COSTUME E SOCIETÀ - 07 agosto 2026, 07:20

Eusebio da Cagliari / Eusebio di Vercelli: il santo che unisce due terre

Il cammino di Sant'Eusebio continua nei Circoli dei Sardi del Piemonte

Eusebio da Cagliari / Eusebio di Vercelli: il santo che unisce due terre

Eusebio da Cagliari / Eusebio di Vercelli: il santo che unisce due terre

Sedici secoli dopo il primo vescovo "sardus natione", la memoria si fa presenza: fede, cultura e migrazione rinnovano un'antica fraternità tra Sardegna e Piemonte.

Ci sono uomini che appartengono al loro tempo e uomini che finiscono per appartenere ai secoli. Sant'Eusebio è uno di questi. Nato sulle rive del Mediterraneo e chiamato a edificare la Chiesa ai piedi delle Alpi, egli continua ancora oggi a percorrere quella strada invisibile che unisce la Sardegna al Piemonte, trasformando una vicenda personale in una storia collettiva, una migrazione in una vocazione, un confine geografico in una comunità spirituale.

Non è un caso che il suo nome venga ancora pronunciato in due modi: Eusebio da Cagliari ed Eusebio di Vercelli. Nella lingua italiana le due preposizioni racchiudono un'intera biografia. Quel "da" custodisce la memoria della nascita, l'origine mediterranea del santo, il grembo della Chiesa cagliaritana, dove la tradizione lo colloca attorno all'anno 283, presso l'antico complesso di Santa Restituta, nel cuore di Stampace. Là, nella penombra della cripta paleocristiana scavata nella roccia, dove il tempo ha sedimentato preghiere, persecuzioni e speranze, la pietra continua a raccontare la fedeltà di una comunità cristiana capace di attraversare i secoli, fino a offrire riparo ai cagliaritani durante i bombardamenti del Novecento.

Quel "di", invece, non indica soltanto una città. Esso racconta una missione. Dice dell'uomo scelto da papa Giulio I quale primo vescovo di Vercelli; del pastore che affrontò con coraggio la stagione travagliata dell'arianesimo; del maestro che introdusse in Occidente la vita comune del clero, ispirandosi all'esperienza monastica orientale. Attorno alla sua cattedra nacque una nuova geografia ecclesiale: dalla Chiesa vercellese sarebbero germogliate, come rami di un medesimo tronco, le diocesi di Ivrea e Tortona, irradiando nel Piemonte il seme di una fede destinata a durare nei secoli.

La vicenda di Eusebio non appartiene soltanto alla storia religiosa. Essa racconta uno dei primi grandi ponti culturali del Mediterraneo cristiano. Prima ancora che le vie commerciali, le rotte politiche o i fenomeni migratori disegnassero relazioni stabili fra l'Isola e la terraferma, fu un uomo nato in Sardegna a portare nel cuore del Piemonte una visione della Chiesa capace di coniugare contemplazione e governo, fraternità e testimonianza. Da allora quel ponte non è mai stato interrotto.

Ogni anno esso torna a rendersi visibile nella liturgia dedicata al patrono del Piemonte, ma soprattutto nell'incontro fra comunità che continuano a riconoscersi figlie della medesima storia. Alla vigilia delle celebrazioni eusebiane, da Cagliari è giunta a Vercelli una delegazione guidata dall'arcivescovo metropolita monsignor Giuseppe Baturi, segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana. Con lui sacerdoti, seminaristi e fedeli della parrocchia cittadina dedicata a Sant'Eusebio, nata proprio per custodire e alimentare il gemellaggio spirituale fra le due Chiese.

L'accoglienza ricevuta nella cattedrale vercellese da parte dell'arcivescovo Marco Arnolfo e dei vescovi della metropolia ha assunto così il significato di un ritorno alle sorgenti. Non un semplice incontro protocollare, ma il riconoscimento di una comune genealogia spirituale, nella quale Sardegna e Piemonte continuano a specchiarsi reciprocamente.

Accanto ai pastori della Chiesa erano presenti anche coloro che, nel nostro tempo, custodiscono quotidianamente questa eredità: i Sardi dell'Altrove, quelli di su disterru. I presidenti dei Circoli «Dessì» di Vercelli, «Su Cuncordu» di Gattinara e «Su Nuraghe» di Biella hanno rappresentato non soltanto le rispettive associazioni, ma una comunità diffusa che, attraverso la cultura, la solidarietà e la memoria, continua a dare corpo all'insegnamento di Eusebio.

L'emigrazione, nella vicenda dei Sardi, non è mai stata soltanto uno spostamento geografico. È stata il modo con cui un popolo ha imparato a portare con sé la propria casa, trasformando la nostalgia in appartenenza, la distanza in relazione, la memoria in futuro. Per questo i Circoli non sono semplici luoghi di ritrovo: essi costituiscono laboratori di identità, presìdi culturali, comunità di fraternità nelle quali la lingua, le tradizioni, la fede e il patrimonio civile dell'Isola continuano a dialogare con le terre che li hanno accolti.

Così la figura del santo cagliaritano acquista una sorprendente contemporaneità. Come Eusebio attraversò il mare senza recidere le proprie radici, allo stesso modo migliaia di Sardi hanno attraversato il Tirreno portando con sé non soltanto un bagaglio di ricordi, ma un patrimonio di valori condivisi. La continuità fra il IV secolo e il presente non risiede soltanto nella devozione al santo, ma nella capacità delle comunità di rigenerare continuamente quella medesima esperienza di incontro fra popoli, culture e territori.

Nell'omelia pronunciata durante il solenne pontificale, monsignor Giuseppe Baturi ha sintetizzato questa eredità in un invito essenziale: ricordarsi di Cristo, lasciando che l'amore divenga il criterio capace di modellare la storia. È un messaggio che supera il tempo della celebrazione e raggiunge la vita quotidiana delle comunità, dove la santità non si misura nella straordinarietà degli eventi, ma nella fedeltà silenziosa con cui uomini e donne continuano a costruire legami.

È forse questo il lascito più autentico di Sant'Eusebio. Non soltanto avere fondato una Chiesa o difeso l'ortodossia della fede, ma avere mostrato che l'identità non nasce dalla chiusura, bensì dall'incontro. La Sardegna gli diede la nascita; il Piemonte gli affidò la missione; l'intera Chiesa ne raccolse l'eredità.

Oggi, sedici secoli dopo, quel cammino continua. Continua nelle cattedrali e nelle parrocchie, ma anche nelle sedi dei Circoli dei Sardi, dove la memoria diventa accoglienza, la cultura si fa dialogo e l'emigrazione rivela il suo volto più alto: quello di un popolo che, senza dimenticare la propria terra, ha saputo trasformare ogni approdo in una nuova patria del cuore.

Per questo Sant'Eusebio non appartiene soltanto alla Sardegna né soltanto al Piemonte. Appartiene allo spazio umano nel quale le radici non dividono, ma generano ponti. Ed è proprio su quei ponti, costruiti sedici secoli fa e ancora saldamente percorribili, che continua a camminare la storia condivisa delle due comunità, unite dalla fede, custodite dalla memoria e rese feconde dalla reciproca appartenenza.

C.S. Salvatorica Oppes, Su Nuraghe

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