche da Biella.
Nell’area monumentale di “Nuraghe Chervu”, la comunità sarda raccolta attorno al Circolo Culturale Sardo “Su Nuraghe” ha voluto salutare i militari della “Sassari” e il loro comandante. Non una semplice cerimonia, ma un gesto di vicinanza attraverso il quale la Sardegna dell’Altrove ha riconosciuto come propria una vicenda che riguarda l’Isola intera.
Accanto a Battista Saiu, presidente di “Su Nuraghe”, erano presenti Francesco Fosci, fiduciario del nucleo biellese dell’Associazione Nazionale Brigata “Sassari”, intitolata al capitano Emilio Lussu, e Giuliano Lusiani, reggente provinciale dei Bersaglieri e figura storica dell’Associazione Nazionale Bersaglieri, “Guardia d’Onore alla Tomba del Fondatore” intitolata al generale Alessandro La Marmora.
A “Nuraghe Chervu”, luogo nel quale la memoria sarda si incontra con quella italiana e biellese, il saluto ai “Dimonios” assume così un significato più profondo. È il riconoscimento di una storia che continua a viaggiare con gli uomini e con le donne dell’Isola, anche quando l’Isola è lontana.
Perché l’emigrazione non ha cancellato le radici. Le ha disseminate.
E proprio nella distanza, spesso, il senso dell’appartenenza si fa più nitido: non come nostalgia rivolta al passato, ma come capacità di riconoscersi, di ritrovarsi, di partecipare.
Otto bancali, un mare di solidarietà
In questo stesso solco si colloca la vicenda degli otto bancali di giocattoli partiti dal Biellese per raggiungere i bambini del Libano.
Cinque mesi fa, mentre i militari della “Sassari” si preparavano a partire, da Biella prendeva forma una risposta diversa alla guerra. Non armi, non equipaggiamenti, ma giocattoli.
Otto bancali colmi di doni destinati a bambini fino ai dieci anni, raccolti grazie a una mobilitazione diffusa che ha coinvolto associazioni, volontari, famiglie e cittadini dell’intero territorio biellese. Il carico, partito da Biella, è stato destinato al porto di Cagliari per essere successivamente imbarcato verso il Libano.
L’iniziativa era nata da una proposta del generale Andrea Fraticelli, allora impegnato a preparare la missione della Brigata “Sassari”, e aveva trovato immediata adesione nel Circolo Culturale Sardo “Su Nuraghe”.
La risposta del territorio è stata affidata alla Banca del Giocattolo, fondata da Barbara Greggio consigliera comunale e oggi presieduta da Gianpaolo Ruberti, con Claudia De Mari alla vicepresidenza e Paolo Robazza come segretario.
Nelle sedi di Valle Mosso e Vaglio Chiavazza, i volontari hanno lavorato per settimane alla raccolta, alla selezione e alla preparazione dei giochi. Piccoli oggetti destinati alla prima infanzia, giochi educativi, palloni, giocattoli e persino calciobalilla destinati ai ragazzi più grandi: un insieme apparentemente eterogeneo, ma accomunato da un unico destinatario, l’infanzia ferita dalla guerra.
Ogni scatola, in fondo, conteneva molto più di un oggetto.
Conteneva attenzione.
Conteneva cura.
Conteneva la volontà di dire a un bambino lontano migliaia di chilometri che qualcuno, dall’altra parte del mare, aveva pensato a lui.
Quando la divisa diventa un ponte
Il caricamento dei bancali presso il centro AIB “Orso” di Biella ha rappresentato uno dei momenti più significativi dell’iniziativa.
Ad accogliere i militari della “Sassari” era presente la vicesindaco Sara Gentile, in rappresentanza dell’Amministrazione comunale, a testimonianza della partecipazione delle istituzioni cittadine a un progetto nel quale la dimensione militare ha incontrato quella civile e solidale.
È una delle immagini più singolari di questa vicenda: uomini in uniforme intenti a caricare scatole di giocattoli.
Da una parte la missione internazionale, la responsabilità, il rischio; dall’altra il mondo fragile e luminoso dell’infanzia.
Due realtà apparentemente lontane che, in quel momento, si sono incontrate.
La divisa, chiamata a proteggere, diventava anche il tramite di un gesto di cura. Il militare, oltre a rappresentare una missione internazionale, diventava messaggero di una comunità civile che aveva scelto di non rimanere indifferente.
È forse questo il significato più autentico della solidarietà: non sostituirsi a chi soffre, ma fargli sapere che la sua sofferenza è stata vista.
La Sardegna che vive lontano dalla Sardegna
Il valore dell’iniziativa è stato ulteriormente sottolineato dalla presenza ad Alghero di Desirè Alma Manca, assessora della Regione Autonoma della Sardegna al Lavoro, Formazione Professionale, Cooperazione e Sicurezza Sociale, struttura alla quale fanno capo anche le politiche regionali per l’emigrazione, i rapporti con i Circoli dei Sardi nel mondo e la Consulta regionale per l’emigrazione.
La sua presenza ha dato concretezza a una realtà che spesso rischia di rimanere invisibile: quella di una Sardegna che continua a esistere oltre i propri confini geografici.
È la Sardegna dei Circoli, delle associazioni, delle comunità nate dall’emigrazione; una Sardegna che ha imparato a custodire la memoria senza trasformarla in chiusura, a mantenere vivo il legame con l’Isola trasformandolo in apertura verso il mondo.
A Biella, “Su Nuraghe” rappresenta da quasi mezzo secolo uno di questi luoghi di incontro. Una casa lontana da casa, dove la memoria non è soltanto conservata, ma diventa occasione di relazione, cultura, solidarietà e partecipazione.
Un ritorno che non è soltanto un ritorno
Il viaggio dei “Dimonios” dal Libano alla Sardegna e dalla Sardegna al Biellese disegna così una geografia che non coincide con quella delle mappe.
Beirut, Alghero, Sassari, Biella.
Luoghi distanti, ma uniti da persone, storie e gesti concreti.
Ci sono i soldati che tornano alle proprie famiglie. Ci sono i bambini che attendono un giocattolo in una terra ferita. Ci sono i volontari che, per settimane, hanno riempito scatole e preparato bancali. Ci sono le comunità che si riconoscono nei propri simboli e, attraverso di essi, ritrovano una comune appartenenza.
E c’è il mare.
Quello che separa, ma anche quello che unisce.
Il Mediterraneo è stato attraversato ancora una volta non soltanto da uomini e mezzi, ma da una volontà di vicinanza. Dalla Sardegna al Libano, dal Biellese alla Sardegna, il filo è rimasto teso.
Per questo il ritorno dei “Sassarini” non racconta soltanto la conclusione di una missione.
Racconta una comunità che attende, una terra che accoglie, una memoria che si rinnova.
E racconta, soprattutto, che anche nei territori più segnati dalla guerra può arrivare qualcosa di inatteso: un gesto semplice, una scatola di giochi, una voce, un abbraccio.
Qualcosa che dica, senza retorica e senza bisogno di spiegazioni, che oltre il dolore esiste ancora una comunità capace di prendersi cura.





