Cronaca dal Nord Ovest - 07 giugno 2026, 15:32

Dal Nord-ovest - Cinghiate, strangolamenti e cocaina a una quindicenne: in carcere il compagno di 45 anni

Dal Nord-ovest: cinghiate, strangolamenti e cocaina a una quindicenne: in carcere il compagno di 45 anni

Dal Nord-ovest: cinghiate, strangolamenti e cocaina a una quindicenne: in carcere il compagno di 45 anni

Il tribunale di Cuneo ha condannato a 11 anni e 8 mesi di reclusione un 45enne di origini albanesi, residente a Fossano, accusato di aver sottoposto per anni una ragazza, all’epoca quindicenne, a violenze, minacce e controlli ossessivi. I giudici hanno disposto anche un risarcimento di 18 mila euro in favore della parte civile, oltre all’interdizione perpetua dai pubblici uffici e alla decadenza dalla responsabilità genitoriale per la durata della pena.

Secondo l’accusa, l’uomo avrebbe trasformato la vita della giovane in un incubo, arrivando anche ad avvicinarla alla cocaina. Nel corso del dibattimento sono stati ricostruiti episodi di estrema violenza: cinghiate sulla schiena, un naso rotto, costole incrinate, strette al collo, botte con un manganello estensibile e fili serrati attorno al collo. In un’occasione l’avrebbe presa per i capelli e trascinata per alcuni metri, mentre lei lo implorava di fermarsi.

La ragazza, oggi ventenne, ha trovato la forza di denunciare dopo anni di silenzi. Più volte le forze dell’ordine erano intervenute in seguito a liti e aggressioni, chiedendole che cosa fosse accaduto, ma lei non aveva mai riferito il nome dell’uomo fino al 2021. Nel fascicolo sono confluite anche fotografie dei lividi, referti medici e accessi al pronto soccorso.

Secondo quanto emerso in aula, il rapporto era segnato da gelosia, controllo e violenza. L’uomo avrebbe preteso di controllare i cellulari della ragazza e, quando trovava qualcosa che non gli piaceva, li avrebbe rotti o scagliati contro di lei. Le punizioni sarebbero scattate quando sospettava che la giovane lo tradisse o gli sottraesse droga.

A raccontare quei fatti ai giudici è stata la stessa ragazza, parlando di una relazione “tossica e violentissima”. Per il pubblico ministero, dalle testimonianze dei carabinieri e dalla documentazione sanitaria emergeva chiaramente che la giovane non aveva cercato di calunniare l’imputato: al contrario, avrebbe a lungo evitato di denunciarlo.

In più occasioni, anche dopo l’intervento delle forze dell’ordine, la ragazza avrebbe evitato di fare il suo nome. Dopo essere stata spinta con violenza, avrebbe persino invitato l’uomo ad allontanarsi prima dell’arrivo dei carabinieri. Con le amiche chiedeva fondotinta e trucchi per coprire i segni delle percosse e nasconderli ai familiari.

La decisione di sporgere querela sarebbe maturata solo dopo una violenta aggressione fisica e verbale, avvenuta prima all’interno e poi all’esterno della sua abitazione. In quell’episodio, la giovane avrebbe temuto seriamente per la propria vita. La querela fu poi rimessa per paura di possibili ritorsioni.

Anche la madre della ragazza ha spiegato in aula di non aver denunciato prima per timore delle minacce e per la paura che la figlia potesse compiere gesti estremi. I carabinieri hanno confermato di essere intervenuti più volte per dissidi tra i due.

Durante il processo è stata richiamata anche una conversazione intercettata con un’amica, nella quale la ragazza diceva: “Non sono un’infame che fa queste cose, però lui se lo merita”. L’amica le rispondeva: “L’infame sei tu perché l’hai denunciato e non lui perché queste cose le ha fatte?”. Per l’accusa, quelle parole dimostravano l’assenza di accanimento nei confronti dell’imputato.

Secondo il pubblico ministero, la giovane si trovava in una condizione di fragilità emotiva ed era stata coinvolta in un rapporto abusante con un adulto già padre di figli. Tra gli episodi contestati figuravano anche ingressi nell’abitazione della ragazza in orario notturno contro la volontà della madre e, in un’occasione, della stessa giovane, che avrebbe riferito di essere stata minacciata con delle forbici.

La parte civile, assistita dall’avvocata Marina Mana, aveva chiesto un risarcimento complessivo di 18 mila euro.

Di segno opposto la lettura della difesa. L’avvocato Enrico Gallo ha sostenuto che, pur trattandosi di un rapporto “tossico” anche per la differenza di età tra i due, non fossero integrati gli elementi del reato di stalking. Secondo il legale, non vi sarebbe stato un vero allontanamento tra le parti: la ragazza avrebbe continuato a frequentare l’uomo volontariamente per anni, pur potendo contare, secondo la difesa, su una rete familiare e di amicizie che avrebbe potuto aiutarla a interrompere la relazione.

La difesa ha inoltre richiamato i problemi personali della giovane, tra cui la tossicodipendenza e comportamenti autolesionistici, elementi che, secondo il legale, avrebbero dovuto essere valutati nella ricostruzione complessiva dei fatti.

Dalla Redazione di Cuneo, G. Ch.

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